NEI NOSTRI VERSI NON CI SON LE MADRI

Quando anni fa mi proposero di scrivere versi sul tema “La madre”, mi interrogai sul perché non ci avessi mai pensato e in realtà non avrei saputo da dove cominciare, né peraltro avevo presenti esempi di qualcuno che si fosse cimentato su questo tema.

“La madre” non è qualcosa di indefinito, non è la madre di chicchessia, è precisamente tua madre; non è un tema che tu, o almeno io, potessi pensare di rendere pubblico a chiunque, per pudore, per rispetto o per qualcosa di interiore che comunque ti impedisce di trattare un argomento così personale.

Ero disorientato, ma considerai l’argomento da un mio punto di vista possibile, intimo, ma anche sociale, oltreché letterario. Portai a termine il lavoro e lo definii, con una sorta di neologismo: parametodologico, ovvero adottai una sorta di metodologia creata ad hoc, un po’ per togliermi dall’impiccio, una sorta di dire e non dire, di mescolare gli elementi citati.

Non ho mai fatto una ricerca, né al momento intendo farla, su quanti, illustri o dilettanti, si siano cimentati su tale argomento, tuttavia (a parte un romanzo della Deledda letto tempo fa) ho la sensazione che non ci sia una quantità enorme di materiale, così specifico intendo.

La mia riflessione produsse delle problematiche, non drammatiche per carità, ma una sorta di senso di colpa che collettivizzai: le madri erano dimenticate in qualche modo nei versi, negli scritti, raramente erano protagoniste e più spesso semplici comparse, l’urlo di protesa sorse spontaneo: nei nostri versi non ci sono le madri!

A pensarci bene è sconvolgente che chi ci ha dato la vita sia messa in secondo piano rispetto a tanta altra gente, ad altri affetti, nelle opere letterarie s’intende, non certo nella vita, ove l’affetto per una mamma è sicuramente universale.

Non ho fatto indagini, ma ho richiamato alla memoria l’infanzia in cui la madre è la persona più presente, ho frugato tra i versi delle maggiori opere letterarie classiche – e più modestamente anche tra i miei – per vedere come venissero trattate, nonché tra le righe della cronaca, spesso spietata, non contestualizzata e scandalistica.

Ai ricordi di mia madre si legano strettamente quelli di mio padre – la fortuna di avere avuto dei genitori presenti – ma le mamme non possono solo essere comparse della nostra infanzia e adesso è molto più difficile al contrario di quanto possa sembrare: fidati oggi a lasciare un bambino affacciato alla finestra che ti aspetta mentre fai la spesa! Questo significava una società completamente diversa, a tratti rurale, ma anche senza malessere, dove il bambino era protetto da una comunità solidale, dove tutti conoscevano tutti, dove si vedevano più bambini a spasso tenuti per mano dalla madre.

Nel caso di questo testo, contrariamente a quanto mi ero ripromesso, sento di dover essere didascalico, ma un po’ per ricordare a me stesso la genesi del brano.

La citazione della prima stanza è tratta dall’Odissea (libro IX), è uguale alla traduzione di Ippolito Pindemonte. Naturalmente è un omaggio, ma è funzionale al mio testo. In Omero il contesto è differente. Ulisse sta riferendo ad Alcinoo, padre di Nausicaa e re dei Feaci, ospitali abitanti dell’isola di Scheria (Corfù), delle sue vicissitudini dopo la guerra contro Troia. Spiega che anche per un navigatore come lui dopo un po’ ciò che più si desidera è la propria casa, la propria terra, che è come la madre per un bimbo che brama esser preso per mano.

Dall’essere nutrice e maggiore oggetto d’affetto per un bimbo, per una madre l’accusa e la calunnia sono sempre dietro l’angolo, come quella di non nutrire i figli. Pertanto la pur meticolosa madre di Achille – la cui figura è massimamente descritta nell’Iliade -, Teti, che rende invulnerabile il figlio immergendolo nello Stige (Achilleide di Stazio), senza bagnarne il tallone, patirà e sarà derisa per questo, benché per tutto il poema omerico si dedichi alla salvezza del figlio.

Le madri sono citate spesso e più volentieri le rare volte che sbagliano o quando fanno gesti talmente eroici che non se ne può tacere. Eppure degli sbagli sono a volte colpevoli gli stessi figli dei quali si ha pietà più che di esse.

La citazione questa volta è tratta da Metamorfosi di Ovidio, il riferimento è al XIII libro, dove si racconta il mito delle sorelle Metioche e Menippe, figlie di Orione, che si sacrificano per salvare Tebe dalla carestia e nel loro rogo funebre procreano la loro discendenza generando i Coroni. Storia simile ad altre e in particolare a quella di Coronide e Ascelpio (libro II).

Le madri, ieri come oggi, vengono immolate da un mondo assassino, come per il dramma dell’aborto, su cui per anni si sono sparsi inchiostri, tanto a morire sono loro, come accadde a Ilia (Rhea Silvia) uccisa per aver generato dei figli (Romolo e Remo). Ilia è citata nel libro VI dell’Eneide, ma la sua storia è raccontata nel dettaglio nei libri Ab Urbe condita I di Tito Livio e in Annales di Ennio e Fabio Pittore.

L’uso anche dei miei versi certo è una vanità, che tuttavia si consuma tra me e me stesso, se non altro dimostra che un pensiero alle madri talvolta lo avevo fatto. Nell’ordine i versi sono tratti da Infanzia (“…affacciato alla finestra attendo mia madre), Mihi non licet iudicare (“Si diceva che la madre/ non gli desse da mangiare”), Il manifesto (“Kyrie eleison”), Politique d’abort (“L’aborto è un grave dramma umano/ subito, suo malgrado, dalla madre”).

Tutti i brani sono pubblicati nella mia antologia “sovVERSIvi” (faccio un po’ di pubblicità, ma solo per ricordare che c’è un’edizione economica ordinabile su ilmiolibro.it – codice 1200348 – euro 13,50. I brani ovviamente sono tutti presenti anche su questo blog).

Concludendo, la struttura del brano è composta dal verso “madre” che si ripete in forma anaforica nelle quartine, da una sorta di introduzione ai versi successivi, che sono un mio verso e uno di un’opera classica.

p.s.: L’uso di “parersi”, al verso 7, è una licenza poeetica per “parrebbe”, “sembrerebbe”, per evidenti ragioni di rima. Tuttavia questa forma pronominale è attestata anche in Dante (Inferno, canto XXIX, verso 42 “potien parersi alla veduta nostra”), sebbene con il significato compatibile di “apparire”.

nei nostri versi..

24 Nei nostri versi non ci son le madri (98 – XXIII.XXXIX – 23.5 a) A 20/29.9.2021

UBIQUITÀ

Qualche tempo dopo aver riflettuto sulla “condizione” di sosia, mi è capitato di farlo sul concetto di ubiquità; sono entrambi aspetti piuttosto astratti, soprattutto l’ultimo, e molto soggettivi, eppure non sarò stato certo il solo a ragionarci sopra in maniera surreale.

Probabilmente conobbi questo termine ancora bambino, leggendo i “giornaletti” in voga allora, ma non andai mai oltre la ricerca del significato; quando lo feci, fu per una di quelle riflessioni interiori adolescenziali, per il piacere del sogno a occhi aperti, il fantasticare su situazioni idealmente desiderabili, pretendere l’impossibile oltre la realtà.

Pensandoci bene, questo lavorio della mente, senza necessità di droghe, portava un’alienazione salutare o almeno senza complicazioni nocive. La mia riflessione si faceva concreta: se esistesse l’ubiquità avremmo sì la possibilità di star bene, mentre si può star male altrove, ma potremmo anche star male due o più volte, giacché la circostanza della doppia felicità sarebbe inutile, basta essere felici una volta. Filosofia di second’ordine? Sicuramente, anche di terzo e quarto, ma qui l’utilità è tenere allenata la mente e farlo può essere una forma d’arte.

Queste riflessioni, seppure rimasugli adolescenziali, occuparono uno spazio temporale in cui avevo già fatto scelte precise in società, ne sono spia le conclusioni realistiche. Da qualche anno conoscevo il cinema surrealista o neo-surrealista e ne ero entusiasta: Buñuel, Jodorowsky, Arrabal, Makavejev, Ferreri, il primo Brass e tantissimi altri. Diversi, come Lynch e Kieslowski, li ho conosciuti dopo, ma entrarono di forza nella mia riflessione; per certi versi il primo con Mulholland Drive, ma in modo esemplare il secondo con La doppia vita di Veronica.

Questo film unisce, nel suo intento surreale, la qualità di sosia delle due protagoniste e il concetto di ubiquità. Weronika, polacca e Véronique, francese, oltre allo stesso nome, allo stesso viso, allo stesso corpo (interpretate entrambe da Irene Jacob), alla stessa passione per la musica, percepiscono la loro vita reciproca, si incontrano a Cracovia pur senza parlarsi; quando Weronika muore durante un concerto, Véronique accusa problemi cardiaci, abbandona il canto, si cura e si salva, ma Weronika resta presente nella sua vita e la riscopre in una foto scattata durante il suo viaggio in Polonia che le ritrae entrambe. Il tema del sosia e quello dell’ubiquità stimolano dunque l’arte. Nel caso di Veronica un’arte struggente che crea fortissime emozioni sullo schermo e sullo spettatore, al di là della finzione.

Qualcosa del genere accade anche nel film di Lynch, dove la protagonista Betty Elms vive due vite parallele, una di aspirante attrice in sogno e una, quale è in realtà, Diane Selwyn. Immagino esistano tanti altri esempi del genere essendo l’argomento piuttosto intrigante per costruirvi delle storie.

Il tema è naturalmente utilizzato anche in letteratura. Il curioso è che se si fa arte vera, la trattazione non è mai banale, nel senso che si presta a una marea di tematiche e situazioni. Cito un esempio, visto che sto per terminare un libro che tratta discretamente l’argomento. Non avendolo ancora concluso non c’è il rischio di spoilerare le conclusioni.

Si tratta del romanzo storico I codici del labirinto di Kate Mosse, ideale per un primo approccio alla storia dei càtari. Anche in questo caso vi sono due protagoniste, ma una vive nel medioevo e l’altra ai nostri giorni, Alaïs e Alice, una della Linguadoca e l’altra inglese, ma evidentemente con un ramo francese. Alice scoprendo gradualmente la storia dell’antica antenata, recandosi nei luoghi in cui ha vissuto, ha la sensazione di esservi già stata, brutalmente, di essere lei stessa Alaïs.

Così, al di là della consapevolezza dell’impossibilità di poter essere ubiqui, l’argomento attira la fantasia dei creativi da secoli, basta ricordare Menaechmi di Plauto, sebbene qui siamo alla commedia e alla vicenda di due gemelli identici. Potremmo dire, anche se non siamo gemelli, che in qualche modo il nostro gemello ci manca e con lui la possibilità di essere ubiqui e sosia allo stesso tempo, la sosiubiquità.

ubiquità

23 Ubiquità (55 – IX – 31.12 a) Ales 1.9.2021

SOSIA

Durante l’adolescenza mi è accaduto spesso che mi venisse attribuita una somiglianza. Qualche volta anche non eccessivamente gradita (sebbene i miei interlocutori si sorprendessero ritenendo evidentemente di avermi fatto un complimento).

Il primo che ricordo è un cantante piuttosto noto ai tempi, poi persone comuni in cui difficilmente mi riconoscevo, talvolta anche a me sconosciute. Il caso più clamoroso avvenne in autobus, forse a Roma, dove io stesso credetti di somigliare a qualcuno.

Insomma, qualche decina di sosia l’ho avuto, non sto qui a fare nomi, posso solo arguire, per le attribuzioni iniziali che in effetti erano complimenti, ma un adolescente che pensa di essere padrone della terra, per non dire altro e rischiare la blasfemia, è talmente narciso che al momento non accetta alcun confronto. Nelle valutazioni entrano tutta una serie di elementi che prescindono dalle sole sembianze, al punto che anche quando la somiglianza è ritenuta positiva, si schermisce, fingendosi insoddisfatto, anche perché la questione, specie in giovane età, finisce per toccare tasti molto personali, sui quali all’insaputa degli approssimativi proponenti, si continua a rimuginare.

Certo, perché scattano tanti impulsi, dalla curiosità all’esaltazione; dalla delusione all’autostima. Inizia una sorta di dialogo con il proprio io, che valuta la considerazione e tutto sommato la positività di avere dei sosia in cui ti si riconosce, qualcosa di molto diverso dalla somiglianza familiare… Non si tratta di riflessioni etniche e ancora meno razziali, ma neppure di quelle somiglianze che si riscontrano in certe comunità più o meno chiuse o meno aperte, ove tutti ci si somiglia un po’ (altro fenomeno curioso), forse per unioni tra parentele anche lontane.

La peculiarità di sosia riveste un aspetto per certi versi sociale, si gode di una certa attenzione e considerazione, al di là dell’aspetto frivolo; sotto il profilo psicologico è una sorta di stimolo, una spinta verso una società in nuce di cui possiamo renderci conto di far parte, più essere che non essere, possiamo fare tutte le considerazioni del mondo, esagerare ancora di più, tuttavia nel periodo adolescenziale può essere un valore che aiuta, l’importante è che qualche anno dopo si scoprano i veri valori, meno esteriori e più interiori

Lungi da me polemizzare su un aspetto così… sovrastrutturale? Ma sì! Eppure davvero, al di là della facile ironia, da un certo punto in poi sarei stato più interessato a che mi fossero attribuiti “sosia di idee”, della serie “Tu la pensi proprio come il tale o il talaltro”…

Dico davvero. Ognuno di noi esseri umani si forma in qualche modo fino a diventare adulto – non ho alcuna intenzione di fare ora l’elenco della sintesi delle migliaia di tipologie secondo cui ciò possa avvenire. Solitamente accade nell’ambito della vita familiare, quella con gli amici e i conoscenti, la scuola, le letture, i viaggi, le esperienze, le vicissitudini, gli amori… e via dicendo.

Ho potuto constatare che alcuni incontri e alcune letture del periodo alto adolescenziale sono state molto importanti per la mia formazione. Ovviamente queste si sono agganciate o forse fuse con un carattere già formantesi, non modificandolo, ma correggendolo, liberandolo a volte da pregiudizi o “dogmi” assunti per partito preso.

Qui i nomi posso farli, non ho remore come per quell’altra sorta di sosia. Certo, ora che ci penso, sicuramente dimenticherò tanti e certamente non attribuirò la dovuta importanza a chi ne ha avuta più di quanto io possa valutare ancora oggi; penso ai miei genitori, ai nonni, ad alcune zie e zii e in generale alla mia grande famiglia, ma qui siamo anche un po’ nell’ambito dello scontato, nell’area degli insegnamenti impercettibili, poi è arrivato un tempo in cui i maestri cominciavano ad avere nomi altisonanti, sia come idee, sia come persone… Cominciavano a chiamarsi Gesù Cristo, attraverso tanti filosofi e storici non convenzionali, anarchismo, libertarismo, radicalismo, obiezione di coscienza contro le guerre e l’uso delle armi, ma anche Ignazio Silone, Alsous Huxley, Karl Marx, Elsa Morante, Dacia Maraini, Sergio Atzeni, Lorenzo Milani, Franco Battiato, Giovanni Franzoni, Francesco Masala, Michail Dostoevskij, Lev Tolsoj, Grazia Deledda… Mi rendo conto che potrei continuare per pagine e certamente dimenticherei qualcuno di molto importante che rileggendo riterrei di aver dovuto citare, ma questo corto elenco dà già un’idea di uniformità, anche se non necessariamente comune a tantissimi e questo non è un fatto negativo.

Ecco, da questi e altri ho tratto insegnamenti che ho assorbito a modo mio e ognuno in qualche modo ha parte nelle mie idee di oggi… Se mi attribuissero, anche vagamente, uno di questi sosia di idee, ne sarei veramente gratificato.

sosia

22 Sosia (51 – VII – 23.10 a) a 30.07.2021

PAURA DELLA LIBERTÀ

Quando ciò che si scrive non è un lavoro omogeneo, nel senso che non segue un filo ben fissato nella mente, si corre il rischio di ripetere più volte gli stessi aneddoti o ragionamenti. Nulla di male, direi, perché vi sarà sicuramente una diversa esposizione che potrebbe avere il pregio del confronto tra testi scritti in diversi periodi.

Mi è venuto in mente questo perché stavo per parlare delle mie letture adolescenziali, delle quali certamente avrò già scritto, ma ora non vado a perdermi in giorni di ricerca e verifica, essendomi messo una scadenza per la scrittura di questo pezzo.

Visto che ci siamo partiamo dalla preistoria, scherzo… Comunque vi dirò che a me non spaventa contrariamente ad altri: intendo dire che non mi spaventa valorizzare il passato con tutta la sua esperienza e conoscenza, e qui mi fermo, altrimenti il discorso si fa labirintico – mutuando dal linguaggio tennistico.

Ho iniziato a leggere fin da piccolo grazie soprattutto ai libri che mi regalava costantemente una zia, successivamente grazie a un prof delle medie che ci assegnava un libro al mese (l’ho imitato in questo durante la mia esperienza di insegnamento), libri per ragazzi s’intende; ho anche letto tutti i libri di mio padre, della serie, tutto quanto mi capitava sotto mano… Ma alle scuole superiori una prof finalmente ci portò in biblioteca: quella è stata un’esperienza esaltante, anche perché avevamo facoltà di scegliere noi il libro. Devo dire che la prof molto spesso storceva il muso per le mie scelte, riteneva evidentemente che esse fossero eccessivamente impegnative per me, appena diciassettenne. La prima volta, in qualche modo, la scelta cadde su Paura della libertà di Carlo Levi. Una lettura molto complessa che aldilà di tutto mi avvicinava alla letteratura impegnata e, anche se potevo non capire alcune cose, costituiva una sorta di allenamento, sia alla lettura di tematiche serie, sia a confrontare le mie idee in nuce, riguardo a concetti come la giustizia, i tabù, la libertà, la politica stessa. Fu allora che iniziai a prendere appunti dai libri, scegliendo le frasi o i concetti che più mi colpivano.

Carlo Levi mi piaceva, era antifascista in primis, la sua figura è stata ben più importante di quella che potei acquisire allora, è l’autore di Cristo si è fermato ad Eboli.

Riguardo a Paura della libertà sono sicuro che dovrei farne una lettura più matura, ma con tutto quello che c’è da leggere, sarebbe troppo rivedere i libri già letti. Resta quella lettura, quella interpretazione e un messaggio, credo chiaro, la necessità di spezzare i tabù innaturali tra uomo e donna, da prendere invece come persone non subordinate l’uno all’altra e viceversa, in un rapporto tra uguali e differenti.

Il libro andava ben oltre il concetto che esprimeva il titolo, centrava in pieno un mio problema, un mio cruccio, quella sorta di separatezza tra mondo maschile e femminile, la necessità di frequentare costantemente quell’ “altro” mondo, cui invece venivano, specie in adolescenza, destinati solo particolari momenti, aldilà dei quali si era relegati a una frequentazione solo maschile o solo femminile. Questa “paura” inconscia generalizzata e sostanzialmente non voluta, si evidenziava nella realtà in modo palese, le fughe occasionali erano del tutto insufficienti.

Oggi qualcosa è cambiato, ma non moltissimo, il sistema dei due mondi persiste e in alcuni casi ha generato maggiori complessità e in molti casi gravi degenerazioni maschiliste.

Nel mondo atavico l’amore era visto come un fuoco, poteva scaldare, ma anche bruciare e alla donna era stato insegnato a guardarsene, a schivare il piacere, da cui l’insorgere del senso bivalente del proibito, con inibizioni da una parte e trasgressioni dall’altra, in buona parte innaturali.

Pensiamo masse di popolo, con l’eccezione di elite di vario ceto, che nel corso della storia hanno pressoché ignorato il piacere e la condivisione di esso, dando luogo alla mera accettazione dello stato di cose, alla rinuncia, ma in diversi casi alla violenza.

Salvo rare eccezioni, forse soprattutto romanzesche, la donna è stata sempre sopraffatta sia con la forza bruta, sia con dicerie sulla sua moralità, addirittura sulle sue naturali funzioni organiche mensili, causa di antichi tabù; oltre alle persecuzioni, come la caccia alle streghe, negazione dei diritti, relegazione nei focolari domestici…

Purtroppo assistiamo a un regresso costante, rispetto a quaranta anni fa, che non avremmo neppure immaginato. Il progresso rispetto ai diritti civili si è improvvisamente fermato ed è appunto regredito con l’apparizione sulla scena mondiale e anche nostrana della conservazione più reazionaria.

Mi meraviglio costantemente che uomini come Gesù e tanti altri riformatori progressisti del passato siano stati immensamente più avanti di qualunque persona considerata democratica o socialista vivente oggi, quando tutto ciò che predica il capitalismo accantona come utopie, idee e diritti assolutamente elementari e ragionevoli. E’ come se il mondo fosse diventato improvvisamente una massa di Fomà Fomič Opiskin de Il villaggio di Stepànčikovo e i suoi abitanti di Fëdor Dostoevskij.

Se avete visto da qualche parte l’uomo nuovo era meglio che non si fosse mai fatto vedere…

Ancora più grave è quando questi pregiudizi si nascondono dietro qualsiasi religione, soprattutto quella Cristiana che avrebbe dovuto ripristinare l’originaria eguaglianza tra i due sessi; ma quando gli uomini si servono di qualunque mistificazione per imporre le loro idee malvagie, è più giusto trarre insegnamento non solo dai testi originari, ma addirittura delle loro severe edizioni critiche.

paura della libertà

21 Paura della libertà (25 – IV – 12.6 a) a 30.06.2021

SENZA ETA’

Il frastuono dei flutti è il medesimo,
nondimeno le spugne sulla rena:
l’aria è tersa, oggi, tra la Frasca e San Marco;
la spiaggia deserta da non credere,
pressoché selvaggia, non ambita.
Anch’io son lo stesso, sistematicamente,
disteso all’ombra o al sole:
la memoria scivola leggera, non ha età,
pur privata dei familiari clamori
attutiti dal vento e dalle onde.
L’ambiente naturale apre la mente:
non ho mai avuto età! Da sempre,
ma ora lo so, me l’ha detto il mare.
Dai due capi del golfo, imperterrito,
compone messaggi con suono d’onda
e li porta al poeta con brezza marina.

(Se ditta e non annoto è un guaio
perchè preciso ditta)

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Non parlerò del testo, tra i primi dittato dal mar di Sardegna, folgorante per me. La possibilità di contagio è libera e autogestibile.
L’ispirazione avvenne al solstizio d’estate, otto giorni prima dell’effettiva stesura. Questo non dovrebbe accadere, carta e matita dovrebbero essere sempre a portata di mano, benchè la redazione sia avvenuta nello stesso luogo ispiratore e il fatto che il mare la pensi come me, aiuta.
Poeesia esistenziale, metrica libera, ma non vi è alcuna influenza, almeno razionale o voluta. Segnalo tuttavia un poeta di cui avevo trascritto e dimenticato, da oltre cinque anni, alcuni versi… Ritrovatili pochi giorni fa, prima di far luce completa, mi son chiesto: e questi quando li ho composti? Erano tratti da “Bestiario” di Gabriele Pepe.
“Battitori e predatori primordiali/ dilatati nel grande afflato cacciatore/ proiettati sui mirabili acidi nucleici/ di giungla primigenia/ imbevuti d’adrenalina, di scalpitanti/ succhi gastrici provenienti dal pliocene:/ emoglobina fossile./ Ominazione avvenuta per processo predatorio/ sul filo tagliente dell’ossidiana…”
(XXIII.XXXIX – 29.6 Arb)

PAURA DELLA LIBERTA’

Il fuoco talvolta crea paure,
anche l’amore tra uomo e donna.
A costei è stato insegnato
a schivare il piacere:
da ciò derivano inibizioni
di natura sessuale,
che danno luogo a istinti bestiali.
Ignorando i sentimenti
ci si sacrifica a non amare
e al diletto sensuale;
alla rinuncia può seguire la calma,
oppure la violenza:
come il fuoco, ha due poteri,
scalda o brucia;
effetti e scelte della vita.
Quando si perde sangue
una ferita duole,
ma col tempo guarisce;
il sangue versato in amore
fa ritenere la donna sacra:
è una credenza assurda
che la rende oggetto.
I divieti creati dai tabù
frappongono barriere ai sensi:
ciò è folle quanto
lo spavento per il soccorso
o la gioia per la distruzione.
Gesù è morto perché nascesse l’uomo nuovo
non esseri intrepidi esteriormente
e colmi di vergogne dentro;
non ha chiesto la perfezione,
e non si affermi
che i pregiudizi sessuali
sono frutto della Sua parola.
Sarebbe già tanto comprendere
cos’è la purezza.
L’amore si trascina
verso il fuoco infernale,
una paura che lo schiaccia
servendosi dell’ignoranza.

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Raramente ho rinnegato il mio passato, così non lo faccio nemmeno per questo brano adolescenziale, scritto a 17 anni, in un momento in cui cominciavo ad accostarmi a letture importanti.
Paura della libertà di Carlo Levi, si rivelò piuttosto ostico, così tra passi condivisi entusiasticamente ed altri in qualche modo giustificati, volutamente fraintesi o non condivisi del tutto, ne è venuto fuori questo brano, rivisitato, giacchè la prima stesura è molto più ermetica e funambolica, e tuttavia la riporto in calce.
Nel mio diario sottolineavo la percezione, ancora confusa, del disagio che mi derivava da quella (come definirla) separatezza tra me maschio e il mondo femminile, cui mi legava un forte desiderio di socializzazione e che attribuivo ad una paura atavica delle donne nei confronti del mondo maschile. Disagio che persiste tuttora nei confronti di una radicata cultura separazionista tra generi; benchè la mia sia un’esigenza personale, mi rendo conto che non possa prescindere dal superamento di un sistema ormai eterno.
Il titolo originale del brano era Mercurio (una paura) e gli avevo appioppato una melodia disarmonica già composta, che gli dava (a mio avviso) un nonsochè di ellenico.
(IV – 12.6 A)

Mercurio (una paura)
Il dio del fuoco è una paura rossa/ e anche l’amore verso una donna;/ costei ha il timore di bruciare/ nel piacere inconsciamente;/ così si crea un mondo scontento/ che si appaga bestialmente,/ pochi uomini si contengono./
Contraddicendo i sentimenti,/ c’è chi pensa non amare un sacrificio/ e chi soffrirlo sensualmente./ Dalla calma nascono rinunce/ come pure dal timore:/ doppio potere del fuoco/ che scalda e scotta,/ la vita è alternata./
Mentre si perde sangue/ la ferita duole,/ i veri mali la sanano./ Se il sangue è versato per amore/ ogni donna diventa sacra,/ ma se con ciò la si deve evitare/ è meglio dire velenosa./
I divieti creati dall’umanità/ accentuano i dubbi tra uomo e donna./ Follemente l’aiuto è uno spavento/ e la distruzione un incanto./ L’essere rifugge le cure del profeta/ che ha sofferto per salvarlo;/ è intrepido mentre il tempo scorre/ celando dietro la vergogna./
La perfezione è irreale,/ ma neanche un briciolo/ della paola di Dio/ sta in questa paura;/ sarebbe tanto/ conoscedre la purezza./
L’amore si avvicina a Mercurio,/ regno di un fuoco infernale,/ una paura rossa che lo schiaccia/ servendosi di un potente male./

Disaccordi:
(inc.)
LA SI SOL#
LA SI LA SOL# …
(rit.)
SI LA# LA SOL
SI LA#
LA# LA
(IV – 13.2 A)

UBIQUITA’

Sarebbe utile talvolta
avere il dono dell’ubiquità.
Poter vivere una situazione serena,
intanto che se ne vive una brutta
o solo si è colmi di noia.
Ho il dono dell’ubiquità,
dicono che sia solo un sogno;
mi si fa cadere nella realtà,
mentre cerco l’alienazione.
Ubiquità… irrealtà, utopia:
rischio di star male due volte,
a che serve una doppia felicità!?
Tendenza irraggiungibile,
speranza infinita:
realtà della mente
ubiquità spirituale.

 ubiquità.jpg

Oltre due anni separano la stesura di questo brano da “Sosia”, eppure in qualche modo li considero “gemelli” e non solo a me è capitato di confonderli.
Gemelli dal destino diverso, se non restano uniti… come se ciascuno di noi fosse stato privato del suo, della sua protezione, del suo conforto persistente.
A rigore un sosia è un altro, qualcosa di concreto e distaccato, l’ubiquo è al massimo una condizione mentale, una aspirazione astratta, che riguarda più direttamente se stessi. La familiarità anche stretta tra queste due qualità è stupendamente descritta nel film “La doppia vita di Veronica” di Krzysztof Kieslowski, interpretato magistralmente da Irène Jacob.
Non so se avete mai provato la splendida sensazione che dà la visione di un film, l’ascolto di una canzone, la lettura di un libro o anche solo un dialogo, che vi fanno scoprire totale identità di vedute… a me è capitato tante volte, è un materializzarsi di sensazioni sosiubique. E’ accaduto alla grande con questo film e un po’ con tutta l’opera di Kieslowski, un vero sosia di idee, come altri scrittori, musicisti, artisti…
Il brano, scritto a 23 anni, testimonia sicuramente la mia costante riflessione su tematiche simili, che trovano scarsi interlocutori e il discorso sarebbe lungo e complesso.
Era peraltro un 31 Dicembre, uno di quei capodanni deludenti, che mi richiama subito alla mente l’articolo di Gramsci sull’ “Avanti” del 1 gennaio 1916, “Odio i capodanni”. Gli omuncoli del capitalismo che infestano i governi e i ministeri del mondo, sempre che lo capiscano, storcerebbero il muso, incasinati come sono nelle gabbie in cui si sono rinchiusi da soli e vorrebbero costringerci, ma noi che abbiamo il dono della speranza, esigiamo che ogni giorno sia capodanno e ogni tanto, anche in questo mondo che si autodistrugge, ne passeremmo di sicuro qualcuno buono.
(IX – 31.12 A)

SOSIA

Ogni tanto dicono:
“Un essere umano ti somiglia!”
Curioso! Vorrei poterlo vedere,
ma quasi sempre è lontano;
penso sia bello avere dei sosia,
è anche un sollievo sapere di non essere unici.
Quando dicono: “Hai un uguale”,
è un complimento che sento;
essere unici è essere isolati,
avere uguali è un socialismo datoci.
Ogni volta uno! è un riconoscimento,
è un’attenzione prestata, un non essere “x”.
Il profilo uguale a quel cantante,
l’anglosassone simile con la donna amata,
o quello del paese che tediava l’amica.
L’amico di quella che venne d’estate
o lo spavento nel bus vedendomi di fronte…
In me vedono un volto conosciuto.
In molti proprio non mi ci vedo,
in altri non mi hanno veduto
notando un carattere diverso;
quell’altro era borghese io proletario.
In fondo è un fatto esteriore:
di sosia d’idee non mi parlano mai.

sosia.jpg

Per i miei ventun anni, appena rientrato da un viaggio durato un anno, mi regalai questi versi. A volte le celebrazioni non funzionano, hanno un ché di formale, tuttavia affrontavo un tema a lungo meditato e su cui mi interrogavo costantemente. La necessità costante che abbiamo di attribuire e di avere o meno dei sosia è in fondo un mistero dell’esistenza, un appiglio della prima conoscenza, un gioco… poi nella profondità di un rapporto le sembianze danno spazio ad altro, qualcosa di meno evanescente.
(VII – 23.10 A)