FULGORI

La rimozione – soft – può anche essere una forma di scaramanzia, forse per questo mi limito ad esaminare, quasi esclusivamente, sogni piacevoli o almeno non spiacevoli. Dico questo perché potrebbe sembrare che ne descriva di molto simili sotto certi aspetti.

Quello che mi accingo a trattare, ormai datato, mi colpisce per alcune immagini, soprattutto per la parte più emotiva e piacevole, e per chi non ha mai avuto un sogno ricorrente, posso comprendere questo tipo di suggestione molto realistica presente in tante altre avventure oniriche, benché con eventi e protagonistǝ diversǝ.

La vicenda inizia quanto il riferente aveva tredici anni, appena terminata la seconda media, agli albori dell’adolescenza; è una di quelle storie impossibili che si coltivano a quella età, ma che in molti frangenti continuano a perpetrarsi per il resto della vita, compreso il rimuginare i tempi andati per trovare spiragli che non ci sono.

In fondo, nel caso specifico, non vi è mai stata una esposizione diretta, altresì molto è stato sottaciuto, disseminando “letteratura” affinché arrivasse a destinazione, con sguardi o forse con lumate insistite e scoperte da Lei, con conseguente imbarazzo. La passione si è trascinata così per anni finché non si sono più visti e ancora è così. Sono fatti che i più dimenticano o almeno così sostengono, non posso sapere la verità di chiunque. Ma c’è anche chi non dimentica nulla e semmai si distraesse, ecco il sogno pronto a rinfrescare la memoria.

E’ questo un fenomeno strano perché stravolge completamente la realtà, lo spazio e il tempo, ma ti dà le identità, forse i volti, ma occorre prenderne nota altrimenti a lungo andare sorgerebbero dubbi su chi e su cosa…

Tale storia è complessa, ne resta la parte centrale e conclusiva di forte intensità emotiva, di sensazioni realistiche. Ne è protagonista un grande amore adolescenziale tra il narratore e Am, la ragazza; un amore vero quanto platonico benché duraturo, con una sorta di “Beatrice” personale, la vera, non quella angelicata nella Comedia. A lei è stata dedicata anche una poeesia ermetica, scritta a quei tempi… Un lungo romanzo di pochi versi, di topoi privati, di paradossi, citazioni, suggestioni, figure retoriche…

La visione onirica si svolge in un paese della zona, forse M (il nome intero svierebbe dalla verità invece che sostenerla; tanti gli elementi estranei, cui, per trovare un nesso occorre fare giri assurdi, talvolta irriferibili). Il nostro – con la sua compagna – crede di vedere un’osteria e vi si dirige. Per accedere scende dei gradini, il locale è sotto il livello della strada, l’uscio è rustico. La penombra rivela una rivendita di scanni ove si consumano anche bevande (!) e appare Lei, non ci sono dubbi che sia Am, vi è una sua foto appesa che lo conferma, ma ora è adulta, appena sfiorita, eppure mantiene il suo fascino misterioso e potente.

Sta nel locale insieme alla sorella minore che è stata sempre empatica nei confronti di lui. Eppure viene incontro Lei, si avvicina tanto, si sfiorano i rispettivi corpi, accosta talmente le labbra al suo viso che scatta un bacio quasi orgasmico, ne nasce un breve dialogo, il rito dell’agnizione e osservata la sua perplessità mista ad emozione, gli dice “Non pensare a quello che è stato prima tra noi”, dunque ora lo vuole, ma certifica anche che prima non lo voleva… Per dirla con Rachele: la signora prima non lo voleva e poi lo voleva?

Il sogno si dirama in varie situazioni (è situazionista!), con echi, suoni, sogni nel sogno: lui ha un dialogo rassicurante con la sorella A2 (si narra di un amore talmente forte che l’infatuazione si estese pure alle sorelle), poi trova Lei in cantina in complicità con la sua compagna, pacate, confidenti, si avvicina… e qui tutto sfuma nel risveglio, quasi a lasciare qualsiasi finale a chi lo fa, lo ascolta, lo legge.

Esso, per quanto surreale, può sembrare facilmente interpretabile, forse riferibile a una sorta di desiderio latente, auto-telepatia, dato che non era un periodo in cui la pensasse particolarmente, ma l’onirismo ha queste caratteristiche, riesce a leggere nei meandri della mente.

La circostanza si verifica nel fulgore mattutino, quando il torpore è più forte della luce che piuttosto si riflette in un film. Lei appare nella semioscurità, una sconosciuta che presto si rivela, matura, e l’unico rimpianto è il tempo che è trascorso senza vederla.

Se proprio si volesse trovare una ragione per questo sogno, potrebbe essere la fusione tra una sorta di complotto dei sensi che non la hanno mai dimenticata e perpetrano un amore ormai antico, ma sempre vivo, insieme al piacere per il cinema surreale di David Lynch… altro lungo capitolo…

fulgori

37 Fulgori (87 – XX.XXXIII – 8.5 a) a 30.10.2022

PROFUMO INTENSO DI TRENTA ROSE

Brevi “ere” le nostre, anche quelle dimenticate, che ogni tanto riaffiorano dalla familiare “letteratura”. I signori dell’informatica in un’escalation, in un climax ascendente sempre più rapido, ci hanno trasformato la vita quotidiana dagli aspetti fondamentali fino ai minimi particolari… la stessa scrittura, la vita sociale, perfino gli amori. Le lettere sostituite dalle @mail, la scrittura dalla carta ai blog, la socializzazione in piazza sostituita dalle chat, fino a soluzioni sempre più minimaliste: sms, social, whatsapp… l’ impigrimento programmato.

Non posso affermare che questa interpretazione del “benessere” da parte dei leader delle società informatiche sia esente da danni, dunque anche portatrice di “malessere”, tuttavia i pochi tentativi di contrastare il fenomeno sono stati generalmente fallimentari o relegati a scelte personali e di piccole comunità.

Una delle ragioni di chi utilizza criticamente questi mezzi, è appunto usarli senza essere usati e in effetti la guerra dall’interno si mostra più efficace di quella che li ignora. In realtà molti manager, sotto la pressione di un’utenza che non si fa usare, hanno più volte dovuto fare marcia indietro (servizi a pagamento, contenuti irricevibili…), eppure tengono banco tanti aspetti diseducativi che passano incontrastati, come la pubblicità, la sottile propaganda, il controllo dei contenuti, la censura, anche con i cosiddetti algoritmi, ergo, si sono creati gli strumenti per far leggere ai più i contenuti che vogliono loro.

Cosa c’entra questo discorso con il profumo delle rose? Solo uno degli aspetti concreti collaterali. Riguarda la scrittura e gli amori nati su internet in poco meno di 30 anni. Non mi risulta sia stata prodotta finora grande letteratura dalla posta elettronica a facebook, dagli sms a whatsapp, eppure sono stati pubblicati dei libri, ne ricordo uno a base di sms; immagino siano aspetti che hanno occupato anche il cinema e la tv, come la presenza dei telefonini. In realtà, come dicevo, hanno occupato ogni aspetto della vita, se è vero che oggi relazioni e anche amori nascono nella miriade di chat esistenti, ma anche sulla post@, sui social, perfino sui blog, peraltro un po’ in crisi a causa del boom fb, twitter, instagram… e la crisi porta anche minori possibilità che in passato, molte piattaforme hanno chiuso, benché un blog contenga anche – o contenesse – l’aspetto più vicino alla cultura delle opportunità informatiche.

Una condivisione di temi in versi o in prosa spesso era l’avvio per un approccio più intenso che si sviluppava con lettere elettroniche e talvolta culminava in incontri, contro il più effimero rapporto di appuntamenti via chat o social: la scrittura di un certo impegno contro il telegramma, in sostanza.

Dal generale al particolare, in questo contesto nasce anche, il profumo delle rose, un rapporto intenso di mesi, e le rose, trenta, sono un omaggio per un compleanno, simboli di un’intensa passione la cui nascita prescinde dalla forma e non limita alcuna prospettiva.

La passione ha sviluppi insospettabili e simboli imprevedibili: il mistero, la profezia, sgorgano da ogni parola, il rituale celebrativo non ha confini, come non li ha l’etere, pertanto si incrociano anche gli idiomi:
“Sueño besar un verdadero poeta… en la boca, claro que si… te deseo”.
“Renderti le labbra opache di sensi, negli occhi carpirti il piacere che desidero darti… Yo tambien te amo”.

Si scomodano i bastioni cittadini, la poesia provenzale, i salmi e possibilmente “Il cantico dei cantici”, perfino Luis Buñuel e Carole Bouquet (Cet obscur objet du désir).

E’ sempre complicato comprendere come possa affievolirsi una simile esaltazione, eppure…

L’inverno è lungo, molto più della bella stagione, che proprio per questo scorre rapida e si lascia dietro rimpianti.
Le belle giornate d’inverno si ricordano di più proprio perché rare e tali sono anche quelle senza sole, quando il fortunale si abbatte contro le case, ma noi stiamo dentro al caldo del camino a rimestar castagne o tra bei sogni nel tepore del letto. Allora anche la tempesta racchiude in se quel non-so-che di lirico.
L’inverno ha code anche in primavera e che dire dei temporali estivi, ma passeggeri, alla fine dei quali rimane l’intenso odore di terra e il ritorno della sfiancante calura. Intemperie…

101 a sonia

36 Profumo intenso di trenta rose (101 – XXIV.XL – 16.4 a) a 28.9.2022

IL GIOCO ASSURDO

Dopo averlo discretamente citato “il gioco assurdo” sale alla ribalta direttamente, si prende la sua rivincita, il suo spazio, basta citazioni estemporanee. Potremmo scrivere giocassurdo tanto è univoca e chiara questa situazione, riconoscibile e definibile tale ogni volta che ritorna; come è vero che ognuno di noi ha un proprio linguaggio, propri campi semantici, che estende e restringe in base a tante variabili esclusive proprie di una sola persona.

Diciamo questo perché chissà se nell’introdurre il concetto sarà resa esattamente l’idea, anche perché il fenomeno è abbastanza ricorrente e stupisce sempre, come davanti a un dejà vu.

Il giocassurdo è come un romanzo, lo puoi vivere in prima persona, o esserne osservatore esterno; può anche essere piacevole, intrigante, allora si può coltivare, prendere a piccole dosi, senza fretta. Ma come negare che spesso è stressante e deludente, evanescente, snervante… soprattutto se non evolve positivamente e resta assurdo. Esso è peraltro complice del sogno, di ispirazioni oniriche mattutine.

Quando lo vivi il sogno è realtà, diventa sogno quando lo descrivi, lo racconti, ci ripensi… e allora – come se di esso si potesse fare la cernita, passare al setaccio – separi gli elementi reali dalle mere fantasie oniriche.

Il narratore, confessa, non ama raccontare qualsiasi sogno, predilige quasi esclusivamente quelli che evocano amori, dai più piccoli ai grandi, perché il sogno è come un film, dunque deve piacergli, il dramma è che non si può scegliere, non si ha un telecomando e occorre sorbirsi ciò che passa il convento.

Occorrerà dire che la scrittura è terribile, circuisce che manco il carisma più potente… Ebbene, quando piace una donna, insomma quando si è proprio persi, se anche lei ha un nome molto corto, lo si pronuncia sillabando quasi fosse una riserva di piacere, lentamente, in modo che duri a lungo, almeno come un nome di quattro sillabe; tale è la frenesia e la passione, che si è subito smascherati e si prova pure imbarazzo: ma cosa non si farebbe per una seppur minima estasi.

Così inizia il giocassurdo. Le reazioni sono diverse: chi semplicemente sorride e permette che il gioco continui, chi (te ne accorgi dall’espressione) pensa “questo è matto”, o ancora chi chiede esplicitamente se ci stai provando, e tante altre variabili.

Ma a noi ora interessa la prima reazione, quella che innesca il gioco, che si chiama assurdo proprio perchè è un lungo tiremmolla che non si sa mai dove vada a parare.

Un altro step sono gli sguardi, lumate sostenute e ripetute, apparentemente casuali, la cui intensità è quasi esplicita, dunque si è acquisita una certa sicurezza o ci si prende un forte rischio al limite dell’audacia e dell’impertinenza, perchè se lei lo costringe a distogliere lo sguardo, quello si perde fintamente desolato su punti ben precisi del suo corpo, quelli che i più impudenti chiamano “burrosi”.

Nel sogno lei, come se penasse per tanta spudoratezza, mostra qualche grinza e mollezza giovanili – ma neanche più tanto – per le quali lui freme ancora di più, in quella sorta di passione per le imperfezioni femminili che in certi contesti accrescono l’ardore ben più di un corpo perfetto, plastico, scolpito… quello che non ha capito chi ricorre a ritocchi vari…

Il gioco è ormai avanzato, il re è nudo, è lei che ora può giocare con più disinvoltura e da lontano manda baci più o meno celati, più o meno equivoci, fa gli occhi dolci; la situazione si rovescia, ora è lui in forte imbarazzo, perchè in questo gioco nulla è leggibile con certezza, neppure i gesti apparentemente più espliciti, che anzi sono quelli più ambigui e invitano semplicemente a proseguire la commedia.

Il sogno non dà conclusioni, spesso si interrompe sul più bello, pertanto la scrittura deve fare un po’ di acrobazie, ricorrere a molte delle sue prerogative per coprire le lacune oniriche… Avendo peraltro il sogno dato luogo a versi – e oggi è risuonata di nuovo la frase “i versi non si spiegano” – qui infatti si “narra” il sogno, non si spiegano versi.

Di essi potremmo raccontare alcuni aneddoti assolutamente esterni, che non li riguardano, in quanto hanno prodotto, come altri, fraintendimenti: il mondo quando scrivi ti interpreta, ti studia e studiare una sorta di ermetismo non è mai semplice. Diremo solo che in quel brano c’è un verso, anzi una parola variabile: per il nome di quattro sillabe di cui sopra è stato usato un omoteleuto, uno stratagemma retorico per confondere ancora di più le acque.

89 il gioco assurdo

35 Il gioco assurdo (85 – XIX.XXXII – 31.10 a) a 23.08.2022

DONNA M’APPARE E MI PLACA IL CUORE

Uno sguardo fulmineo e inatteso, un contatto, una tenerezza, e altrettanto improvvisamente il percorso opposto ugualmente imprevisto, sorprendente e per certi versi inquietante ed enigmatico.

A volte capitano davvero cose strane, in realtà non sempre piacevoli, ma talvolta sì, e allora magari vorremmo che ne accadessero di più, soprattutto quando di quelle belle non ne avvengono da mesi o talvolta da anni. Allora la memoria. che aveva messo una pietra da tempo su quella storia, va a rivangarla, ne vuole cogliere quel flash positivo, gradevole, incredibile nella sua, addirittura, banalità. Eppure a me è stato insegnato che talvolta anche il banale ha un proprio valore, e non effimero. Si, tergiverso, non è una lunga storia e quella sgradevole è durata più di quella banalmente gradevole.

Ero ancora matricola, avevo preso posto un po’ casualmente nell’aula a tribuna per seguire la lezione di Letteratura Latina. Il prof iniziò la sua lezione; la Sua caratteristica più rilevante era che ci dava individualmente del voi, e collettivamente del loro… Si comportava da barone nei confronti di borghesi? era fedele al duce? o semplicemente, pur non essendo esattamente un provisional dell’IRA, adottava dei comportamenti eccentrici di imperiale memoria? Egli era molto attratto dalla fredda cultura marmorea, infatti era un patito dei Carmina (o Carmen).

I Carmina sono stati le prime testimonianze della letteratura latina e hanno avuto seguito anche in epoca cristiana, fino al basso medioevo. Essi venivano usati dai Romani per esprimere una poesia dal tono solenne, di carattere rituale e propiziatorio, manifestata anche mediante iscrizioni prosastiche. Poteva ad esempio trattarsi di un confronto enfatico tra il celebrato e i suoi commensali, dove il primo veniva paragonato a un antico illustre, in quanto persona tanto al di sopra del suo tempo da poter essere paragonato solo alla stregua dei grandi del passato. A questo proposito si ricordi che anticus per i romani era sinonimo di migliore. Gioite pertanto voi cui è stato detto: pagu antigu!

Successivamente vennero chiamati in questo modo quei canti, in versi saturni, che venivano intonati, improvvisando, durante i banchetti o per inneggiare il trionfo di un condottiero. I testi in argomento erano i Carmina Latina Epigraphica. Ma dove è andato a pescarli questi Carmina? è da una settimana che ne cerco almeno uno! Evidentemente anche durante l’impero romano e nei tempi immediatamente successivi esistevano delle avanguardie, per pochi eletti…

Bene, in questo contesto – quasi che anche le lezioni universitarie avessero adottato le interruzioni pubblicitarie -, quello che distrattamente avevo ritenuto un collega e sedeva davanti a me, un gradino più in basso, si voltò verso di me con una velocità notevole, quasi che stesse meditando quel gesto da diversi minuti; aveva un sorriso stampato in faccia, capelli cortissimi ed era evidentemente una ragazza… Non so se il mio stupore sorridente durò più o meno del tempo che lei impiegò per una sorta di presentazione e per chiedermi degli appunti, così a bruciapelo. Disse qualche altra parola riferita allo studio… Quei pochi secondi somigliavano più che altro a un approccio il cui scopo ultimo era tuttavia inesplicabile anche per la singolare modalità in cui si svolse.

Ci demmo appuntamento al termine delle lezioni, tutto filava abbastanza liscio, la conoscenza, insieme alla confidenza erano cosa fatta, tanto che da quel rapido movimento di collo del mattino sembrava passata un’eternità, sebbene ancora abbia dubbi sul fatto che il secondo step sia avvenuto lo stesso pomeriggio o un altro giorno.

Fosse quel che fosse, al termine di una passeggiata accademica di sapore intimo, memore di altre esperienze andate in un certo modo, tirata la sintesi delle funzioni trigonometriche dei casi, le chiesi un bacio. Lei fece letteralmente un balzo, era chiaro che non se lo aspettava; dopo qualche mormorio incomprensibile, proferì le parole più ingenue di tutta la storia: “Va bene che mi sono appena lasciata con il mio ragazzo, ma insomma…”. E cosa vuoi che ne sappia io che ti sei appena lasciata con il tuo ragazzo. Recupera padronanza di se stessa in pochi secondi e “Vuoi un bacio? Eccolo”, si inerpica e mi bacia sulla guancia, poi confermiamo l’appuntamento per più tardi per studiare insieme in sala di lettura.

Lettura, appunto, ma delle situazioni! Non che sia così semplice, ma non mi lamento, il mio è solo un auspicio.

In breve Silvia mancò all’appuntamento, la attesi abbastanza, poi decisi di continuare a studiare in un’aula, come usavo… Passò qualcosa come una mezz’oretta e la santarellina, proprio lei, apparve sulla porta nella sua massima disinvoltura e in compagnia, cercava un’aula libera… il conto dell’inganno era presto fatto.

Il resto sono brevissimi episodi in cui lei cerca di tornare a parlarmi seppure con modalità più imbarazzata, la evito, ma la curiosità è sempre più forte del rancore più o meno legittimo: sentire le sue parole giustificative di un simile comportamento.

Passarono mesi prima che mi decidessi a soddisfare questa esigenza… La trovai a studiare in fondo a un corridoio del Corpo Aggiunto vicino all’aula magna, i capelli erano ormai lunghi… Mi parlò come se ci fossimo visti il giorno prima, ma il rancore era il suo: non le avevo passato alcun appunto.

Che storia è questa, direte. Un mese dopo il fatto scrissi due sonetti di ispirazione stilnovista, uno in sardo, uno in italiano; per quest’ultimo, quel voltarsi come un’apparizione istantanea sorridente non poteva essere dispersa in se stessa, fu il suo grande avvolgente regalo, tuttavia ingannevole quanto sembrasse vero. Nella realtà c’è tanto di non detto, difficile fare ipotesi: forse esperimenti di circuizione, con gesti, contatti felini, fascinazione, per poi negarsi in modo singolare, non chiudere per fartela pagare. Sole e luna per certi versi: tramo l’ignoto e capto l’errato.

78 donna m'appare

34 Donna m’appare e mi placa il cuore (76 – XVI.XXVIII – 6.4 a) a 31.07.2022

FASCISTE!

Quella mattina arrivò presto, se ne stette seduto sul muretto privo di alcuno stile che fungeva da passerella di accesso alla facoltà, ma piuttosto defilato, vicino alla libreria, postazione scelta non a caso: da lì poteva osservare la fiumana di colleghe che, scese dall’autobus, si dirigevano verso l’ateneo, anch’esso senza stile, o almeno privo di uno stile artistico codificato, un palazzone parallelepipedale con qualche rifinitura agli ingressi, tuttavia piuttosto funzionale all’interno, costruito a cavallo tra anni Sessanta e Settanta del secolo scorso a “Sa duchessa”. Antonio lo conosceva bene, ormai nel mezzo degli studi, ma aveva iniziato a frequentarlo pochi mesi dopo l’inaugurazione: da lì partivano e tornavano i cortei studenteschi, nell’aula magna si svolgevano le assemblee movimentiste, i vari collettivi, le attività culturali che coinvolgevano anche gli studenti medi. Fin da subito ne aveva conquistato la quasi totale agibilità politica il “Movimento studentesco” di Mario Capanna, il gruppo della nuova sinistra più organizzato a Cagliari, o almeno in facoltà di Lettere.

Benché edifici, muretti e immobili vari fossero come allora, i tempi erano cambiati, o almeno, i motivi per cui Antonio se ne stava là seduto non erano strettamente politici.

L’attesa di pochi minuti appariva lunga ore, finché, prima che il suo volto, gli giunse l’eco stonata della sua voce mattutina, maldestra, goliardica e prepotente. Un fiume in piena inarrestabile che travolgeva completamente i suoi piani; la osservò procedere, probabilmente non visto, e dopo qualche secondo di smarrimento, contrariato, ne seguì i passi a debita distanza.

A freddo la riflessione divenne inesorabile: le congetture fantasiose che avevano ipotizzato un semplice incontro chiarificatore non erano altro che chimeriche sovrastrutture, pura immaginazione, ormai non aveva più nessuno da attendere.

Eppure la memoria lavorava, si volgeva al passato, a quando ancora non la conosceva e al massimo incrociarono qualche sguardo nelle aule a tribuna, finché probabilmente si accorsero, nel secondo anno, che frequentavano diversi insegnamenti comuni, si arrivò prima a scambiare qualche battuta, fino all’appuntamento fisso nell’atrio dove si producevano in vere e proprie conferenze, trasferite a fine anno anche all’esterno con soluzioni più dialogiche e qualche sorta di avance da parte di lei.

Entrambi trascuravano ormai le altre conoscenze, si attendevano, si cercavano, si trovavano, cominciavano a frequentare insieme eventi, il rapporto non dichiarato da due anni si faceva sempre più intimo, fino all’arrivo dei primi baci, un’esplosione di passione: la relazione ebbe inizio.

Ma non è questo il nostro interesse, lo è piuttosto la personalità di Lisa fusa alle sue stesse idee, alla sua filosofia, che pare ella sperimentasse nella pratica.

Sostanzialmente Antonio sembrava non avesse capito granché, semplicemente perché non è tipo da giudizi sommari, altrimenti gli apparirebbe tutto chiaro, ma questo lungo tempo della loro conoscenza rivelava dei fatti, apparentemente su due livelli, uno personale e un altro ideologico/sperimentale.

L’analisi del primo livello è apparentemente normale, una conoscenza progressiva, piuttosto lunga, a tratti colta, che poi subisce un’accelerazione più esplicita da parte di lei, ma teorica. Il passo decisivo è demandato al maschio, e perché? Qui subentrano le idee della ragazza, che si è presto definita di destra (“un’altra fascista!” commentò tra se Antonio, sempre stato di estrema sinistra, ma che calamitava una fascista dietro l’altra, e manco sarebbe stata l’ultima, tanto che la cosa rappresentava un fenomeno che cercava di studiare, dandosi al momento vaghe soluzioni).

Tuttavia Lisa era poi passata a militare in Rifondazione comunista con l’intervento di un’amica, ma questa altalena non si fermò lì, tornò a simpatie fasciste e di nuovo comuniste, fino a non saperne più lo stato al momento in cui la perse completamente di vista diversi anni dopo, quando da tempo entrambi avevano concluso gli studi e creato famiglie autonome.

L’ipotesi di Antonio era che lei, con tutta una serie di relazioni concomitanti, sperimentasse le più svariate reazioni dei partner, continuando peraltro in qualche modo a interagire, nel presupposto che riuscisse a manovrarli.

Dopo due anni di conoscenza e un mese di relazione, la chiudeva d’autorità: NICHTS! KEIN! Si comportava da “captiva”, simulava di essere prigioniera, ma poi veniva fuori la malvagità: dalla cattività alla cattiveria, secondo un modus pensandi assolutamente fascista.

Dietro questo stava tutto un copione letterario, ci fu perfino il romanzo galeotto: lei prendeva, gestiva, dirigeva, perfino i silenzi, gli scambi accademici e le attività, poi “razionalizzava”.

Scrisse Virgilio, illustremente citato, “Adgnosco veteris vestigia flammae”, trattavasi certamente di altra fiamma… sebbene anche lui fosse fissato con la patria italica.

86 fasciste!

33 Fasciste! (83 – XVIII.XXX- 6/11.4 a) a 1-4.7.2022

IN LAUREA DI ANNA ALESSI

Vorrei esordire parlando di sogni, vorrei, ma nonostante abbia un’infarinatura di cose lette e sentite, nonostante abbia letto qualche anno fa “L’interpretazione dei sogni” di Sigmund Freud, non credo di aver acquisito molte competenze, anche perché quando si hanno multipli interessi e i sogni, benché rappresentino un fenomeno che ispira curiosità, non sono le tue priorità, le informazioni acquisite regrediscono.

L’interesse su un proprio sogno, peraltro, può variare a seconda del suo contenuto, possono esserci sogni abbastanza crudi, piacevoli, surreali, comuni, incubi e via dicendo.

Quello che ho ora in mente è un sogno fantastico, piuttosto surreale, ma basato su un fatto che accadeva proprio mentre lo sognavo: la laurea della mia cara amica Anna. Potreste pensare a strane sessioni di laurea notturne. No, in realtà, il giorno precedente avevo dato un esame, per cui quella mattina mi svegliai piuttosto tardi dopo giorni di studio intenso, insomma, fu un sogno mattutino, che aspirava al pseudo-profetico.

Peraltro Anna si laureava con una tesi su Carlo Levi, quello di “Cristo si è fermato ad Eboli”, del quale avevo letto e scritto ancora adolescente “Paura della libertà”, arte filosofica meno surreale, ma per me allora piuttosto ostica, ma l’adolescente può!

A distanza di tempo il ricordo del sogno, già complesso in se, si è fatto vago, l’unico soccorso posso averlo dai versi che scrissi nell’immediato, sia per omaggiare Anna, sia per la particolare coincidenza, nonché per la particolarità dello stesso.

Diciamo che ho sempre amato il cinema surreale, da Bunuel a Jodorowsky, da Arrabal a Makavejev, fino a Kieślowski e quant’altri, ma per definizione quel genere di racconto, quel tipo d’arte, è piacevole come tale, per i suoi quadri, i segmenti, al di là di qualsiasi tentativo di interpretazione e comprensione, benché ci si avventuri in quell’esercizio; più o meno è così anche per il sogno.

Il reportage onirico in oggetto (per il gran caldo? Fine marzo… quando non si capisce se si devono o meno alleggerire le coperte) era preceduto o iniziava con una sorta di incubo, visione di piccoli rettili, forse fobie recondite o ancora presenti, una sorta di transfert nell’impegno che stava sostenendo l’amica, o semplicemente una sorta di suggestione legata a tutta una complessa attività di studio, tra spleen, ça ira, ennüi… Simbolismi strani, ermetici, in una sorta di carrellata, finché nel sogno mattutino si intravede una figura in primissimo piano, con particolare sulla nuca che mostra una sorta di tatuaggio; è una sorta di stacco, di cambio di scena, perché si fa lentamente nitido il volto di Anna, fino alla figura intera. Siede su un alto sgabello al centro di una delle nostre aule universitarie, la sua immagine è statuaria, silente, mentre lo sguardo onirico inquadra una teoria di volti, è la commissione che la interroga. Mi trovo là, forse avrei voluto esserci, i dieci saggi mi vedono, capto la loro attenzione, una specie di comunicazione, una situazione che non è dato interpretare, ma che combino con i miei trascorsi sull’oggetto della tesi, su Carlo Levi, anche pittore e la paura della libertà, i vari significati del sangue e la liberazione della donna ad essi connessa.

Ma è un sogno e come tale non ha una logica intelligibile come la realtà, pertanto riparte per la tangente e dove c’era Anna vi è ora il busto marmoreo di Cesare Augusto e un alternarsi di ermetismi sfingici. In realtà sono il lauro, l’alloro, la laurea.

A distanza di anni il ricordo del sogno è generico, nonostante l’averne scritto subito al risveglio offra ancora dei particolari. Furono momenti di meraviglia, stupore, come di un sogno telecomandato, ma neppure lontanamente immaginabile.

Appena possibile ne parlai con Anna che si mostro molto curiosa del fatto, mostrò gradimento e le donai la pergamena con il testo dei versi che composi appena il giorno dopo. Naturalmente mi chiese del significato di quei versi così enigmatici, cercai di fare del mio meglio, ma io stesso ero colto alla sprovvista; scrivere di un sogno è come scrivere sotto dettatura senza la possibilità di poter avere assoluta certezza del senso di tutto.

Mi sono sforzato di essere leggibile, il resto lo lascio agli interpreti di sogni altrui, anche se devo confessare che una mia teoria ce l’ho, ma, pensate un po’, non la rivelerò, benché abbia molto del segreto di Pulcinella.

90 in laurea

32 In laurea di Anna Alessi (86 – XX.XXXIII – 31.3 a) a 20-23.05.2022

BRESCIA SUGGESTION

L’entusiasta sorride ed è felice per poco, figuriamoci per un viaggio avventuroso a Budapest, in tempi ancora di pace, in tempi in cui non c’erano i governanti reazionari che hanno sensibilmente inquinato la già instabile democrazia europea, gli Orban, Zelensky, Putin, Duda, per non parlare degli extracomunitari Biden e Johnson… e dei nostri innominabili.

Il treno riattraversa Croazia e Slovenia. Lui vive di rendita, delle soddisfazioni trascorse, si addormenta e salta Trieste, la sua fermata. Ma poi… è straordinario come un luogo possa immediatamente trasformare le sensazioni e portarci in una nuova dimensione, benché si sappia da dove si viene.

Ed ecco la stazione di Brescia, è come cambiare capitolo, parte, storia, romanzo; tutto ha un nuovo inizio, la consapevolezza di essere sotto il suo cielo accende il desiderio e la passione, allora osserva, in una sorta di sensazione tridimensionale: suggestione, astrazione, lucidità, lei non c’è, ma la vede, cammina di spalle verso l’uscita, e inizia il sogno ad occhi aperti, il film, chi gli sta accanto diventa lei, una tempesta di emozioni.

Camminano insieme per le strade di Milano, la sua città d’adozione, del suo successo, ove vive le sue svariate dimensioni, il percorso è quasi banale, nel senso che rivisitano luoghi già visti una marea di volte, zona Centrale, Duomo, Galleria, Scala, Omeoni, Statale. Discorsi seriosi superati da pensieri diversi, approcci dominati, tuttavia progettati all’infinito, e sguardi languidi, risolti in un’esplosione di passione appena contenuta, abbozzi di baci e carezze, abbracci camuffati.

Vi è una consapevolezza non rivelata che ormai invade entrambi, siamo al gioco assurdo, tra trasparenza e simulazione. Lui cerca la sua anca, un messaggio del corpo manifesto, ormai percepisce le sue morbidità, confusamente la invita a sedere nel parco, i corpi sono ormai appiccicati, anche le guance, benché i visi continuino a guardare dritto davanti a loro, consapevoli che un incrocio di sguardi sarebbe fatale.

Il suo seno pulsa visibilmente, si scopre nonostante l’umidità del pomeriggio settembrino, che diventa pretesto per un insidioso abbraccio. Due menti cercano ormai una via d’uscita, i corpi sono pressoché ignari di dove si trascinano. Un angolo del palazzo occupato della Statale sarà la loro baita, dove raggiungerà il suo letto e il buio sarà galeotto over and over.

Un intelletto passionale sogna spesso a occhi aperti, elabora le sue visioni sviluppando incontri, segnali, fantasie, parole, si astrae di giorno, ci dorme la notte. Al di là della bizzarria in se, diventa uno strumento fondamentale anche per superare qualche momentaccio, come quelli che si vivono oggi e ispirano invero pensieri meno gradevoli.

Dunque, a mio avviso, l’elaborazione di un episodio anche trascurabile può diventare una sorta di rimedio da applicare secondo necessità, non diversamente da una tisana, un frutto, un dolce, insomma un metodo per essere positivi.

Un pensiero riguardo alla scrittura, un modo di concepirla. Un racconto di qualsiasi genere (ad eccezione di un lavoro scientifico, storico o saggistico) deve avere necessariamente un aggancio con la realtà, perché in questo modo acquisisce un valore aggiunto, può ad esempio essere una norma per affrontare in modo letterario un fatto che ha avuto nella realtà un epilogo differente, con tutta la miriade di possibilità di altro tipo, dunque realtà e fantasia che lavorano insieme per raggiungere i risultati svariati più compositi.

Questa opinione non viene sostenuta da chi ritiene che un’opera letteraria, come anche un romanzo, una poesia, non tanto debbano, ma possano essere completamente di pura invenzione dell’autore, senza alcun riferimento alla realtà. Da parte mia ritengo che questo sia anche possibile, ma da un lato vedo difficile che chi scrive un testo di valore possa prescindere completamente da qualsiasi tipo di esperienza diretta: non troverei qualcosa di totalmente avulso dalla realtà particolarmente interessante, al contrario ritengo che anche un minimo riferimento a qualcosa di realmente accaduto dia al lavoro, appunto, quel tocco di interesse in più anche per il lettore, specie per quello più attento, che ama ritornare sulla scrittura, sulla biografia dell’autore, scoprire gli agganci con la sua storia e dare all’opera un plus valore, un maggiore interesse.

Per questo la letteratura ha giustamente una sua storia, i suoi periodi, i suoi stili, le sue correnti.

101 linda's suggestion

31 Brescia suggestion (97 – XXIII.XXXIX – 19.2 a) a 25-27.4.2022

 

I COME FROM BUDAPEST

E’ possibile superare il personale senso del pudore? E’ un problema che andrebbe analizzato, magari anche risparmiando Freud. Il problema è sì personale, ma anche molto politico, e se vogliamo, insieme, sociale. Ho sempre rifiutato le annose censure che tiravano in ballo il comune senso del pudore: nessuno è obbligato a vedere, leggere, ascoltare, qualcosa che lo disturbi; si informa prima o al limite se ne va. La faccenda è che chi tirava in ballo questa locuzione reggeva benissimo i contenuti rappresentati, ma non accettava che potessero avere una diffusione popolare e interveniva con richieste censorie soprattutto per il gusto di amplificare le proprie prurigini oscene. C’è una vasta letteratura e cinematografia in proposito. Sembrerebbe un argomento superato da lustri, ma invece la censura fa di nuovo capolino e molto a sproposito.

Ma l’incipit non ha nulla a che fare con queste storie del passato, riguarda esclusivamente il pudore personale, qualcosa che può spingersi fino all’autocensura o meno, a giudizi di opportunità complessi e differenti, che possono variare in base alle persone eventualmente coinvolte, al grado di conoscenza e intimità: dunque evidentemente prendono in considerazione il giudizio degli altri, altra espressione sovente oggetto di contrasto. Eppure tale giudizio non può avere alcuna importanza se non per le persone a noi care o che ci interessano a vario titolo, le uniche cui potremmo dare tranquillamente spiegazioni. Ben inteso, ciò è fattibile, se ce ne fosse bisogno, anche verso un pubblico “altro” e non polemico, o almeno dove l’eventuale polemica non superi il rispetto e non sia pregiudiziale.

Questo prologo è forse eccessivo rispetto a contenuti che voglio affrontare e ho già affrontato, eppure i tempi presenti ci stanno abituando a mettere le mani avanti, perché l’esercizio del voler intendere una cosa per l’altra, è uno dei più diffusi. Siamo al doversi districare tra prudenza e azzardo, specie se l’equilibrio non paga…

L’estate è ormai giunta al suo canto del cigno. A Trieste di sera cala il fresco e oggi si è alzato anche un forte vento, il treno per Budapest partirà alle 23,30 dal binario 7; intorno ci sono già vari gruppi di persone, il più folto è composto prevalentemente da ragazze e il nostro viandante incrocia immediatamente lo sguardo di Ghina e ciò si ripete e si ripete. Lei è una ragazza rumena, torna a casa dopo una trasferta in Francia, il suo gruppo viaggia in treno, evidentemente a tappe. E’ carina, ma si distingue rispetto alle altre per l’essere la più espansiva, vivace e spigliata, una leader in qualche modo, ma sa essere anche riflessiva, attenta.

Al momento di salire in vettura lei e Tony, apparentemente inavvertitamente si urtano leggermente, lei dice subito “Sorry!”, ma l’imprudenza è stata di lui, che infatti farfuglia qualcosa in una lingua probabilmente inesistente e non fa a meno di elaborare l’episodio come un pretesto per attaccare discorso, almeno vorrebbe…

In treno, guarda caso, lei gli sta di fronte… la fissa con insistenza, come per una sorta di capriccio; lei non sta ferma, fa dei giri sul treno, si spinge a commentare quegli sguardi con esclamazioni monosillabiche di misteriosa interpretazione, una sorta di presa d’atto dell’interesse destato, tuttavia non trovano modo di rompere il ghiaccio; lui anzi, forse per rivalsa, attacca discorso con una Croata, molto scandalizzata perché il suo paese non è stato ancora accolto nella UE, specie quando apprende che invece è già dentro l’Ungheria e la Romania sta per esserlo. Il dialogo è una cartina di tornasole importante per Tony che si fa un’idea delle rivalità popolari negli stati dell’est. La ragazza però scende a Zagabria. Il treno sostanzialmente si svuota, ma il gruppo rumeno movimenta la serata e Ghina è una di quelle che richiama l’ordine. Quando è ormai tardi si siede nello scompartimento alle spalle del ragazzo, che può vederla perché nella penombra i vetri del portabagagli fungono da specchio: è sola e pare cerchi di dormire, lui veglia, ma poi si addormenta. Al primo risveglio notturno se la ritrova accanto, è un segno troppo evidente perché possa ancora temporeggiare… “Sa o Roma, daje, daje, oro khelena daje…”.

Poco dopo l’alba il treno attraversa boschi e il lago Balaton, lei è già via, “confusion”… La vede appena a Keleti che confabula con un’amica… Ricorda un episodio accaduto a Parigi anni prima, ma lei era bolognese. Ci riflette, pensa esista davvero un linguaggio non eloquente a lui sconosciuto, come i famosi “tempi del libero amore”: capita di trovarsi in situazioni arcinote, ma che a qualche protagonista sfugge fossero così precisamente attestate.

………………………….

A Budapest è una giornata di sole, ma soffia un venticello gelido che ghiaccia gola e polmoni… Tony ha il treno alle 17,20 per rientrare a casa. Trova un’atmosfera diversa rispetto all’andata; è pieno di italiani questa volta, un caos di bagagli e biciclette, il suo posto è occupato, si sistema altrove.

Davanti ha una ragazza ungherese, tipo Ilona Staller agli esordi, attrice, ancora senza coroncina, capelli neri, occhi azzurri, seno esplosivo contenuto in un tight bra e lunghe gambe. Si chiama Csilla, è curiosa, sola, molto espressiva e altrettanto riservata. Si guardano costantemente, si sorridono pure, complici rispetto al baccano terribile della carrozza, che la rende anche scomoda; lei è gentile, comunica per lo più con lo sguardo. Lui vuole capire se scenderà presto o se è diretta addirittura in Italia, allora glielo chiede in inglese, lei risponde secca “Niet”… Gli viene il dubbio che sia russa o che l’espressione si usi anche in Ungheria. Ma il suo tono è scoraggiante, lo intimidisce e tace. Mangia disinvolta un panino e fa una telefonata, l’unica parola che egli coglie è “ziya” (termine comune a molte lingue slave)… Sta andando a trovare una zia?

(Solo molti anni dopo elaborerà un’idea sul carattere comune delle ragazze dell’est in base alla sua esperienza: esse, in genere molto belle, mostrano un costante sorriso che le fa apparire dolci, e lo sono, ma insieme possiedono una innata determinazione – che può incupirle o meno a seconda delle situazioni – e non mancano di mostrarla, anche con il sorriso, nelle situazioni che ritengono necessarie, come una sorta di propedeutica genetica all’autodifesa).

Si convince che scenderà in Ungheria, allora osa, la invita a sedersi al suo fianco (“Come here”), lei si alza e acconsente… Incredibile! Ha l’impulso di pizzicarsi… Nagykanizsa è quasi al confine.

100 I come from budapest

I come from Budapest (96 – XXII.XXXVIII – 9.9 fonyod) a 21-24.3.2022

ABOUT PROMENADE…

L’io, l’intimità, l’amore, cosa c’è di più personale e più intimo dell’amore? Niente probabilmente, anche perché racchiude un’infinita scala e varietà di sentimenti: l’amore davvero, se mi si consente la licenza, si può graduare come un vino, dal più forte al più leggero, da quello dolce a quello secco e si potrebbe continuare con le distinzioni. Sicuramente ogni amore è diverso, ma la gradazione può accomunarli nella diversità. Quelli dolci sono piacevolissimi, non danno grandi fastidi, quelli forti possono far male, sono struggenti, uniscono la gioia, il piacere, alla passione e talvolta alla sofferenza, al dolore, eppure sono quelli più voluti, mai dimenticati.

Questi ultimi amori, essendo di meno, sono più facili da ricordare. Immagino che ciascunǝ abbia un personale metodo per individuarli. Per quanto mi riguarda è tutto molto naturale, vi sono alcune gradazioni di passione, sentimento, riconoscibili nell’immediato o anche con il tempo e quelle più alte oltre ad essere riconoscibili per le caratteristiche e le comuni emozioni, rimangono indimenticabili e permanenti, i sentimenti persistono al di là dell’effettiva continuità del rapporto, perché il problema è che spesso nell’amore non vi è convergenza assoluta e duratura.

Mentre espongo un po’ sommariamente, ho in mente l’ultimo amore intenso, intensissimo; non devo ora raccontarlo, necessiterebbe, tenuto conto di vari aspetti, di un contenuto piuttosto voluminoso e complesso, intendo trattare qui di un sogno, immagino sia stato il primo che ha riguardato Lei, e se non è stato il primo, è comunque quello che appena sveglio ho subito annotato appena sveglio su carta di fortuna. Era allora talmente intenso il sentimento, la prima fase dell’innamoramento, durata peraltro molto a lungo, per cui sentivo il bisogno irrefrenabile di gridare al mondo che amavo lei, che il mio cuore era impegnato e voleva essere una sorta di impegno anche nei suoi confronti e lo feci dove tutto ebbe inizio.

Si è trattato di un amore abbastanza letterario, parlo ovviamente dal mio punto di vista, pertanto ogni momento, fin dal principio, è stato funzionale allo scopo, al sogno e quant’altro.

Anche i sogni sono di un’infinita tipologia, con differenti gradazioni di interesse. Non è mia abitudine trascrivere o ricordare i sogni, quando accade è perché mi hanno profondamente colpito, sono particolari e interessanti, danno magari lo spunto per scrivere, perché spesso si presentano in forma di racconto, seppur surreale talvolta, come una specie di dettato, di messaggio. Il senso di annotare il sogno è che capita di dimenticarlo dopo alcune ore, ma anche appena svegli non si ricorda per intero, solo sprazzi della parte finale…

Nell’autunno precedente avevo presentato a Roma la mia prima monografia, un saggio storico; lei non c’era, ma lo avrei tanto voluto. Peraltro potrei dire che quel libro, non solo, ma è anche stato “galeotto”: era in cantiere quando ci siamo conosciuti e lei ha seguito intensamente ogni momento della preparazione, tutto il percorso dell’editing fino alla pubblicazione e oltre… Lo stesso percorso c’è stato per me durante la formazione e la pubblicazione del suo.

Ormai è primavera, il tempo va a ritroso, sono di nuovo a Roma per la stessa presentazione, ma con lei. L’evento è previsto per il pomeriggio. Utilizziamo la mattina per una passeggiata. Ci troviamo all’imbocco di via Giulia, dal lato vicino al Vaticano. Via Giulia ha un grande significato per me, quando capito a Roma, se ne ho il tempo, la raggiungo e visito i luoghi memorabili, in particolare il liceo Virgilio.

Via Giulia è una via lunghissima, una passeggiata importante, la percorriamo tutta, ebbri di passione, fin dove congiunge con il Lungotevere a ponte Sisto. Ora, se si indaga sui titolari dei toponimi spesso si hanno brutte sorprese; quando è possibile li cito come indicazione decontestualizzata, tuttavia non riesco a citare quelli ancora intitolati ai Savoia, nemici della Repubblica e di tanto altro, lo so, tergiverso, ma è importante.

A proposito della passeggiata, essa è guidata da una marea di suggestioni: Minerva spira e conducemi Appollo (Canto II, Paradiso, Divina Commedia, verso 8). Sapienza e poesia scosse, sorprese, dalle nostre notti e dalla paura della libertà del nostro amore. Percorriamo via Giulia avvinghiati, ogni pochi passi un bacio sulla bocca, poi giunti in fondo, nello spiazzo che si apre verso il ponte, ci spogliamo del nostro casual e ci stendiamo sui sampietrini, mentre le acque del Tevere scorrono tranquille e sembrano approvare la nostra passione, così come il traffico che pare ammiccante e non ci dà fastidio… La presentazione sarà stupenda!

68 promenade

About promenade… (106 – XXV.XLI – 28.3 a) a 26.02.2022

SUONANDO SULLA NAVE

Il tema del viaggio ha innumerevoli sfaccettature dunque può essere affrontato in altrettanti modi. Non ho viaggiato troppo per i miei gusti, ma abbastanza per affrontare diversi aspetti del tema. Vivendo in un’isola e non amando il volo, la nave è stato uno dei prevalenti mezzi di trasporto dei miei viaggi e potrei descriverne tanti.

Partirei da un concetto generale: la differenza tra il viaggio e la vacanza, o almeno quali aspetti contenga il viaggio della vacanza e la vacanza del viaggio. Difficile compendiare tutto in poche righe, è più semplice scegliere una tipologia e svilupparla, anche perché si parla di aspetti per lo più soggettivi.

Il viaggio può ben essere il percorso da un punto verso una meta, ma più che il percorso grezzo, qualsiasi aspetto possa caratterizzarlo dal suo inizio alla fine. In questo senso un’esperienza di viaggio può anche essere spostarsi dalla propria residenza per pochi chilometri e con qualsiasi mezzo, perfino a piedi, come un viandante. In qualsiasi modo sia, ognuno potrebbe avere la possibilità di stendere un resoconto più o meno lungo anche di un viaggio minimo, perché ad ogni passo, ad ogni sguardo, si avrà certamente tanto da osservare. Ecco, vorrei dire che questo è il viaggio, più che l’essere meramente trasportato. Oggettivamente non è una grande scoperta, ma è utile per fissare il proprio punto di vista.

Dei tanti viaggi in nave gli aneddoti si sprecano: la prima volta in assoluto, al termine della  Scuola Media, dovetti combattere con il mare mosso e il conseguente mal di mare, che riuscii a dominare dopo qualche altro viaggio, stando supino ed evitando di mangiare. Gli approdi consueti – a parte quelli sardi – sono stati Civitavecchia e Genova; un po’ meno Napoli, ma ho avuto occasione di conoscere anche i porti di Livorno, Palermo, Ancona, Bonifacio, Dover, Calais, Igoumenitsa e soprattutto Patrasso, nonché porti della laguna veneta e lacustri, insieme a ciò che certamente mi sfugge.

I ricordi un po’ strani sono tanti, considerato che i miei viaggi non sono mai o quasi prenotati. Una volta arrivai al porto e presi la nave al volo, era il periodo degli attentati di Daesh e in quell’occasione vicino al posto che scelsi sul ponte per passare la notte, si riunirono a pregare una quindicina di arabi nelle loro tipiche vesti e figure; sotto l’effetto della suggestione, trascorsi dei brutti momenti finché il rito non finì e si dileguarono. Mi viene anche in mente la traversata con Patrizia, collega di studi, quando passammo la notte in fondo a una scaletta stretta che terminava su una porta chiusa a chiave. Memorabile la traversata della Manica contenuta in un passaggio autostop Parigi – Londra. O il ritorno dalla Grecia, in primavera inoltrata, trascorsi la notte in poltrona con l’aria condizionata a palla, sembrava di essere in un freezer. Non posso dimenticare i viaggi in cui del tutto casualmente incontrai delle amiche e le situazioni particolari che ne conseguirono. Ci sono poi tanti viaggi in solitaria in cui non è successo nulla, a parte lo spostamento da un porto a un altro.

Detto questo, si può tranquillamente stravolgere tutto e sognarlo il viaggio, entrare nella dimensione “trip” con un sogno volontario, una fantasia, e non mancherebbero gli esempi già scritti, suonati e cantati.

La nave non è ben definita, privata, pubblica, ci si sta in compagnia con una chitarra che la fa da padrona e soprattutto fa un gran casino, in certi frangenti gradito alle nostre orecchie, magari non troppo ad altre, comunque attira certamente l’attenzione, sorrisi o riprovazione.

Il suonatore è quello che trae il maggior beneficio, in sintonia con il viaggio, con il moto dell’imbarcazione, in una fusione sensazioni che contemplano perfino le sue dita che scorrono sul manico tra tasti e corde e l’altra mano che strimpella sulla buca del corpo dello strumento, come in un rituale nirvanico che lo fa sentire libero e leggero, tra suono e acqua, ove la mente si immerge e gli pare sentire la pompa distorta di Sgt Pepper’s lonely hearts club band insieme al surreale strumentale di A day in the life.

E come in quest’ultima s’interrompe repentinamente la musica, il cantante si blocca e apostrofa il chitarrista, tra l’esclamativo e l’interrogativo “Ma che cazzo stai suonando!?” e fa un gran danno perché interrompe l’evasione, i pensieri, l’ispirazione psichedelica, in sostanza interrompe il sogno e la verità effettuale.

Da questa fantasia istantanea nasce una canto sillabato alla maniera di Demetrio Stratos (ex Ribelli, ex Area), scomparso prematuramente il 13 giugno 1979:

QUE-sta CAN-zo-n’è TROP-po RU-mo-ro-sa
PER non PO-ter AT-ti-rar l’AT-ten-zio-ne,
LE mie DI-ta SCOR-ron SUL-la CHI-tar-ra
LI-ii-ii-ii-BE-ee-RA-aa-aa-MEN-te. (…)

È il sogno di un viaggio mai avvenuto, forse desiderato, perché talvolta il sogno parte da una smania, ma si trasforma e parte per la tangente. Sogno di un’altra epoca…

37 suonando sulla nave

Suonando sulla nave (37 – V – 7.4 ca) a 23.01.2022