NEI NOSTRI VERSI NON CI SON LE MADRI

Quando anni fa mi proposero di scrivere versi sul tema “La madre”, mi interrogai sul perché non ci avessi mai pensato e in realtà non avrei saputo da dove cominciare, né peraltro avevo presenti esempi di qualcuno che si fosse cimentato su questo tema.

“La madre” non è qualcosa di indefinito, non è la madre di chicchessia, è precisamente tua madre; non è un tema che tu, o almeno io, potessi pensare di rendere pubblico a chiunque, per pudore, per rispetto o per qualcosa di interiore che comunque ti impedisce di trattare un argomento così personale.

Ero disorientato, ma considerai l’argomento da un mio punto di vista possibile, intimo, ma anche sociale, oltreché letterario. Portai a termine il lavoro e lo definii, con una sorta di neologismo: parametodologico, ovvero adottai una sorta di metodologia creata ad hoc, un po’ per togliermi dall’impiccio, una sorta di dire e non dire, di mescolare gli elementi citati.

Non ho mai fatto una ricerca, né al momento intendo farla, su quanti, illustri o dilettanti, si siano cimentati su tale argomento, tuttavia (a parte un romanzo della Deledda letto tempo fa) ho la sensazione che non ci sia una quantità enorme di materiale, così specifico intendo.

La mia riflessione produsse delle problematiche, non drammatiche per carità, ma una sorta di senso di colpa che collettivizzai: le madri erano dimenticate in qualche modo nei versi, negli scritti, raramente erano protagoniste e più spesso semplici comparse, l’urlo di protesa sorse spontaneo: nei nostri versi non ci sono le madri!

A pensarci bene è sconvolgente che chi ci ha dato la vita sia messa in secondo piano rispetto a tanta altra gente, ad altri affetti, nelle opere letterarie s’intende, non certo nella vita, ove l’affetto per una mamma è sicuramente universale.

Non ho fatto indagini, ma ho richiamato alla memoria l’infanzia in cui la madre è la persona più presente, ho frugato tra i versi delle maggiori opere letterarie classiche – e più modestamente anche tra i miei – per vedere come venissero trattate, nonché tra le righe della cronaca, spesso spietata, non contestualizzata e scandalistica.

Ai ricordi di mia madre si legano strettamente quelli di mio padre – la fortuna di avere avuto dei genitori presenti – ma le mamme non possono solo essere comparse della nostra infanzia e adesso è molto più difficile al contrario di quanto possa sembrare: fidati oggi a lasciare un bambino affacciato alla finestra che ti aspetta mentre fai la spesa! Questo significava una società completamente diversa, a tratti rurale, ma anche senza malessere, dove il bambino era protetto da una comunità solidale, dove tutti conoscevano tutti, dove si vedevano più bambini a spasso tenuti per mano dalla madre.

Nel caso di questo testo, contrariamente a quanto mi ero ripromesso, sento di dover essere didascalico, ma un po’ per ricordare a me stesso la genesi del brano.

La citazione della prima stanza è tratta dall’Odissea (libro IX), è uguale alla traduzione di Ippolito Pindemonte. Naturalmente è un omaggio, ma è funzionale al mio testo. In Omero il contesto è differente. Ulisse sta riferendo ad Alcinoo, padre di Nausicaa e re dei Feaci, ospitali abitanti dell’isola di Scheria (Corfù), delle sue vicissitudini dopo la guerra contro Troia. Spiega che anche per un navigatore come lui dopo un po’ ciò che più si desidera è la propria casa, la propria terra, che è come la madre per un bimbo che brama esser preso per mano.

Dall’essere nutrice e maggiore oggetto d’affetto per un bimbo, per una madre l’accusa e la calunnia sono sempre dietro l’angolo, come quella di non nutrire i figli. Pertanto la pur meticolosa madre di Achille – la cui figura è massimamente descritta nell’Iliade -, Teti, che rende invulnerabile il figlio immergendolo nello Stige (Achilleide di Stazio), senza bagnarne il tallone, patirà e sarà derisa per questo, benché per tutto il poema omerico si dedichi alla salvezza del figlio.

Le madri sono citate spesso e più volentieri le rare volte che sbagliano o quando fanno gesti talmente eroici che non se ne può tacere. Eppure degli sbagli sono a volte colpevoli gli stessi figli dei quali si ha pietà più che di esse.

La citazione questa volta è tratta da Metamorfosi di Ovidio, il riferimento è al XIII libro, dove si racconta il mito delle sorelle Metioche e Menippe, figlie di Orione, che si sacrificano per salvare Tebe dalla carestia e nel loro rogo funebre procreano la loro discendenza generando i Coroni. Storia simile ad altre e in particolare a quella di Coronide e Ascelpio (libro II).

Le madri, ieri come oggi, vengono immolate da un mondo assassino, come per il dramma dell’aborto, su cui per anni si sono sparsi inchiostri, tanto a morire sono loro, come accadde a Ilia (Rhea Silvia) uccisa per aver generato dei figli (Romolo e Remo). Ilia è citata nel libro VI dell’Eneide, ma la sua storia è raccontata nel dettaglio nei libri Ab Urbe condita I di Tito Livio e in Annales di Ennio e Fabio Pittore.

L’uso anche dei miei versi certo è una vanità, che tuttavia si consuma tra me e me stesso, se non altro dimostra che un pensiero alle madri talvolta lo avevo fatto. Nell’ordine i versi sono tratti da Infanzia (“…affacciato alla finestra attendo mia madre), Mihi non licet iudicare (“Si diceva che la madre/ non gli desse da mangiare”), Il manifesto (“Kyrie eleison”), Politique d’abort (“L’aborto è un grave dramma umano/ subito, suo malgrado, dalla madre”).

Tutti i brani sono pubblicati nella mia antologia “sovVERSIvi” (faccio un po’ di pubblicità, ma solo per ricordare che c’è un’edizione economica ordinabile su ilmiolibro.it – codice 1200348 – euro 13,50. I brani ovviamente sono tutti presenti anche su questo blog).

Concludendo, la struttura del brano è composta dal verso “madre” che si ripete in forma anaforica nelle quartine, da una sorta di introduzione ai versi successivi, che sono un mio verso e uno di un’opera classica.

p.s.: L’uso di “parersi”, al verso 7, è una licenza poeetica per “parrebbe”, “sembrerebbe”, per evidenti ragioni di rima. Tuttavia questa forma pronominale è attestata anche in Dante (Inferno, canto XXIX, verso 42 “potien parersi alla veduta nostra”), sebbene con il significato compatibile di “apparire”.

nei nostri versi..

24 Nei nostri versi non ci son le madri (98 – XXIII.XXXIX – 23.5 a) A 20/29.9.2021

UBIQUITÀ

Qualche tempo dopo aver riflettuto sulla “condizione” di sosia, mi è capitato di farlo sul concetto di ubiquità; sono entrambi aspetti piuttosto astratti, soprattutto l’ultimo, e molto soggettivi, eppure non sarò stato certo il solo a ragionarci sopra in maniera surreale.

Probabilmente conobbi questo termine ancora bambino, leggendo i “giornaletti” in voga allora, ma non andai mai oltre la ricerca del significato; quando lo feci, fu per una di quelle riflessioni interiori adolescenziali, per il piacere del sogno a occhi aperti, il fantasticare su situazioni idealmente desiderabili, pretendere l’impossibile oltre la realtà.

Pensandoci bene, questo lavorio della mente, senza necessità di droghe, portava un’alienazione salutare o almeno senza complicazioni nocive. La mia riflessione si faceva concreta: se esistesse l’ubiquità avremmo sì la possibilità di star bene, mentre si può star male altrove, ma potremmo anche star male due o più volte, giacché la circostanza della doppia felicità sarebbe inutile, basta essere felici una volta. Filosofia di second’ordine? Sicuramente, anche di terzo e quarto, ma qui l’utilità è tenere allenata la mente e farlo può essere una forma d’arte.

Queste riflessioni, seppure rimasugli adolescenziali, occuparono uno spazio temporale in cui avevo già fatto scelte precise in società, ne sono spia le conclusioni realistiche. Da qualche anno conoscevo il cinema surrealista o neo-surrealista e ne ero entusiasta: Buñuel, Jodorowsky, Arrabal, Makavejev, Ferreri, il primo Brass e tantissimi altri. Diversi, come Lynch e Kieslowski, li ho conosciuti dopo, ma entrarono di forza nella mia riflessione; per certi versi il primo con Mulholland Drive, ma in modo esemplare il secondo con La doppia vita di Veronica.

Questo film unisce, nel suo intento surreale, la qualità di sosia delle due protagoniste e il concetto di ubiquità. Weronika, polacca e Véronique, francese, oltre allo stesso nome, allo stesso viso, allo stesso corpo (interpretate entrambe da Irene Jacob), alla stessa passione per la musica, percepiscono la loro vita reciproca, si incontrano a Cracovia pur senza parlarsi; quando Weronika muore durante un concerto, Véronique accusa problemi cardiaci, abbandona il canto, si cura e si salva, ma Weronika resta presente nella sua vita e la riscopre in una foto scattata durante il suo viaggio in Polonia che le ritrae entrambe. Il tema del sosia e quello dell’ubiquità stimolano dunque l’arte. Nel caso di Veronica un’arte struggente che crea fortissime emozioni sullo schermo e sullo spettatore, al di là della finzione.

Qualcosa del genere accade anche nel film di Lynch, dove la protagonista Betty Elms vive due vite parallele, una di aspirante attrice in sogno e una, quale è in realtà, Diane Selwyn. Immagino esistano tanti altri esempi del genere essendo l’argomento piuttosto intrigante per costruirvi delle storie.

Il tema è naturalmente utilizzato anche in letteratura. Il curioso è che se si fa arte vera, la trattazione non è mai banale, nel senso che si presta a una marea di tematiche e situazioni. Cito un esempio, visto che sto per terminare un libro che tratta discretamente l’argomento. Non avendolo ancora concluso non c’è il rischio di spoilerare le conclusioni.

Si tratta del romanzo storico I codici del labirinto di Kate Mosse, ideale per un primo approccio alla storia dei càtari. Anche in questo caso vi sono due protagoniste, ma una vive nel medioevo e l’altra ai nostri giorni, Alaïs e Alice, una della Linguadoca e l’altra inglese, ma evidentemente con un ramo francese. Alice scoprendo gradualmente la storia dell’antica antenata, recandosi nei luoghi in cui ha vissuto, ha la sensazione di esservi già stata, brutalmente, di essere lei stessa Alaïs.

Così, al di là della consapevolezza dell’impossibilità di poter essere ubiqui, l’argomento attira la fantasia dei creativi da secoli, basta ricordare Menaechmi di Plauto, sebbene qui siamo alla commedia e alla vicenda di due gemelli identici. Potremmo dire, anche se non siamo gemelli, che in qualche modo il nostro gemello ci manca e con lui la possibilità di essere ubiqui e sosia allo stesso tempo, la sosiubiquità.

ubiquità

23 Ubiquità (55 – IX – 31.12 a) Ales 1.9.2021

SOSIA

Durante l’adolescenza mi è accaduto spesso che mi venisse attribuita una somiglianza. Qualche volta anche non eccessivamente gradita (sebbene i miei interlocutori si sorprendessero ritenendo evidentemente di avermi fatto un complimento).

Il primo che ricordo è un cantante piuttosto noto ai tempi, poi persone comuni in cui difficilmente mi riconoscevo, talvolta anche a me sconosciute. Il caso più clamoroso avvenne in autobus, forse a Roma, dove io stesso credetti di somigliare a qualcuno.

Insomma, qualche decina di sosia l’ho avuto, non sto qui a fare nomi, posso solo arguire, per le attribuzioni iniziali che in effetti erano complimenti, ma un adolescente che pensa di essere padrone della terra, per non dire altro e rischiare la blasfemia, è talmente narciso che al momento non accetta alcun confronto. Nelle valutazioni entrano tutta una serie di elementi che prescindono dalle sole sembianze, al punto che anche quando la somiglianza è ritenuta positiva, si schermisce, fingendosi insoddisfatto, anche perché la questione, specie in giovane età, finisce per toccare tasti molto personali, sui quali all’insaputa degli approssimativi proponenti, si continua a rimuginare.

Certo, perché scattano tanti impulsi, dalla curiosità all’esaltazione; dalla delusione all’autostima. Inizia una sorta di dialogo con il proprio io, che valuta la considerazione e tutto sommato la positività di avere dei sosia in cui ti si riconosce, qualcosa di molto diverso dalla somiglianza familiare… Non si tratta di riflessioni etniche e ancora meno razziali, ma neppure di quelle somiglianze che si riscontrano in certe comunità più o meno chiuse o meno aperte, ove tutti ci si somiglia un po’ (altro fenomeno curioso), forse per unioni tra parentele anche lontane.

La peculiarità di sosia riveste un aspetto per certi versi sociale, si gode di una certa attenzione e considerazione, al di là dell’aspetto frivolo; sotto il profilo psicologico è una sorta di stimolo, una spinta verso una società in nuce di cui possiamo renderci conto di far parte, più essere che non essere, possiamo fare tutte le considerazioni del mondo, esagerare ancora di più, tuttavia nel periodo adolescenziale può essere un valore che aiuta, l’importante è che qualche anno dopo si scoprano i veri valori, meno esteriori e più interiori

Lungi da me polemizzare su un aspetto così… sovrastrutturale? Ma sì! Eppure davvero, al di là della facile ironia, da un certo punto in poi sarei stato più interessato a che mi fossero attribuiti “sosia di idee”, della serie “Tu la pensi proprio come il tale o il talaltro”…

Dico davvero. Ognuno di noi esseri umani si forma in qualche modo fino a diventare adulto – non ho alcuna intenzione di fare ora l’elenco della sintesi delle migliaia di tipologie secondo cui ciò possa avvenire. Solitamente accade nell’ambito della vita familiare, quella con gli amici e i conoscenti, la scuola, le letture, i viaggi, le esperienze, le vicissitudini, gli amori… e via dicendo.

Ho potuto constatare che alcuni incontri e alcune letture del periodo alto adolescenziale sono state molto importanti per la mia formazione. Ovviamente queste si sono agganciate o forse fuse con un carattere già formantesi, non modificandolo, ma correggendolo, liberandolo a volte da pregiudizi o “dogmi” assunti per partito preso.

Qui i nomi posso farli, non ho remore come per quell’altra sorta di sosia. Certo, ora che ci penso, sicuramente dimenticherò tanti e certamente non attribuirò la dovuta importanza a chi ne ha avuta più di quanto io possa valutare ancora oggi; penso ai miei genitori, ai nonni, ad alcune zie e zii e in generale alla mia grande famiglia, ma qui siamo anche un po’ nell’ambito dello scontato, nell’area degli insegnamenti impercettibili, poi è arrivato un tempo in cui i maestri cominciavano ad avere nomi altisonanti, sia come idee, sia come persone… Cominciavano a chiamarsi Gesù Cristo, attraverso tanti filosofi e storici non convenzionali, anarchismo, libertarismo, radicalismo, obiezione di coscienza contro le guerre e l’uso delle armi, ma anche Ignazio Silone, Alsous Huxley, Karl Marx, Elsa Morante, Dacia Maraini, Sergio Atzeni, Lorenzo Milani, Franco Battiato, Giovanni Franzoni, Francesco Masala, Michail Dostoevskij, Lev Tolsoj, Grazia Deledda… Mi rendo conto che potrei continuare per pagine e certamente dimenticherei qualcuno di molto importante che rileggendo riterrei di aver dovuto citare, ma questo corto elenco dà già un’idea di uniformità, anche se non necessariamente comune a tantissimi e questo non è un fatto negativo.

Ecco, da questi e altri ho tratto insegnamenti che ho assorbito a modo mio e ognuno in qualche modo ha parte nelle mie idee di oggi… Se mi attribuissero, anche vagamente, uno di questi sosia di idee, ne sarei veramente gratificato.

sosia

22 Sosia (51 – VII – 23.10 a) a 30.07.2021

PAURA DELLA LIBERTÀ

Quando ciò che si scrive non è un lavoro omogeneo, nel senso che non segue un filo ben fissato nella mente, si corre il rischio di ripetere più volte gli stessi aneddoti o ragionamenti. Nulla di male, direi, perché vi sarà sicuramente una diversa esposizione che potrebbe avere il pregio del confronto tra testi scritti in diversi periodi.

Mi è venuto in mente questo perché stavo per parlare delle mie letture adolescenziali, delle quali certamente avrò già scritto, ma ora non vado a perdermi in giorni di ricerca e verifica, essendomi messo una scadenza per la scrittura di questo pezzo.

Visto che ci siamo partiamo dalla preistoria, scherzo… Comunque vi dirò che a me non spaventa contrariamente ad altri: intendo dire che non mi spaventa valorizzare il passato con tutta la sua esperienza e conoscenza, e qui mi fermo, altrimenti il discorso si fa labirintico – mutuando dal linguaggio tennistico.

Ho iniziato a leggere fin da piccolo grazie soprattutto ai libri che mi regalava costantemente una zia, successivamente grazie a un prof delle medie che ci assegnava un libro al mese (l’ho imitato in questo durante la mia esperienza di insegnamento), libri per ragazzi s’intende; ho anche letto tutti i libri di mio padre, della serie, tutto quanto mi capitava sotto mano… Ma alle scuole superiori una prof finalmente ci portò in biblioteca: quella è stata un’esperienza esaltante, anche perché avevamo facoltà di scegliere noi il libro. Devo dire che la prof molto spesso storceva il muso per le mie scelte, riteneva evidentemente che esse fossero eccessivamente impegnative per me, appena diciassettenne. La prima volta, in qualche modo, la scelta cadde su Paura della libertà di Carlo Levi. Una lettura molto complessa che aldilà di tutto mi avvicinava alla letteratura impegnata e, anche se potevo non capire alcune cose, costituiva una sorta di allenamento, sia alla lettura di tematiche serie, sia a confrontare le mie idee in nuce, riguardo a concetti come la giustizia, i tabù, la libertà, la politica stessa. Fu allora che iniziai a prendere appunti dai libri, scegliendo le frasi o i concetti che più mi colpivano.

Carlo Levi mi piaceva, era antifascista in primis, la sua figura è stata ben più importante di quella che potei acquisire allora, è l’autore di Cristo si è fermato ad Eboli.

Riguardo a Paura della libertà sono sicuro che dovrei farne una lettura più matura, ma con tutto quello che c’è da leggere, sarebbe troppo rivedere i libri già letti. Resta quella lettura, quella interpretazione e un messaggio, credo chiaro, la necessità di spezzare i tabù innaturali tra uomo e donna, da prendere invece come persone non subordinate l’uno all’altra e viceversa, in un rapporto tra uguali e differenti.

Il libro andava ben oltre il concetto che esprimeva il titolo, centrava in pieno un mio problema, un mio cruccio, quella sorta di separatezza tra mondo maschile e femminile, la necessità di frequentare costantemente quell’ “altro” mondo, cui invece venivano, specie in adolescenza, destinati solo particolari momenti, aldilà dei quali si era relegati a una frequentazione solo maschile o solo femminile. Questa “paura” inconscia generalizzata e sostanzialmente non voluta, si evidenziava nella realtà in modo palese, le fughe occasionali erano del tutto insufficienti.

Oggi qualcosa è cambiato, ma non moltissimo, il sistema dei due mondi persiste e in alcuni casi ha generato maggiori complessità e in molti casi gravi degenerazioni maschiliste.

Nel mondo atavico l’amore era visto come un fuoco, poteva scaldare, ma anche bruciare e alla donna era stato insegnato a guardarsene, a schivare il piacere, da cui l’insorgere del senso bivalente del proibito, con inibizioni da una parte e trasgressioni dall’altra, in buona parte innaturali.

Pensiamo masse di popolo, con l’eccezione di elite di vario ceto, che nel corso della storia hanno pressoché ignorato il piacere e la condivisione di esso, dando luogo alla mera accettazione dello stato di cose, alla rinuncia, ma in diversi casi alla violenza.

Salvo rare eccezioni, forse soprattutto romanzesche, la donna è stata sempre sopraffatta sia con la forza bruta, sia con dicerie sulla sua moralità, addirittura sulle sue naturali funzioni organiche mensili, causa di antichi tabù; oltre alle persecuzioni, come la caccia alle streghe, negazione dei diritti, relegazione nei focolari domestici…

Purtroppo assistiamo a un regresso costante, rispetto a quaranta anni fa, che non avremmo neppure immaginato. Il progresso rispetto ai diritti civili si è improvvisamente fermato ed è appunto regredito con l’apparizione sulla scena mondiale e anche nostrana della conservazione più reazionaria.

Mi meraviglio costantemente che uomini come Gesù e tanti altri riformatori progressisti del passato siano stati immensamente più avanti di qualunque persona considerata democratica o socialista vivente oggi, quando tutto ciò che predica il capitalismo accantona come utopie, idee e diritti assolutamente elementari e ragionevoli. E’ come se il mondo fosse diventato improvvisamente una massa di Fomà Fomič Opiskin de Il villaggio di Stepànčikovo e i suoi abitanti di Fëdor Dostoevskij.

Se avete visto da qualche parte l’uomo nuovo era meglio che non si fosse mai fatto vedere…

Ancora più grave è quando questi pregiudizi si nascondono dietro qualsiasi religione, soprattutto quella Cristiana che avrebbe dovuto ripristinare l’originaria eguaglianza tra i due sessi; ma quando gli uomini si servono di qualunque mistificazione per imporre le loro idee malvagie, è più giusto trarre insegnamento non solo dai testi originari, ma addirittura delle loro severe edizioni critiche.

paura della libertà

21 Paura della libertà (25 – IV – 12.6 a) a 30.06.2021

DEPENDI POETARE IN COSTA REI

Dovendo versificare a Costa Rei

Sovente mi prende il vezzo di scrivere in particolari località di vacanza, non so, sarà per il fascino di una data accostata a un luogo, o per una sorta di improbabile influsso che si pretende di trarne, o solamente per un gioco, per vedere alla fine dove si è scritto meno peggio.

Non sempre accade in realtà, spesso per mancanza di tempo, a volte il viaggio è talmente intenso che non c’è neppure il tempo per pensarci, altre capita invece di essere colti dall’ispirazione in treno, in nave, e allora salterebbe anche la precisa località di scrittura. In questi casi opto per il luogo ove ho scritto prevalentemente, o quello più vicino, o ancora il tragitto intero. Una complicazione!

Quando capita di scrivere senza ispirazione, semplicemente per voler scrivere, l’unico sistema accettabile è raccontare cosa sta accadendo in quel momento. Nel caso si tratti di versi, qualsiasi sproloquio ne venga fuori, potrà essere valorizzato dalla metrica, ad esempio da un sonetto.

Durante una mia vacanza a Costa Rei (rei dovrebbe stare per re in lingua sarda, ma allora dovrebbe pronunciarsi con la e aperta, mentre è comunemente pronunciata con la e chiusa, per cui sorge il dubbio di una contaminazione fonetica o in alternativa di un altro significato, magari di una contrazione per nasalizzazione) dissi ai bambini che avrei voluto dedicare loro dei versi scherzosi, dunque che si avvicinassero per darmi degli spunti. Ottenni tre reazioni diverse: la più grande mi disse di lasciarla in pace, senza mezzi termini; il piccolo un po’ scettico non voleva che il mio brano parlasse di lui; mi diede retta solo la seconda, l’artista di casa…

Non ne venne fuori certo un’opera d’arte, solo un componimento didascalico che spiegava esattamente quello che qui sto esponendo con una certa ironia, dicendo anche quali erano state le reazioni e via dicendo, non tralasciando alcune loro caratteristiche passibili di benevola presa in giro.

L’episodio ebbe delle code e discussioni, perché dell’una avevo detto questo e dell’altro quello, insomma quel brano non era affatto giusto, vi si facevano le “parti”… e presumidu as at essiri tui (presuntuoso sarai tu!). Grande polemica, con sottigliezze, perché poi il brano è stato pubblicato in due antologie.

Ovviamente tutta la vicenda si sviluppò con grande ironia fanciullesca, del risentimento appena accennato, ma abbastanza perché io mi sia dovuto servire di nomi fittizi.

Il brano è semplicemente uno scherzo. Un’amica leggendolo ci cercava un senso e me lo chiese, con imbarazzo dovetti appunto rispondere che non ne aveva, che era un puro gioco.

Posso fare una riflessione non troppo impegnativa, ma da tenere in considerazione. Parto da un concetto molto serio che è 1 + 1 = 1 (tutti diversi, tutti uguali). Quando si parla di uguaglianza o anche di comunismo (parola che a molti non piace, ma che è bellissima [come ha avuto occasione di affermare anche il papa]: significa mettere in comune, soprattutto tra chi ha e chi ha bisogno e al giorno d’oggi sarebbe auspicabile, tra chi ha troppo anche di superfluo e chi non ha niente), occorre tenere a mente che essere uguali nei diritti e nei doveri sociali, non significa che si debba essere uguali anche nel privato, nel personale, nella sensibilità, ognuno deve essere ed è se stesso.

Per questo quando facciamo una burla che a noi sembra bellissima, non dimentichiamo che siamo tutti diversi: molti possono fraintendere una battuta, non apprezzare, reagire con freddezza. Beh, non è il caso di prendersela, sicuramente rideranno per un’altra più fortunata. L’importante è che nessuno ne faccia un casus belli e talvolta accade: la famosa scintilla o battito d’ali…

Non è certo il caso che ho raccontato sopra, il quale non è adatto a conclusioni troppo serie, ma visto che ci siamo, diciamolo. Nel dire le cose dobbiamo prestare attenzione alla sensibilità altrui, allo stesso modo chi ci ascolta deve cercare di non essere mai troppo permaloso. Tutti devono valutare se una cosa è detta o meno in buona fede ed evitare inutili tensioni.

Questo nei buoni rapporti sociali… Perché quando c’è la mala fede, il politicamente scorretto, la palese menzogna demagogica, l’odio per l’odio, allora l’indignazione è sacrosanta e giusta.

 95 isseel

20 Dependi poetare in Costa Rei (91 – 20s – XXI.XXXIV – 30.8 murav/cr) a 30.05.2021

SU CONTU DE AIÀIA LIVETINA

Il racconto di nonna Livettina

Ho già avuto occasione di rammaricarmi per il fatto di non aver raccolto delle testimonianze del passato quando ciò era ben più possibile di ora, i testimoni infatti non sono eterni e non tutti sono volontari come la grande Liliana Segre.

Non mi riferisco peraltro a fatti così drammatici, ma a semplici ricordi popolari e di famiglia, ritengo che anch’essi abbiano la loro importanza.

Così io, che amo cantare e contare i nonni, non né ho raccolto abbastanza i ricordi, o perché ragazzino, o perché attento ad altro, o anche per l’inconsapevolezza dell’inesorabilità del tempo. Per queste ragioni ciò che tuttavia ho raccolto acquisisce un valore inestimabile.

Ricordo che nell’adolescenza avanzata riflettevo tra me e me sulla fortuna di avere ancora tutti e quattro i nonni. Tre di loro li ebbi ancora per molti anni e in ultimo mi restò la sola nonna Emilia, che se ne andò quando ero già due volte padre.

Nonna è stata bene fino in fondo, ci lasciò a 88 anni, ma solo fino a qualche mese prima continuava ad andare con le amiche in campagna per raccogliere asparagi, crescione, cardi o carciofini selvatici e quant’altro offriva liberamente la natura rurale.

Quando seppe che avevo registrato nonna Grazia (la nonna materna mi recitò Sas paraulas bonas [Le parole buone] una novena della tradizione popolare orale), si risentì dicendomi che con lei non lo avevo fatto, per cui promisi di provvedere.

In queste visite periodiche usavamo parlare del passato, degli avi e di altre storie, ma non avevo mai progettato una raccolta sistematica di notizie, andavo avanti in maniera casuale.

In quegli anni andavo ricostruendo la mia genealogia a tutto campo (cioè di tutti gli avi in linea diretta, sia maschile che femminile). Durante una di queste sedute in un ufficio demografico dei dintorni, mi incuriosì molto il fatto che l’impiegata mostrasse di sapere di mia bisnonna, cioè della madre di Emilia; mi disse che gliene parlava la madre e che la storia era risaputa in tutto il circondario. Ora non ricordo se nonna me ne avesse già fatto cenno, mi ripromisi di parlargliene e così appresi più nei dettagli su contu de aiàia Livetina e lo registrai.

Livettina Cabras era nata a Simala, non era molto alta, ma era carina e aveva gli occhi chiari. All’età di 26 anni sposò Santino, suo coetaneo di Ollasta, paese vicino e là si trasferì. Ebbe mia nonna a 32 anni e solo un altro figlio. Visse una vita normalissima, entrambi i figli si sposarono e misero su famiglia. Rimase vedova a 61 anni e visse fino a 78.

Mio bisnonno proveniva da una famiglia contadina agiata, ma il padre perse tutti i beni e lui dovette arrangiarsi a fare il bracciante e a un certo punto iniziò a fare il guardiano dei campi (su castiadori), ovvero sorvegliava orti, vigneti e altre proprietà affinché non vi avvenissero furti o danneggiamenti. Il suo “ufficio” era una sorta di capanna sopra una collina da dove dominava tutti i terreni al confine tra Ollasta e Gonnosnò. Questo genere di mestiere molto diffuso in Sardegna (immagino anche altrove) è scomparso solo intorno agli anni Settanta.

Parliamo dei primi anni del secolo scorso. La vita, specie quella rurale, non doveva essere particolarmente movimentata. Probabilmente il massimo dell’attività sociale si svolgeva nelle chiese o nelle osterie, a parte le ricorrenze, le sagre paesane e le riunioni di famiglia.

Le mogli, comunemente, stavano in casa, socializzavano con le vicine, si incontravano nelle rispettive abitazioni.

Un pomeriggio Livettina era a colloquio con la signora Teresa, sua vicina molto più grande di lei. A un certo punto del dialogo, che ci sfugge, l’ospite, suppongo in tono scherzoso disse a mia bisnonna: “Livetina, candu morru bengiu e ti fatzu UHHH!”. In sostanza “Quando morirò ti apparirò e ti farò spaventare”. La nonna rispose “Su mabagràbiu no at a fai!”. Una formula che si può rendere nel senso “Non farà mica una cosa del genere?” (mabagràbiu sta per fantasma), ma che si pronuncia quasi per esorcizzare l’annuncio di un sinistro comportamento. La cosa finì lì, evidentemente era palese lo scherzo, benché sgradevole.

Passarono anni e il fatto, irrilevante, fu evidentemente dimenticato, o forse persisteva nell’inconscio della nonna. La signora Teresa era già morta da tempo e anche Livettina era ormai in età adulta avanzata, si era nel tempo in cui il marito Santino faceva il guardiano e lei gli portava il pranzo al posto di vedetta (càstiu).

Un giorno in particolare, giunta al bivio per Gonnosnò, una voce la fece trasalire. Lei era tranquilla, soprappensiero.

A su càstiu ses andendi Livetina” (stai andando alla vedetta?)

Sissi, tzia Teresa…” rispose, e come in preda a un incantesimo, e pensò «…Anca adessi andendi totu cuncodrada!» (chissà dove sta andando tutta vestita a festa!).

Proseguì macchinalmente fino al posto di guardia e là come se si fosse improvvisamente svegliata esclamò:

Ti arrori! Ma tzia Teresa TruduM’est atobiada ingunis in jossu, m’at saludadu, apustis est sighida a andai…” (Oddio! Ma signora Teresa Trudu… L’ho incontrata laggiù, mi ha salutato poi ha proseguito per la sua strada…)

Ma toca! T’as a isbagliai… De una diri est morta!” (Ma và! Ti sbagli di certo, è morta da un sacco di tempo!), le rispose il marito.

La storia di questa apparizione si diffuse per tutto il territorio e ancora oggi ve ne è memoria trasmessa tra generazioni.

Non vi furono gravissime conseguenze, la bisnonna sopravvisse una ventina d’anni all’episodio, forse anche più, tuttavia il fatto la segnò profondamente e sosteneva di provare dei brividi di freddo, come una sorta di paura, all’ora in cui avvenne la visione. Fu per lei molto impressionante anche perché non aveva assolutamente in mente quella donna.

Insomma, era stato l’UHHH dimenticato.

61 su contu

19 Su contu de aiàia Livetina (61 – 3s – XII.XXI – 14.03 a) a 27.04.2021

‘TENDI ITA T’ATZORODDU

Senti cosa elucubro

L’errore, per quanto veniale, di uno che scrive è essere condizionato dal pensiero di un altro che leggerà quello scritto; non è un teorema, ma sul tema si sono esercitati fior di scrittori. Qui penso che il titolo stesso tradisca questo pensiero…

Elucubrare rivolto a se stessi, è sminuire qualcosa che si pensa non sia elevatissimo, non tanto nella forma, piuttosto nel contenuto.

A distanza di tempo la propria scrittura, se ha un poco di valore, diviene accettabile, non sempre ovviamente, c’è anche quella che deve essere resa tale, o quasi, semplicemente per una ragione documentale.

Il tema dei nonni, dell’amore per i nonni (termine con il quale comprendo tutti gli avi, almeno quelli in linea diretta), l’ho ampiamente sdoganato, credo di aver detto molto in proposito, non certo tutto.

Abbiamo visto dei brani corali e altri dedicati a un solo avo o a pochi. Il brano corale, specie se primitivo, o per meglio dire iniziale, non può prescindere dalla stima per la propria schiatta, è un rendere omaggio alla progenie della quale la storia non parla; essa tace perché non erano nobili, padroni, potenti, “eroi” o saggi studiosi… Si parla ovviamente della storia événementielle (Annales), quella che si studiava sui libri di testo, almeno fino a un recente passato, che privilegiava le vicende  dei capi di stato, dei Re e delle loro guerre, ma quella – come giustamente scriveva Tolstoj -, non è la storia dell’umanità, è la storia – forse neanche, perché contraffatta a seconda di chi la racconta – di quelle persone, al più di quelle poche famiglie: la storia di pochi contro quella della moltitudine, molto più complessa e quasi impossibile da raccontare nella sua totalità; così ci si ripara nella convenzione, nell’utilità di alcuni potenti, anche se sta emergendo un nuovo modo di scrivere la storia, che è quello delle società, delle genti, delle masse, della vita quotidiana, del popolo e delle sue tradizioni.

Allora, soprattutto tenendo a mente i falsi eroi proposti dalla storia ufficiale scritta a uso e consumo degli stati, del regime, non è mai una battuta, ma è verità, che io dica a mio nonno Giuseppe, per me sei più bello tu di Garibaldi, e parlo di una bellezza spirituale, totale, non di mera estetica.

I nonni possono essere, meglio di certi libri di testo, i testimoni della vera storia, anche orale, da tramandare, finché qualcuno la scriverà.

Così nonna Emilia mi raccontava dei suoi genitori, dei nonni e bisnonni, specie del ramo femminile di Rosa, Clara e Colomba e della sua trisavola Emilia, di cui ha ereditato il nome; della nonna Rita, che lasciò la vita a trentun anni dopo il parto e si sposò a ventitrè anni, quando per portare la sua dote si spostarono sette carri; suo marito Efisio, che le sopravvisse venticinque anni, fu vinto dallo sconforto per il fallimento patrimoniale e degli affetti.

Sono dei quadri ricostruiti tra racconto e ricerca di avi non conosciuti personalmente, ma la cui vicenda, in questo caso drammatica, intristisce, perché te li figuri e te ne dispiaci.

Come per altri versi ha la sua drammaticità la storia di mio bisnonno Paolo, mezzo varesotto e mezzo sardo, che emigrò in Argentina lasciando la moglie con diversi bambini piccoli e del quale dopo qualche anno non si seppe più nulla di sicuro, solo voci e diverse leggende metropolitane: si rifece un’altra famiglia in Argentina, fu ucciso a Genova, tornò dai parenti varesotti… La sua vicenda fu comunque determinante per il divenire familiare.

La nonna Grazietta, dolcissima e buona come il suo nome, anch’essa raccontava – è evidentemente una peculiarità femminile, i nonni erano più riservati – del padre, impegnatissimo nella confraternita del Rosario, marito della giovane Bellanna Piga, e del padre di lui Giovanni, curatore e barbiere. Nella Sardegna arcaica, la carenza di medici, costringeva solitamente i barbieri a fungere da dispensatori di rimedi per la salute e la lingua sarda rende esemplarmente tale attività con il termine “majgu”, che tuttavia rispetto al similare mago, ha un campo semantico tanto più vasto di quello che prevede una bacchetta magica, un cono stellato in capo e un caftano.

60 'tendi

18 ‘Tendi ita t’atzoroddu (60 – 2s – XII.XXI – 13.03 a) a 31.03.2021

PO AIÀIA BATTISTINA

Per nonna Battistina

Trascende certo le mie convinzioni sulla lingua sarda – che considero, come tanti altri compagni e compagne che portano avanti la battaglia per il bilinguismo in Sardegna, una lingua dell’identità, tuttavia lingua del mondo intero, lingua per tutto e per tutti, esattamente come ogni altra – il fatto che mi sia cimentato nella mia antologia “sovVERSIvi” a trattare in limba sarda soprattutto il tema dei nonni, degli avi; dunque lungi da me l’idea che la mia lingua madre si possa ridurre a trattare solo argomenti atavici e infatti ho scritto in sardo anche di altri temi. Eppure scrivere in sardo di questo importante argomento è un plusvalore, lo valorizza come esso merita, perché il mondo ancestrale è poesia per eccellenza, e la ricchezza del sardo sia sotto il profilo semantico e, aggiungerei, semiotico, è l’ideale per esprimere certi concetti.

L’uso di altre lingue, come in questo caso, ha un’altra ragione: la necessità di rivolgersi a una platea più ampia, come accade in altri casi con l’uso dell’inglese, ma è anche vero che leggere uno scritto nella sua lingua originale ne arricchisce il senso e la godibilità: potessimo leggere Dostoevskij e Tolstoj in russo!

Ognuno di noi fa parte della storia dell’umanità secondo la Nouvelle Histoire espressa dalla École des Annales, gruppo di storici francesi del XX secolo; la storia, come ama definirla Francesco Casula, “dalla cantina al solaio”.

La mia trisavola Battistina Garau è pertanto un personaggio storico, come tutti. Nacque ad Ales nel 1836 da Michele, sarto, anche lui alerese, come la propria moglie Nicolina Minai. Visse l’infanzia in loc. Funtanedda (Is Floris). Sposò Giovanni Melis, barbiere e guaritore (majgu, come riportano anche gli atti dello stato civile), all’età di 29 anni ebbe il figlio Raimondo (mio bisnonno), visse l’età adulta in via Santa Maria, il quartiere antico limitrofo, rimase vedova all’età di 46 anni e morì il 12 settembre 1891 a soli 55 anni.

Lo stesso anno, il 22 gennaio, era nato ad Ales Antonio Gramsci. Non aveva compiuto ancora l’ottavo mese quando scomparve la nonna.

Raimondo aveva 26 anni, nella casa di làdiri (terra cruda) piangeva la madre e il suo lamento non ne era attutito, invece l’erba di Turatzu – la località che prende il nome dal menhir a forma di pannocchia di granoturco – alleviava la fame delle pecore e delle capre di Raffaele Pistis, abitante dello stesso quartiere di Santa Maria.

Mentre si consumava questo dramma familiare, il piccolo Antonio Gramsci dormiva, inconsapevole di queste pene, ma anche di eventuali piaceri, che si consumavano accanto a lui.

Peraltro anche Raimondo e Raffaele – destinati a una discendenza comune – non avrebbero certo potuto immaginare che quel piccolo bimbo avrebbe potuto avere un destino così importante e drammatico, benché avesse in qualche modo inizio dai misteri della vita che in qualche modo si consumavano anche in quelle ore.

Nonna Grazia mi parlò alcune volte dei suoi nonni, di nonna Battistina e di questo nonno particolare, “mago”, suo consorte, ma anche di suo padre Raimondo, cunfradi o cunfrara (appartenente alla confraternita del Rosario), del quale in quelle vesti conservo un’immagine.

Egli sopravvisse a Gramsci sette anni, ma di questo importante concittadino antifascista probabilmente non si sapeva ancora niente, il regime sapeva come oscurare quanto non gli era gradito.

Lo stesso vale per il mio bisnonno Raffaele, contadino e pastore, che tuttavia morì cinque anni dopo che Gramsci contribuì da protagonista a fondare il Partito Comunista a Livorno, lo stesso anno che Antonio fu arrestato e chiuso nel famigerato carcere di Turi in Puglia.

Difficile ora, hic et nunc, ricostruire se e cosa si potesse sapere di Antonio Gramsci ad Ales, da dove peraltro si trasferì intorno al primo anno di età. Qualcuno che ebbe frequentazione con la sua famiglia sicuramente ne aveva memoria, ma fino alla Liberazione si sarà guardato bene dal parlarne in giro per paura di finire sotto la poco premurosa repressione del regime fascista.

72 iaia battistina

17 Po aiàia Battistina (71 – 13s – XIII.XXIV – 8.12 a) a 26.02.2021

BISAJUS

Bisnonni

Una delle emozioni più belle della vita è la meraviglia, meravigliarsi! Questo può accadere in infiniti modi, per un oggetto, un aspetto della natura o semplicemente per una sensazione.

Penso spesso agli antenati (ancestors), li ricordo costantemente tutti i giorni con affetto, anche quelli che non ho conosciuto, perfino quelli di cui non conosco l’esistenza, il nome; le mie ricerche non possono andare oltre la documentazione esistente, quella normalmente disponibile.

Capita allora di chiedersi quanti possono avere lo stesso tipo di fervore, non dico neppure come il mio, ma che un po’ si avvicini, dia un’idea e non mi limito ai nonni, perché qui la percentuale aumenterebbe in modo naturale.

Una persona che abbia questo genere di impulso affettivo ne tratterà, magari con un certo entusiasmo, in rapporto a chi si troverà di fronte; un padre ne parlerà ai propri figli con modalità differenti in rapporto alla loro età e si compiacerà dei riscontri positivi che riuscirà a ottenere.

Senza dubbio i nonni sono gli avi verso i quali un nipote potrà dare e ricevere affetto e dei quali potrà parlare ai figli, per i quali sono già bisnonni. Al giorno d’oggi è più facile conoscere tutti i nonni e anche qualche bisnonno/a. Volergli bene è naturale, siamo nell’ambito della normalità delle cose.

Come può nascere una meraviglia in questo contesto? Provo a considerarlo con un breve racconto.

Un ragazzo che diventa padre è investito da una variegata forma di emozioni, non starò a descriverle tutte, sia chi è papà o mamma, sia chi aspira a diventarlo, può già immaginare per averle vissute o per aver osservato quelle di altri.

Questo “non stare più nella pelle” comporta tutta una serie di comportamenti spontanei o anche meditati.

Il nostro papà amava spesso parlare alla propria figlioletta di circa tre anni dei propri nonni, bisnonni della bimba; gli piaceva che la piccola imparasse a distinguerli, vi si affezionasse, ne avesse qualche notizia e li vedesse in fotografia, giacché le era rimasta solo la bisnonna Emilia.

La bambina si appassionava a questi racconti, li sollecitava, non accettava di buon grado che finissero, poneva domande anche su minimi dettagli, li apprezzava più delle migliori fiabe, fino a che giunse ad inventarsi fatti della vita dei bisnonni come se ancora tutti fossero in vita, ovvero come se li avesse conosciuti tutti e avesse passato del tempo presso di loro.

Così capitava talvolta che con il loro ritratto in mano dicesse al papà: “Ti ricordi di quando nonno Giuseppe…” e lo stesso per Tomaso e Grazietta…

Quel “Ti ricordi…” era davvero una grande gioia, una sorprendente meraviglia. Era il concretizzarsi di un’aspirazione, l’osservazione diretta che l’allievo diventava maestro a soli tre anni.

Il seme aveva attecchito e si sarebbe esteso crescendo alla valorizzazione di tutti gli altri bis-bis… bisnonni, potendo ancora contare su tutti i nonni e due bisnonne.

Tornando al commento, fuori dal racconto, non so se possa sembrare un argomento in qualche modo fantastico, rispetto a una non felice realtà contingente. Non lo penso assolutamente, ritengo si tratti di una materia che riguarda la propria intimità, dalla quale pure si può trarre forza per affrontare momenti di disgregazione, o peggio, di depressione, nei quali il pensiero alla Famiglia vera, quella degli affetti, non quella sbandierata pretestuosamente per fini politico/elettorali, può aiutare a superare i momenti peggiori.

La Famiglia è calore, sicurezza, affetto, il famoso appiglio nella caduta dal baratro e tanto altro ancora; per questo ogni assenza che abbiamo registrato nel tempo, sebbene rientri nella realtà delle cose, è una ferita difficile o impossibile da rimarginare; un po’ ci aiuta la Memoria, il ricordo è una grande opportunità che abbiamo, sia per alleviare le intime malinconie, sia per combattere le inquietudini sociali, con la differenza che queste ultime prescindono dalla tangibilità delle cose.

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16 Bisajus (68 – 10s – XIII.XXIVf – 31.07 a) a 26.01.2021

PISTIS

Sull’identità potremmo dire tutto e il contrario di tutto, eppure è un concetto che ci riguarda, come persone, come parte di una famiglia, come complessità discendente da un’infinità di famiglie, come parte di una società, ma anche di una storia più o meno semplice, più o meno complessa, specie in tempi di globalizzazione sociale, non solo commerciale, tutti concetti che possono avere valore positivo, ma anche nettamente negativo e sono prevalentemente tali nella società in cui viviamo oggi, ma anche ieri e avantieri, giacché, salvo casi isolati e temporanei, non mi risulta che il mondo abbia mai avuto un’organizzazione di giusta ed equa solidarietà sociale, mentre sicuramente l’ha sempre avuta di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, in un sistema di ingiustizia e disuguaglianza, che si chiamava e in molti casi si chiama ancora, monarchia, oligarchia, dittatura, colonialismo, imperialismo, capitalismo.

Le poche rivoluzioni avvenute in questi sistemi in pochi anni si sono ritrasformate negli apparati illiberali e illibertari per cui si erano verificate, lasciando solo la loro testimonianza storica primitiva, utile solamente per nuove rivoluzioni, per nuove utopie tuttavia da perseguire.

Capitalismo e regimi coercitivi hanno bisogno per esistere di un nemico, per cui sbandierano lo spauracchio di comunismi, socialismi, perfino democrazie reali, che non sono mai esistite, se non per lo spazio di pochi attimi, cioè fino a che i fautori della coercizione e dello sfruttamento non si infiltravano in esse, rendendole nuovamente dittature capitaliste oligarchiche sfruttatrici dei popoli e delle masse proletarie. Perché se esse compiendo una rivoluzione smettono di essere tali, pur innalzando il loro stato e benessere, si torna inevitabilmente all’antico regime dei privilegi e delle ingiustizie.

Seguendo questo filo non si finirebbe mai di ragionare e citare esempi storici, molti ancora attuali. La conclusione, per un breve saggio, è che tra i regimi più disuguali, quelli che negano addirittura l’esistenza della povertà e dei poveri e vanno avanti con la classe operaia asservita e la borghesia compiacente, esiste il più e meno peggio. Non è un problema di etichette, sono spariti quasi totalmente i comunismi e i socialismi; chi usa ancora tali definizioni ne è distante anni luce, ma lo stesso accade per chi abusa del nome di democrazia, non ne esiste alcuna, che non sia solo nominale e soggetta all’ingiustizia del capitale. Ci si deve accontentare delle poche democrazie più coerenti al loro nome, quelle che valorizzano o cercano di valorizzare (poiché il capitalismo attacca l’indipendenza degli stati) il consueto nome di Repubblica.

Discorrere di identità porta lontano, il passo è breve dalla famiglia allo stato, dalla piccola unità sociale a quella generale. Ma è possibile anche il percorso inverso, tornare alla famiglia, specie quando il sistema generale è ingiusto, o anche relativamente tale. La famiglia se non è degenere, è o dovrebbe essere, il nostro piccolo stato libertario, il nostro comunismo, la nostra democrazia, il nostro sistema solidale, per questo siamo orgogliosi del nostro nome, o per capirci, del nostro cognome, dei nostri cognomi che si moltiplicano di generazione in generazione: 2, 4, 8, 16, 32, 64…

Ha senso in questo contesto apprezzare e amare i nostri avi sconosciuti, lasciare andare la nostra immaginazione verso il verosimile, aggrappandoci a brandelli di conoscenza e di significati.

Vedo allora barche a vela provenienti dall’oriente del Mediterraneo, forse genti fenicie, elleniche, preferibilmente bizantine (la storia dà una mano) che sbarcano in un piccolo approdo del mar di Sardegna e lo denominano Pistis (fede), portu Pistis; una cala riparata dal vento, già frequentata, coperta dalla punta s’Aschivoni, che forma l’insenatura s’Enna de s’Arca. Poca gente che raggiunge l’interno e si stanzia nella Sardegna centro meridionale, forse navigatori poco pazienti, che hanno preferito la vita di collina, almeno i padri di Pepi Pistis di Forru.

Spesso un cognome proviene da un toponimo e dietro ogni toponimo c’è una storia, ci sono uomini e donne che si muovono in un passato remoto e altri che ai nostri giorni hanno mutuato quel nome.

Nomi di luogo, talvolta enigmi irrisolvibili che si velano di mistero come una sfinge, brevi termini che nascondono tomi di vicende infinite e individuano genti e famiglie.

 67 pistis

15 Pistis (67 – 9 s – XIII.XXIVe – 31.07 a) a 29.12.2020