PASSIONAL REUNION (moon)

Adolescenza? Ci torniamo. È questione di stabilire un ordine nella scrittura, ma quale? Montagne russe, ordine gretto, pedante, o solo temporale. In realtà tra tanti tipi, compreso quello anarchico, la scelta è complessa, ma una… Non è come per gli indici.

La ricerca attraverso diari adolescenziali è di difficile lettura – ricorda qualche personaggio dello sciagurato Murakami (intollerabile la scena cruenta dei gatti e non aggiungo particolari dato lo squallore) -, non si scriveva solo a se stessi, ma a lettori, appunto, clandestini o al doppio se, al non io. Insomma, riferimenti apparentemente affatto condivisibili, come se i diari adolescenziali fossero scritti da politici demagoghi in piena campagna elettorale.

Riflessioni sul tempo degli ormoni in subbuglio, ben rappresentato dal manifesto eloquente del film “Paolo il caldo”, dal romanzo di Vitaliano Brancati: miriade di occasioni casuali o cercate, le più svanite con rammarico e qualcuna andata in porto… un periodo “penitenziale” sentimentalmente, la ragazza lontana, altre conoscenze rocambolesche, nuove esperienze assolutamente temporanee.

Trattasi di Luna, un’apparente alba di luna, o in maniera meno fittizia, ma non più esplicativa, “riunione passionale”, un invito inatteso, di quelli che tagliano la testa al toro (non al gatto), e danno fine al gioco assurdo, tipico in contesti del genere. Tornando ai diari, pur con tutti i difetti, talvolta vi si legge l’argomento nella sua essenza, senza girarci troppo intorno, come può riuscire una volta superata l’adolescenza.

Era di maggio, un fine settimana, nel corso di otto giorni di vacanza scolastica (per le elezioni politiche). Proprio la domenica, il gruppo era riunito a suonare; arriva Cipy, presenta due sue amiche e dopo un po’ porta Graham con loro a casa sua; ascoltano musica, parlano, lui attacca discorso con Luna. La rivede nel pomeriggio e trascorrono l’intera serata insieme: cinema, poi si isolano, si abbracciano, entrano in stretto contatto, ma lei resiste, non lo fa andare oltre innocenti manifestazioni d’affetto…

Il pomeriggio del giorno dopo Cipy lo chiama e invita di nuovo a casa sua; la raggiunge dopo un’ora, lo introduce in una stanza buia.

The sun was high still,/ thus I noted the change entering/ into a dark room;/…where already was the moon./

Luna stava sul divano; adeguatosi all’oscurità, la intravede con il viso rivolto verso se; appare tutto evidente, lo sguardo eloquente, i punti di domanda si diradano, i convenevoli superflui, insensati e rapidi, sillabe più che parole. Si baciano subito e vanno avanti per ore, in un crescendo senza ostacoli: carezze sulle nudità, sul seno già formato e la pelle liscia; lei si disinibisce all’istante e prende l’iniziativa, la passione è impetuosa, gioca, dà spazio a varie fantasie; lui morde, succhia, le sale sopra e cerca il sesso,  allora lei lo frena…

The underground music sweetened/ her first words/.

Quella giornata di sole contrastava con il buio della stanza, ove sembrava fosse già sorta la luna e venuta immediatamente sera. Visto l’oggetto del desiderio della sera prima, preparatoria all’incontro, esso evolve senza bisogno di spiegazioni, ed è tutto un gioco di piacere e sensazioni, l’esplosione degli ormoni evocati, la ricerca delle nudità bramate, la bocca sul seno, altri giochi, musica alternativa, poche parole… E’ solo sesso? Se dai e prendi il sentimento si fa strada comunque. Qualcosa di intenso e allo stesso tempo misterioso: il mistero sta nel come possa esserci tanta passione in così breve tempo, senza continuità.

La mattina dopo si vedono ancora, sembra vi sia un’involuzione, un ritorno al primo giorno di conoscenza. Spiegazioni intuibili, ma lo sorprendono e non sono esplicitate, vi è reticenza, quasi ad avvalorare correnti di pensiero pseudo-filosofiche anticonformiste dell’interpretazione del silenzio.

Inatteso c’è anche un quarto giorno, l’invito alla passeggiata pomeridiana, chi organizza è sempre Cipy, che in un baleno sparisce con l’altra amica (altro enigma) e lo lascia ancora solo con Luna. Lei si lascia andare e bacia sempre più con passione… Ma sono in strada, lei ha 15 anni, nonostante tutta la passione sono entrambi inesperti… Si dà, ma ha anche delle remore e forse dei dubbi. Nonostante Cipy faccia di tutto per farli stare insieme, lei non vede di buon occhio la cosa; la considera, da un lato, come un suo allontanamento dalle amiche, ma in realtà la vive come se loro volessero allontanarsi da lei… E’ evidente che c’è un problema che lui non conosce, ma è percepibile, per certi versi inconfessabile: lei è di troppo? Tra loro due funziona abbastanza, ma evidentemente lei è tormentata da quel pensiero…

Finirà così… Ci sarà solo un nuovo incontro, in un altro ambiente buio, ma dove Graham sarà con un’altra ragazza, coetanea di Luna; si conoscono, non sono particolarmente amiche, forse “rivali”, l’altra lo esibisce con orgoglio, lui non la scorge nel buio, non si salutano, è passato poco più di un anno, ma sembra un’eternità. La memoria forse non è di tutti, ma non possiamo saperlo o conoscerne le esatte modalità. Restano le ipotesi.

 29 passional reunion

56 Riunione passionale (29 – IV – 27.9 a) a 22/23.05.2024

LIN (contemplo…)

Quando si vuole raccontare una storia partendo dalla “preistoria” spesso si rischia di risalire al “brodo primordiale”. Ho già trattato in un racconto precedente del tema blog e sommariamente del contesto in cui sono nati. Vorrei dare un’idea temporale del fenomeno, trascurando il periodo remoto che ci porterebbe addirittura al 200 a.C. e all’abaco.

Stabiliamo che il primo personal computer (pc) sia stato l’IBM 5150, messo in commercio nell’agosto 1981. E’ ancora preistoria per certi versi, giacché il costo era tutt’altro che popolare e la tecnologia ancora farraginosa rispetto ad oggi, tuttavia da allora si fecero passi da gigante, benché il mio primo pc del 1999 costasse almeno tre volte quelli attuali con una tecnologia n volte peggiore, connessioni a internet da Flintstones e via dicendo.

In quegli anni si cominciava a sentir parlare di blog, ero a metà dei miei studi universitari e non ci pensavo affatto. L’idea di aprirne uno si fece strada molto lentamente dopo un periodo di scetticismo, passò del tempo e finalmente nell’aprile del 2005 avviai il mio primo blog su Tiscali.

Blog viene da Web log, sta per Diario web, e infatti il mio primo si chiamò Diary of board (diario di bordo). All’inizio il mio intento fu quello di commentare, senza neanche tanto impegno, ciò che accadeva nel mondo, a qualsiasi livello, poi la conoscenza dello strumento, rendendolo appunto tale, originò la necessità di specializzarlo e da lì a mesi o a qualche anno di aprirne degli altri. Diary diventò la rilettura delle mie lezioni universitarie (in qualità di studente s’intende), nacquero poi “Poeesie”, “Raconteur”, “Measumma” e altri, tutti al servizio della mia scrittura post per post… La nascita dei social generò una qualche crisi, non tanto della volontà di servirsi dei blog, quanto per la scomparsa di importanti piattaforme come tiscaliblog e splinder, o il ridimensionamento di myblog… proviamo a tornare in tema.

Il blog è in fondo la versione più dotta o prestigiosa di una chat o ancora meglio di una pagina social. Una delle sue caratteristiche è che i lettori possono inserire dei commenti a margine dei post, così, a lungo andare, si verificano delle reciproche fidelizzazioni che possono diventare amicizie o qualcosa di molto simile e in casi estremi, come già visto, anche qualcosa di più.

A quasi venti anni di distanza tratto uno di questi casi, il primo e più duraturo. Le fasi sono state tante, vent’anni sono vent’anni, e varie cose si sono evolute/involute nelle rispettive vicende personali. Ci sono stati momenti in cui ho scritto per lei e di lei. Nella fattispecie dei versi scaturirono da una delle prime volte che vidi il suo viso: un volto, un’anima, luminosa arte… versi che fluirono da soli bastando a se stessi.

Lei è ormai un’affermata artista, su di lei, sulla sua arte, sulla sua scrittura, potrei scrivere pagine e pagine. L’arte della scrittura è particolare, si programma, si documenta, la vita va avanti e molti progetti restano in attesa, alcuni sospesi per anni. Si faceva chiamare con un particolare diminutivo, era al termine di studi superiori d’arte, ma dal suo blog traspariva anche una spiccata personalità letteraria e uno stile di scrittura impegnato e piacevole. Ho fatto cenno alla chiusura della piattaforma e mi auguro gli scritti non siano andati perduti, io ne ho salvato solo una parte.

La sua immagine, e forse è normale in un rapporto attivo ma in gran parte misterioso e idealizzato, provocò una sorta di adorazione, come se la figura rispondesse alle aspettative e molto di più. Con questo stato d’animo contemplavo quel viso totalmente biondo, dello stesso oro dei capelli, i chiaroscuri del volto, le palpebre basse quasi a celare i bellissimi occhi chiari, le labbra chiuse: una dea ellenica del mio immaginario, ad esprimere perfezione, bellezza, ammantata di lunghi capelli, sollecitanti carezze a degradare sulle gote velluto e desiderio di aperture dalla bocca fino agli occhi, in un bacio che privando dei sensi, risale sul naso ad aprire gli occhi colore del cielo. Più che una scrittura di versi, una sorta di estasi, percepita evidentemente da molti lettori.

Quei novenari irregolari (mi cimentavo con la metrica da poco tempo) ebbero diversi commenti: definiti neoclassicisti, sensuali, d’effetto, sollecitanti ricordi, perfino segreti, naturali, ma emozionanti, parole che arrivano diritte al cuore, di impressionista in azione, delicati, perfettamente intonati al volto, ritratto d’amore, bacio che scrive le parole del cuore, lirica suggestiva ed evocativa, che dolcezza! , fino a complimenti che vanno oltre il merito, non certo della modella, che peraltro ha ricevuto la sua dose di complimenti.

Se poi è vero che la critica è l’anima dell’arte, dove la critica manca, non c’è arte. La critica accende il dibattito e dà valore all’opera. Alcuni hanno ritenuto il brano un po’ asciutto.

Un po’ fuori dallo spirito di questi “ritorni”, il discorso è scivolato sull’estetica del brano: due quartine, caudate con una terzina, in novenari non rimati, un componimento “minimalista”… Un po’ d’attenzione, in positivo e in negativo, c’è stata invece sul risalire della lingua dalla bocca al naso ad aprire gli occhi. Al di là dei pareri controversi, ogni parola deve poter entrare in un verso… perfino il naso.

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55 Lin (92 – XXII.XXXVIII – 22/23.3 a) a 29.04.2024

STILLE DI MEMORIA

Rosalba
6 novembre

In sardo esiste la parola precisa, sùrtidu… ciascuna frazione di sonno fino a ogni risveglio (non mi proponete pisolino, pennichella, sonnellino, che hanno differente valore semantico e al massimo rappresentano solo una parte del significato). Su sùrtidu è un’unità di misura ancestrale, quando è unico vuol dire che si è ben dormito, ma più comunemente se ne hanno lunghi e brevi… poi ci sono quelli del mattino, intorpidenti, e l’ultimo è avvezzo al sogno, al sogno che si ricorda.

Trattiamo del sogno dell’ultimo sùrtidu di un mattino di fine primavera; dittato, magari non da Minerva e Apollo, ma tant’è; peraltro io non sono Dante… Se non fu la prima volta, fu certamente la prima percezione ed è accaduto di nuovo, alcune altre… Un fenomeno delicato, piacevole… E come non cercar di trarre insegnamento dal poeta? “I’ mi son un che, quando/ Amor mi spira, noto, e a quel modo/ ch’e’ ditta dentro vo significando”…

Brutto ferire quest’atmosfera con annotazioni tecniche, ma devo dire, per quanto possa essere critico di me stesso, che considero Stille di memoria un preciso punto di svolta della mia maniera (“Voi ch’avete mutata la mainera/ de li piagenti ditti de l’amore”…) di versificare.

Dopo i primi due titoli considerati, a un tratto, troppo didascalici, ho scelto quello classico, dal primo verso. Eppure, come si può constatare, non vi è alcun problema a mostrare anche gli altri, forse allo stato delle cose, l’unico caso in cui possa permettermelo. Non so se un giorno riuscirò a scriverne e dare un’idea di chi sia Rosalba per me, non so neppure se possa farlo il nostro lunghissimo epistolario ancora in atto. Al momento posso dire di non avere mai più incontrato una donna come lei e, inconsapevole, non so neppure se altri ne abbiano trovato una, forse un’idea… Al momento, nell’economia di questi “ritorni” di huxleiana memoria, proverò a buttar giù qualcosa.

Quando la conobbi aveva da poco compiuto quindici anni, io ne avevo cinque di più, eppure la sua personalità naturale, non esibita, mi sommerse dolcemente. La pensavamo allo stesso modo. Sapete quando delle tue stesse idee a malapena nel mondo potresti contarne tanti quanti le dita delle mani? Ebbene una l’avevo trovata. Mi cercò lei per qualche settimana, senza arrendersi, dopo un mio volantinaggio particolare con Antonella nel suo liceo, un giorno che era assente.

Così cominciammo a frequentarci e a scriverci, fu lei a chiederlo, era molto più intraprendente di me, piuttosto intimidito di fronte a questa ragazza vivace, bella e dagli occhi chiari: il sogno era già lì. Quello era un periodo piuttosto pieno per entrambi, ci si vedeva in base a rigidi appuntamenti, agli impegni e ai cambiamenti che la vita poneva, uno dei quali fu, a un certo punto, il cambiamento di città da parte mia e parecchi mesi in cui non fu possibile vederci. Quello che nel frattempo era nato o stava nascendo tra noi sarebbe banale definirlo secondo terminologie ordinarie o abusate, la scelta dei termini in questo caso deve essere accorta.

E’ necessario ora fare un bel salto nel tempo, lasciandoci alle spalle il complesso romanzo joyciano. Siamo ormai talmente abituati a internet e ai telefonini cellulari, che ci è perfino difficile ricordare come si comunicava quando tutto ciò non esisteva, a parte il telefono e la posta; in casi estremi si ricorreva agli espedienti più particolari e il bello è che funzionavano.

Era passato oltre un anno e mezzo dal nostro primo appuntamento, era corso tanto tra noi, incontri, fiumi di parole. Quasi due anni di fatti, di politica, di avvenimenti personali… ed era il sei novembre, a Roma, in via Giulia, davanti al suo liceo, intorno alle dodici; il portone e i dintorni più prossimi ad esso erano pieni di studenti. Lei era dentro, non ricordo se ci fosse assemblea o al cambio d’ora; secondo il mio modo sfacciato alla bisogna, chiesi a una ragazza se la conosceva e se poteva informarla in qualche modo che io stavo sotto… Non dovetti attendere tanto e mi apparve, manco fosse un miracolo, il mio sorriso attonito al centro della via… Lei sorridente, mi venne incontro e senza manco dire una parola mi baciò in bocca. Un bacio dolcissimo, indimenticabile, ancora oggi nitido nella mia mente, il nostro primo bacio.

Talmente fu indimenticabile che l’ho rivissuto come reale nell’ultimo sùrtidu di un mattino di giugno, oltre venti anni dopo; una sensazione indescrivibile, come gocce di memoria che si fanno nitide tra fermi immagine e movimento, in una foschia in bianco e nero, percepita dalla mente a colori. Lei appare sul portale spalancato e ci offriamo questo bacio di una dolcezza memorabile, là, al centro della strada, popolata di studenti.

Cos’altro chiedere? E’ qualcosa che ancora mi nutre d’amore, è davvero l’Eden. Sono passato ancora tante volte di là ed è straordinario notare in quello stesso punto l’ideale monumento che ci vede uniti.

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54 Stille di memoria (81 – XVII.XXIX – 10.6 a)  a 30.03.2024

LE NOSTRE NOTTI

Amori maturi, non lontani nel tempo, un amore nuovo in questi “ritorni”, intenso, ma a distanza, svoltosi per gran parte degli anni al telefono e con alterne vicende. “Nostre” perché erano loro, particolari e forse anche singolari, “notti” in quanto l’intensità del rapporto divideva il giorno almeno in quattro: risveglio, mattino, pomeriggio/sera, notte, ognuna di queste parti della giornata aveva una sua storia nel rapporto di Anna ed Edgar.

La storia cambia e con essa la vita quotidiana: chi li ha chieda ai bisnonni, ai nonni, ma forse basta chiedere solo ai genitori. In fondo la quotidianità è mutata tantissimo in pochi anni. E’ ormai diffuso il gioco del “come eravamo”; ogni decennio nel secondo dopo guerra ha avuto le sue specificità, oggi peraltro segnate da noti attributi, dai boomers, agli x, y, z, fino agli alpha, per citare solo le ultime e trascurare le denominazioni sovrapposte. La denominazione delle generazioni, introdotta in Sociologia alla fine del secolo scorso, è forse una delle nozioni di quella scienza che ha colpito di più i giovani e ha tracciato una sorta di confine, anche sarcastico, tra i diversi componenti, tanto che l’epiteto di “boomer” prescinde ormai dal suo significato semantico e appare, privato di esso, quasi come un’ingiuria. Proprio a fine secolo, più o meno a metà degli anni Novanta, due innovazioni tecnologiche sono intervenute a cambiare la vita sociale di ciascuno; si tratta in particolare dei telefoni cellulari e di internet, mediante i personal computer, con una fondamentale differenza per chi ha vissuto anche senza questi strumenti, dunque ha sperimentato totalmente le piazze, la corrispondenza, il telefono fisso, le cabine telefoniche e chi con essi ci è invece nato.

Anna ed Edgar si conoscono in questa nuova era, in uno strumento che ancora esiste, ma che ha perso molto del suo impatto iniziale; si conoscono in un blog, forse magari oggi si può dubitare che questo strumento potesse essere anche un mezzo di socializzazione: lo era, oggi molto meno, l’uso dei blog è molto più mirato, a tratti più tecnico, sopravanzato dai “social”, più diretti, ma certo meno profondi. Per farla breve, i due, nel giro di un po’ di mesi, fanno il primo step e si scambiano i numeri di telefono e da lì bruciano i tempi, aumenta la frequenza dei contatti, si perviene al primo incontro e tutto evolve rapidamente, fino a sentirsi, anche se lontani, più volte al giorno e in conversazioni sempre più lunghe…

Ma qui non si deve spoilerare l’intero rapporto, benché fosse necessario introdurlo, qui occorre parlare delle “loro notti”, in particolare della fase del rapporto in cui vivevano notti insonni al telefono, notti d’amore e drammatiche allo stesso tempo, perché alla veglia notturna seguiva, senza soluzione di continuità, una giornata di lavoro, a volte anche una trasferta…

Siamo in pieno inverno, è passato qualche anno dalla loro conoscenza, il rapporto è all’apice, sono giorni che si sentono continuamente a tutte le ore e si mandano una miriade di messaggi; è amore perché entrambi conoscono il comportamento di quando non lo è; non è detto che debba essere necessariamente così, ma si sono scelti e hanno scelto questa modalità, l’unica che gli dà serenità ed è scevra di qualsiasi fastidio, che ci sarebbe senza una passione così travolgente, lo sanno.

Oggi lo ha riempito di “ti amo” e gli ha detto anche “ti voglio assolutamente”. Edgar è felice.

Sale a letto all’una e la chiama, succede qualcosa di travolgente, neppure narrabile, forse neppure credibile, sono separati da poco meno di 1000 km eppure fanno l’amore, manca la presenza fisica, ma l’amplesso è totale.

In questa notte di follia, lei così schiva, gli chiede dei versi, non si trattiene più, è un’esplosione di passione. Nascono dei versi parossisticamente erotici.

Attenzione verso i corpi, come in attesa di input di uno da parte dell’altro e l’attrazione irresistibile che ne prescinde e fa pressione. Le menti sono ormai altrove catturate dalla frenesia del desiderio travolgente, da immagini eccitanti vissute, di lei sulle scale e lui sotto che con un balzo l’agguanta e sussurra “E allora?”, manco fosse una resa dei conti.

Inizia un gioco di sguardi e perfino la dissimulazione per l’eccessiva erezione che permette perfino di dialogare di giustizia sociale, in una sensuale simulazione che aumenta la frequenza del suo respiro, come una sorta di implorazione e lui comincia a navigare tra le cosce, i seni, la bocca, l’amplesso è deflagrante e duraturo, fino a spegnersi lungamente in sospiri, baci… “Come!”

 81 le nostre notti

53 Le nostre notti (125 – XXVII.XLIII – 11.2 a) a 28.02.2024

SOLE

Gli albori adolescenziali sono caratterizzati da fatti veramente singolari, quanto apparentemente insignificanti. Apparentemente appunto, perché in realtà hanno un impatto fondamentale sulla formazione di una persona; il fatto che se ne parli e si rifletta su essi dopo tanti anni ne è una dimostrazione.

Il nostro “eroe”, sedici anni appena compiuti, non ha una nutrita agenda di impegni, il suo tempo da qualche anno è occupato da sogni, fantasie, scrittura di versi, attenzioni verso le ragazzine, che raccolgono quasi per intero anche le altre tre occupazioni, poi certo c’è la scuola e tutto quanto fa parte della “routine” quotidiana, ma in qualsiasi impegno si infila prepotentemente quello principale, che si è ben capito.

Dovrei parlare di “amore” per semplificare e garantire una certa chiarezza, e perché no allora? Per una questione di mero pudore, di tenere un profilo letterario modesto, insomma per evitare di rendere il racconto spavaldo, eccessivo…

Tuttavia, chiarito questo, non si può neppure rischiare di non riportare il vero, per quanto semplice, sempre nello spirito del resoconto formativo dei nostri personaggi, per il piacere di conservare spunti psicologici e sociologici: una sorta di conflitto tra normalità ed esaltazione di essa. E ciò valga per quasi tutti gli scritti a tema adolescenziale da me prodotti. Infatti ci torno spesso nella speranza che prima o poi riesca a esprimere con chiarezza il concetto.

Nonostante questi vari ripensamenti, in origine il racconto era espresso in modo piuttosto esagerato, eppure quella era l’espressione pura delle emozioni del momento, pertanto la revisione si divide tra la necessità soggettiva di verità e quella obiettiva di un contesto oggettivo. Una gran lotta che comunque vede termini come “conclusione”, “fine”, “amore”, “tragedia”… riletti oggi, un tantino esagerati.

Pensate a L, la nostra protagonista più recente, lontana dagli occhi, lontana dal cuore, e immaginate una M, un’estate trascorsa insieme, il nuovo angelo, riluttante, ma non del tutto scevra dal piacere dell’assedio amoroso e l’inaspettato arrivo dell’altra nel mezzo del nuovo contesto… Consueta situazione in cui si perde capra e cavoli. Che fare? La duplice inibizione non porta a nulla di buono e non sarebbe stato meglio il persistere o il deviare, anzi sarebbero state soluzioni più gravi.

Sulla mera realtà tutto finirebbe qui, ma in adolescenza la realtà quotidiana si accompagna alle fantasie notturne, le quali ben sceneggiate conciliano pure il sonno, poi i sogni vanno un po’ dove vogliono e comunque non esattamente dove vorrebbe il sognatore.

La soluzione fantastica è introdurre meravigliose utopie, avvolgere L di passione e carezze, giacere insieme sotto le stelle e svegliarsi all’alba. Il sogno me la restituisce invece incollerita, stupita, deridente…

L’adolescente non è del tutto scontato, può sì rassegnarsi alla negatività, crogiolarsi in essa, ma all’opposto può anche trovare soluzioni positive per quanto irreali, trovare addirittura il sole come alleato e ipotizzare che il sole stesso assicuri un lieto fine.

Al di là del fatto poco rilevante, dall’esito scontato, potremmo deviare il discorso su un piano morale superiore, su cosa sia più utile per l’umanità in tempi difficili come questi. Cosa abbiamo in campo oggi di preoccupante a livello globale? Guerre, violenza, inquinamento, cui dovrebbero opporsi: pace, dolcezza, ecologia…

Se pensassimo di non poter far nulla, come suggerirebbe la realtà delle cose, saremmo comunque spacciati, potremmo scegliere tra scomparire o rassegnarci alla perdita totale della libertà. L’alternativa è creare un “esercito” globale di nonviolenti, antimilitaristi, pacifisti, ecologisti, che portino avanti una massiccia azione di contrasto alla minoranza che crea i pericoli per la vita dell’umanità. A volte si tratta di pochi uomini. Come possiamo lasciare in mano ad essi il destino del pianeta e della vita?

Occorre che l’umanità e le singole persone recuperino la loro capacità di ragionare. Cosa è meglio e cosa è peggio. Un piccolo esempio: come possiamo condannare chi chiede un forte e decisa transizione ecologica e cerca di sensibilizzare l’opinione pubblica realizzando comportamenti clamorosi, come un blocco stradale o tingere di vernice lavabile un monumento? Condanniamo un blocco su strade che a breve non potremmo neanche più percorrere per una molteplicità di ragioni, o un’imbrattatura, facilmente rimovibile, a scopo di sensibilizzazione, quando a breve non potremo neppure più vederli quei monumenti.

Non so, il ragionamento semplice, non condizionato dai signori dell’irrazionale, può magari aiutarci a risolvere banali dilemmi personali, ma addirittura importanti problemi planetari.

 sole

52 Sole (9 – II – 8.11 s) a  30.1.2024

UNA CONCLUSIONE

Un altro capitolo dell’epopea di L e del nostro narratore nei loro sedici anni; appare un po’ sbiadito nel ricordo, ma le testimonianze del tempo assicurano momenti di intensa passione prevalentemente di lui che ne custodisce memoria e li valorizza.

Ce n’è bisogno trattandosi di giornate semplici, piccole feste musicali nelle piazze o nei cortili di nonni e prozii, dove l’apice dei bollori adolescenziali si sfogava appiccicati nei lenti d’epoca, agevolati da profumi, carezze celate, il piacere del tatto sugli indumenti e delle labbra nello sfiorare il viso o il collo. Non erano solo effimeri piaceri, ma anche atroci sofferenze per fatti insignificanti causa di grandi paranoie, di analisi infinite, amplificate, che rivisitate oggi strappano un sorriso, ma hanno avuto importanza probabilmente fondamentale nella formazione individuale, sono storia nouvelle, dei comportamenti sociali…

Come oggi il panorama musicale giovanile era complesso, forse un po’ meno, ma non percepito universalmente; diversamente da oggi meno confuso nei generi, forse più netti e meno contaminati. Oggi nel termine “pop” viene racchiuso un po’ di tutto, anche quel poco che resta di un certo filone “impegnato”, nel tempo che stiamo analizzando non era ancora esploso il progressive, ma si era in piena era psichedelica, poi assorbita da quello e si poteva semplificare chiamando il tutto rock, non esattamente nel senso originario (rock ‘n roll), ma in un nuovo significato semantico che andava dalle rielaborazioni classiche fino all’hard rock, tutto ciò si contrapponeva al “commerciale”, “leggero”, “melodico”. I due generi nel periodo di transizione videro anche degli ibridi o “traslochi”, soprattutto dal commerciale all’impegnato (negli anni successivi è avvenuto anche il contrario, cito per tutti Alan Sorrenti). Un po’ nel mezzo stava il dutch sound (Shocking Blue, Robert Long & Unit gloria), gruppi anglo-francesi (Rare bird, Jupiter sunset – Back in the sun), anche italiani (Quelli, poi PFM; New Trolls, Orme)… Si usava scrivere versi usando la metrica di brani famosi, esempio Take to the mountains di Richard Barnes, diventata 2 novembre (poi in revisione Una conclusione).

Che accadeva quel 2 Novembre? La mini vacanza scolastica si trasformava nella possibilità di re-incontrare amicizie lontane, in quanto molti si trasferivano nei luoghi d’origine per la ricorrenza.

Gli incontri potevano creare momenti di gioia o anche rammarico. Con L era tutto finito sotto l’aspetto sentimentale e lui sentiva un senso di frustrazione in sua presenza, si abbandonava alla nostalgia ascoltando continuamente la struggente Back in the sun, che aveva accompagnato momenti migliori. All’amarezza si aggiungeva il rimpianto di non aver osato abbastanza quando poteva, i sentimenti erano contrastanti, dal dolore al desiderio di voltare pagina e tentare di dimenticare. Anche stare con gli amici aumentava lo sconforto, il senso d’angoscia.

Dimenticare è facile solo a dirsi, i pensieri difficilmente si possono fermare: allora si rimugina su tutto, sugli ideali differenti, alla vita che lei condurrà “lontano”, a quali saranno i suoi pensieri e la reazione ad essi. Tuttavia presto la delusione lascia spazio all’illusione e alla speranza, magari in un nuovo incontro che possa dare sollievo. Ed è un ciclo continuo in cui alla positività segue il dispiacere, il non capacitarsi del precipitare del rapporto appena al suo inizio e nella stagione meno adatta a reagire, quella più buia e fredda.

Inutile ribadire le considerazioni già ampiamente esposte sugli scritti ultragiovanili, piuttosto retorici, talvolta ripetitivi, monotematici, ma tuttavia documenti utili alla memoria. Se non ci fossero buona parte di essa si perderebbe, giacché talvolta sono incentrati su episodi oggettivamente insignificanti, ma che invece aprono un mondo nei ricordi della persona interessata, per questo vanno valorizzati come documenti fondamentali per la ricostruzione di storie, fungono da piccoli tasselli che uniti ad altri creano un racconto dettagliato, che altrimenti sarebbe aleatorio e privo di interesse per gli stessi protagonisti.

8 una conclusione

 51 Una conclusione (8 – II – 5.11 s) a 30.12.2023

SITUAZIONE… SOLUZIONE

Ancora adolescenza e L, la stessa del pezzo precedente, ma mentre quello era un racconto reale, questo è molto fantasioso, perché sovente, quando ci si infatua di una ragazza, se tutto non va esattamente secondo i desideri, subentrano le fantasie non necessariamente notturne, ma preferibilmente, perché è un metodo infallibile passare dall’invenzione di un sogno alla concretizzazione del sonno. Peraltro pare sia un metodo diffuso e sicuramente più piacevole del conteggio delle pecore.

Il nostro ispiratore e protagonista si muove in un’ampia visione del mondo tra pacifismo e protesta contro l’incombente odio, rivolgendosi all’amata da persona navigata che conosce la società nella quale domina il malessere. Il sogno d’amore si fa invettiva giacché sulla terra non c’è un angolo di pace e l’amore (si affronta il concetto retorico secondo cui il passato è sempre meglio del presente, ma il quasi sedicenne può. Infatti, più adulto, nel tempo della negazione assoluta della positività, ammette che vi siano pochi spazi di pace, prevale un piccolo ottimismo) si è trasformato (prevalentemente) in odio… Eccoci! Ma questa situazione non scalfirà il nostro amore. Lo dimostra il fatto che quando ci siamo incontrati questa amara realtà è svanita (mentre il sogno originale si attardava in azzardi pessimistici e pseudo sociologici muovendo critiche anche a una collettività sessuofobica, e da questo punto di vista in buona parte continua ad esserlo). Eppure il nostro adolescente vedeva ai suoi tempi e nei suoi luoghi un paternalismo bonario, degenerato in seguito.

Il sogno, in quanto fantastico, mostra passato remoto, passato prossimo e presente della relazione, un artificio funambolico per un sedicenne, poiché non può vantare una lunga esperienza.

Così il sogno temporeggia tra passione, sentimento, struggimenti vari dovuti ai malintesi di coppia, alle reciproche accuse di affetto parziale, stante lo svolgersi del tutto in una società piena di contraddizioni. L’irrazionalità sposta questi problemi affettivi in accuse a terzi, alla moltitudine, che nel giro di pochi anni non si commuove più, non ha più cuore, tutto si è meccanizzato, robotizzato, la pancia del boom economico strizza l’occhio al futuro, al surreale. Il non capirsi, il non amarsi, il non piacersi più è colpa di questo insieme che avanza, questa forza priva di sentimento.

“Penso proprio che le macchine, vincendo le menti umane, abbiano fossilizzato le anime” pertanto occorre lottare per la liberazione esistenziale, studiare una rivoluzione dal Libro, dalla scrittura.

Il pensiero adolescente fa riferimento a lettere, alla corrispondenza tra i due, della serie, siamo noi a risolvere e nei tuoi scritti trovo la gioia. La revisione matura fa riferimento alle Scritture, al Vangelo, alla nonviolenza, alla Carità e alle altre virtù poste al servizio di questo amore evanescente che si nutre di sogno e speranza e che accusa il mondo ipocrita di remare contro, così occorre isolarsi per non subire la sua contaminazione.

La visione onirica si fa narrazione cinematografica, una sceneggiatura con per protagonisti i supereroi dell’agàpi, con il mondo acerrimo nemico, ed è la loro forza, giacché bastano a se stessi, lotta lotta lotta… Tuttavia non si sogna in due, l’unilateralità può essere solo consolatoria, un palliativo temporaneo e tuttavia resistente, finché una nuova storia non lo mette in non cale.

Stravedo per la fantasia adolescenziale, quando le passioni sono davvero tali e incondizionate, forse al di là di tutto anche indifese, dove la retorica, che c’è, è però impalpabile e imperturbabile. Quando si cresce non è più così, la maturazione, l’esperienza, lo studio, la comprensione, portano un po’ a vergognarsi di queste pene d’amore espresse senza pudore.

Al di là del focus sull’amore di due adolescenti, certo centrale, resta fortemente d’attualità, non solo nella visione del sognatore, la prevalente presenza di odio nel mondo; è bene precisare, più che di prevalenza numerica, si tratta di preponderanza dell’arroganza a tutti i livelli, dai fattacci che ogni giorno si verificano non solo nelle nostre strade e coinvolgono due o più persone, alla politica a dir poco reazionaria di chi manifesta il suo potere rigorosamente per i propri interessi diretti e indiretti e che in base a questi, oggi ne dice una, domani il suo contrario, incurante degli effetti dannosi sulle masse, sul popolo, in parte stanco, assuefatto, rassegnato, incapace di reagire efficacemente.

… E allora, se neppure la storia ci ha insegnato nulla, anzi si cerca di celarla ai più, se la guerra prevale sull’intelligenza, che faremo noi… e dove andremo noi…?

situazione...soluzione

 Situazione… soluzione (6 – II – 11.10 s) a 27-30.11.2023

UNA PAGINA DI STORIA

Tornare a trattare di scritti adolescenziali quando ormai l’adolescenza è passata da un pezzo e non lo si vorrebbe neppure ammettere, è un esercizio piuttosto contrastante, soprattutto le sensazioni lo sono e non sono assolute, comprendo che dipendano prevalentemente dai momenti che si stanno vivendo, a tratti appaiono illazioni… Peraltro non essendovi la controprova sull’interpretazione fedele di un testo, ci si improvvisa tuttologi; direbbe allora il narratore: “il giovinetto…”, in un misto di malinconia, curiosità, poco piacere, forse riflesso nel tempo, in una sorta di associazione/dissociazione alternata. La cosa certa è che le sensazioni sono diverse, mutate, per certi versi sorprendenti, più che le attuali, quelle di allora.

Osservo subito, che al di là di quella che conosciamo, l’importanza della scrittura comprende certamente la negazione dell’oblio privato, in parole più povere, di ciò di cui si è scritto si conserva memoria, mentre di molto che non si è scritto è più problematico tenere memoria, almeno quella spicciola, immediata.

Con L. si conobbero da bambini, diciamo pure da pre-adolescenti, poi si frequentatrono e si scrissero per anni fino alla maturità, non si può dire troppo perché si è vincolati da una certa privacy d’opportunità e le postille in voga ai tempi: i fatti narrati sono frutto della fantasia, eccetera eccetera, sono ormai anacronistici, almeno per alcuni indirizzi stilistici.

Dei loro primi incontri, accompagnati da rispettive zie, ricordo poco, forse stettero taciturni e imbarazzati, condizionati dai discorsi dei grandi, ma in uno di questi erano invitati a un matrimonio, trascorsero tutto il tempo insieme e goderono di una certa libertà, acquisendo una certa confidenza; lei era piuttosto disinvolta ed estroversa, ci si stava bene, e il timido, si sa, una volta in fiducia si scatena. Così al di là dei momenti collettivi, si ritagliarono una certa intimità obbedendo alle prime pulsioni ancora embrionali, insomma si appartarono e assaporarono i primi bacetti, abbracci, qualcosa del tutto improvvisato e di cui non conoscevano nulla di più del naturale impulso… I dialoghi farebbero sorridere… Ne uscirono un po’ “fidanzatini”…

Gli altri ricordi vanno agli anni della prima adolescenza, quando già si scrivevano e passavano del tempo insieme, anzi erano talmente sempre insieme che la cosa non solo fu osservata, ma anche scoraggiata, con disappunto di entrambi e soprattutto del nostro “giovinetto”.

Crebbero, le loro lettere ne sono testimoni, insieme organizzavano feste, si allargò il gruppo di amici… le storie cambiano velocemente, specie in quegli anni.

Le dedicò dei versi in alcune occasioni, aveva iniziato a farlo a quattordici anni, come fanno molti ragazzi e ragazze; nulla di interessante se non per il fatto che ricordano momenti della loro storia personale ed è questo che li riempie di importanza.

Sto esaminando i versi celebrativi per il quindicesimo compleanno di lei, resi asciutti da parecchie modifiche tese a smorzare la retorica un po’ banale. L’originale risulta molto enfatico, il titolo anacronistico “Nasce una donna”. La metrica richiamava la canzone “Anna” di Battisti. Dopo le varie revisioni i versi sono diventati liberi e definiscono la sua nascita “Una pagina di storia”. L’enfasi persiste ma meno, diciamo che le variazioni hanno permesso un recupero alla meno peggio.

A suo tempo, sostiene sinteticamente, i tuoi genitori si sono amati e sei nata tu, fu un evento importante e la famiglia ne gioì. Il “caso” ci fece incontrare, non il destino e nel farti gli auguri ti incito ad agire come desideri, secondo la conoscenza soprattutto di te stessa.

Un semplice omaggio, coronato da suggestioni musicali nuove; con il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, declinava Battisti e si imponeva il soft rock, poi definito progressive; uno dei maggiori gruppi erano i Procol Harum, dalla musica molto suggestiva, intrisa di contaminazioni classiche e testi poetici surreali, pertanto per stare in linea chiosava in un appunto: salteremo il facile fandango e gireremo per le strade allacciati, ma non voglio che il tuo bel viso diventi nella notte un’ombra bianca di pallido. Ma davvero il fandango è così facile?

10 una pagina di storia

Una pagina di storia (10 – II – 23.11 s) a 22-23.10.2023

A UNA COMPAGNA

Scrivere per tessere di mosaico comporta il rischio di ripetersi, ma il peggio è se ci si contraddice. Neppure tanto però: potrebbe migliorare l’elaborazione del testo per capire le ragioni della contraddizione, o l’esame dei differenti contesti, studiare il senso del seguire se stessi.

Forse si è già scritto di “retorica” in questi testi, e non di ars retorica, ma banalmente ciò che intendiamo oggi, qualcosa di artificioso, ricercato, ad effetto. Sicuramente negli scritti adolescenziali questa cosa c’è, è documentata, ammessa, perfino compresa. Si percepisce la consapevolezza di trovarsi davanti a un testo che ha questo “difetto” e tuttavia scaturisce da un’esigenza positiva.

Sedici anni, seconda superiore ormai conclusa, classe mista, ormoni in subbuglio (il primo bacio ha da venire, ma è imminente). Si tratta chiaramente di un periodo formativo importante, anche se non decisivo (quello arriverà tra qualche anno), come trovarsi Entre dos tierras (per dirla con un brano rock gotico-new wave importante). La tipica fase di transizione in cui si alternano amori, delusioni, cronaca, rivolta, individualismo cristiano militante, primi approcci movimentisti confusi.

Contrariamente al primo anno, il nostro, legò particolarmente con alcune compagne di classe peraltro più grandi di lui. L’anno precedente in questo senso fu piuttosto problematico, un po’ per lo snobismo di alcune, un po’ per l’età, l’inesperienza, l’inadeguatezza da entrambe le parti.

Legò in particolare con due di loro, sue vicine di banco, perché in qualche modo lo incoraggiavano, erano solidali, si creò un rapporto anche fuori dalle mura scolastiche.

Le due ragazze erano amiche ma piuttosto diverse tra loro. Lui stava in un banco laterale rispetto alla cattedra, e sedeva “perpendicolarmente” a lei e alla sua compagna di banco, una bionda, bella, per la quale si era preso una cotta e con la quale condivideva gusti più leggeri e il dutch sound… ma è dell’altra che dobbiamo parlare, la più sensibile della classe, quella che amava divertirsi,  ma si commuoveva e versava lacrime vere di fronte a ingiustizie consumate vicino o lontano da lei nello spazio e nel tempo o anche solo nell’udir parole di approvazione per esse. Sognatrice, amava i poeti spagnoli, come Rafael Alberti (Balada para los poetas andaluces de hoy). Nell’Istituto, un vecchio convento, per starci tutti dovevano ricuperare degli spazi, tra archi e colonne.

Gli era capitato di doverla consolare alcune volte, piangeva più per rabbia che per dolore, nel senso che non tollerava il razzismo in senso ampio, neppure nei ragazzi della loro età. Ovviamente la pensavano allo stesso modo, ma in classe c’erano elementi neofascisti o almeno reazionari.

Questo suo soffrire gli provocava dispiacere tanto era spontaneo e non controllabile, così intorno alla fine dell’anno scolastico scrisse per lei un testo che a distanza di tempo gli apparve per certi versi retorico e che modificò cercando di salvare il salvabile. Secondo alcune sue amiche le versioni originali sono migliori delle versioni modificate, ma chi resiste quando la retorica si tocca con mano?

Lei era una ragazza che amava il divertimento e nello stesso tempo era particolarmente impegnata, cose non affatto in contrasto; andavano alle manifestazioni politiche della sinistra studentesca… Gli sembrava che averla definita “divinità”, “pace inerme”, fosse piuttosto fuori luogo. Eppure in quella prima stesura c’è una punta di ironica polemica, di celata esaltazione.

Chi si era sostituita a quella ragazza che amava andare in giro in moto a cosce scoperte? probabilmente nessuno, non la conosceva ancora, pertanto la riconobbe per ciò che realmente era: una persona giusta, cui dava grandi responsabilità, come la redenzione degli uomini, una jesus di cui manco a dirlo diventò discepolo. La logica del testo invoca che il divino non si soffermi nei retti, ma in chi fa la guerra e il male. Concetti elementari originali, rivisti, ma solo nell’esposizione.

Il narratore si chiede, che ti è successo? Sembravi una come tante, invece sembri diversa da ciò che vedevo prima di frequentarti, oppure sei semplicemente stata sempre così? posso sbagliarmi, dimmi tu come stanno le cose, tuttavia ora è ben evidente, al di là della tua femminilità, l’aspirazione al bene. La politica demagogica e ingannatrice fa la guerra al mondo e tu puoi fare molto per smascherarla (un compito pesantissimo), liberiamoci dal sistema impostoci fin da piccoli. E, il potere deve essere distrutto, perché è da esso che nascono i mali dell’umanità.

14 a velia

A una compagna (14 – III – 3.6 s) a 24.9.2023

PURGATORY (strumpet)

Questa “comedia” termina con il Purgatorio, è una “mondana” comedia, inizia dal bello, continua con momenti no e si infrange nel palliativo. Il riferimento alla “divina” è solo nominale.

Non c’è alcun Virgilio e l’eventuale Beatrice (Ginevra) è ora solo un pensiero inespresso, relegato agli altri due momenti, e questo conclusivo, ma sostanzialmente di mezzo, si frappone tra sofferenza acuta e speranza.

Ginevra e Graham vivono sospesi, appesi a notizie, suggestioni, pensieri, episodi… transfert… Hanno momenti di distensione, come possono essere una giornata al mare, un incontro improbabile, simpatia contingente, lusinghe, contatti e tenerezze, vorrei ma non posso… Una giornata normale, diversa, rappresentata come una sorta di apocalisse digradante, espressa in lingua inglese, come se ciò la facesse apparire in una dimensione più irreale.

“Strumpet” non ha accezione negativa, semmai retorica e allo stesso tempo provocatoria rispetto al giudizio della gente sulle ragazze naturalmente affettuose o in cerca d’affetto.

Peraltro nella scrittura la realtà si contrappone alla fantasia, la banale cronaca al surreale costruito con tutti i mezzi a disposizione e con l’idea di avanguardia che rende suggestiva qualsiasi tipologia espressiva, perfino materiali inesistenti da oltre un secolo utilizzati per costruzioni fatiscenti che non starebbero né per terra, né in aria.

Così la giornata al mare in torpedone, in un luogo relativamente lontano ma abbastanza noto al protagonista per averlo frequentato da bambino, si trasforma in un “purgatorio” molto particolare e fantastico. La gita collettiva ha i soliti sviluppi, mare, pranzo, passeggiate e ritorno, socializzazione con le persone conosciute e focus su chi interessa maggiormente fino a creare un certo pathos, ma lasciamo perdere la piattezza.

Graham si trova davanti a una porta e ha alle sue spalle i mesi di alienazione transitoria, vi entra e si trova davanti the window sill dalla quale scorge the artificial horizon, elettrico, magnetico, manco la terra si fosse trasformata nella scenografia di un film di fantascienza.

Una situazione normale, se non fosse per tutti quei luccichii e scoppiettii. Una casa comune, vuota, vicino a the gutter si scorge un cavo che avvolge una colonna (sarà infame) alla stanza, che sa di plenary cell in cui espiare e là c’è una donna, bronzea, sembra a lamb of molten gold, forse richiama il vitello d’oro biblico; simboli inquietanti, si fa presto a dire bitch, strumpet (magari trumpet, beach). Ella prega, eppure non distrugge il pregiudizio (black death), come si fosse solo messa a lucido, tanto che in quel contesto surreale e visionario estrae dalla cenere una cornice arroventata ove sta scritto il suo motto: sono semplicemente una donna, né pietra, né pianta, neppure cultrice della ruggine, pertanto faccio l’amore e non sto a badare quando e con chi. Eppure tiene un diario, lo custodisce con cura e ne trae piacere.

Lui si accosta, vi si siede accanto, si eccita scorgendone il viso, l’attenzione precede qualsiasi gesto che non sia la pressione tra i loro corpi, la penombra cela la loro intensa emozione, il loro rossore, le loro gocce di sudore; la temperatura è aumentata nonostante la frescura vespertina, lui cerca il suo corpo, le morbidità, le sue labbra, lei resiste al di là dei “cattivi” pensieri anzidetti e in quel contesto molto particolare, come può esservi il cielo in una stanza potrebbe starci anche il mare, almeno una piscina; il luogo si trasforma in un solarium, in cui giacciono dopo un bagno rinfrescante e stesi uno accanto all’altra tornano a bruciare, a smaniare, a pulsare, a possedersi.

Ora la mente vaga tra realtà e fantasia, è un peccato in questo periodo così particolare o tutto va circoscritto nel confine dei desideri? Non c’è tempo per riflettere, trattasi di bizzarrie, perché lei è già in piazza, nella confusione, a mettere in pratica il suo motto, a rinfocolare il pregiudizio che sia troppo facile… e perché lei e non le decine di individui che le stanno intorno a struggersene?

Sono ancora dentro la cella (i registi sono capricciosi), dove ha preso a ruotare l’elica e rinfrescarli, la sua pelle nuda è intirizzita e chiede di riscaldare i suoi brividi… “Ho freddo…” (si dice anche nei migliori film) ed è azione importante, nonché piacevole, dare calore, specie da adolescenti, quando il cinema d’essai aiuta tanto. E chi se la dimentica questa? Le vent nous portera encore…

21 purgatory

Purgatory (strumpet) (21 – III – 16.11 s) a 28.8.2023