FANCIULLEZZA

I periodi in cui siamo stati bambini non hanno dei confini ben definiti, vi sono vari step non uguali per tutti: cominciare a camminare (scapai a pei, in sardo), iniziare a parlare, frequentare la prima scuola ed entrare in contatto con gli altri bambini… poi c’è un salto maggiore, quello della Scuola elementare (oggi primaria), dove incomincia un modo diverso di rapportarsi con i compagni e con gli adulti, un primo ingresso in società, le prime responsabilità.

In questo tempo che io ho voluto definire fanciullezza, denominando infanzia quello precedente, la coscienza di se si fa più nitida e anche i ricordi diventano più saldi. Non vi sono confini precisi, ma in linea di massima sono cinque anni per ciascun periodo, una vita per un bambino e anche per un adulto che ripensa a se bambino, almeno per me è così… La percezione di uno scorrere lento del tempo e un’intensità degli avvenimenti cospicua. Essi ritornano secondo la nostra volontà e le nostre scelte mnemoniche.

E’ chiaro che non si può esaurire l’argomento sulla propria infanzia e fanciullezza in poche righe; a esservi interessati sopra altri argomenti si potrebbero scrivere volumi, ma ognuno di noi si crea delle priorità, pure sulla scrittura, anch’esse non hanno limiti ben definiti e mutano con il tempo.

Come impressione, devo dire che dedico parecchio tempo dei miei pensieri a quell’età, non di meno ad altre fasi della mia vita, ma intendo dire che non escludo quel periodo e ci torno spesso con i ricordi, con le immagini, con considerazioni particolari e a volte con un confronto tra i riflessioni espresse in altri momenti, una sorta di ricerca non scritta.

Queste riflessioni hanno l’unica ragione di tornare su un argomento già trattato, appunto, senza pretendere di esaurire l’argomento, che altrimenti non avrebbe mai fine.

Non avendo la pretesa di un approccio di carattere scientifico alla materia, basandomi prevalentemente sulla mia sola esperienza, devo osservare che chi riflette su quel bambino (me stesso), non è un bimbo, ma un adulto, lo dico perché a volte può avvenire una sorta di sdoppiamento come se a pensare fosse l’io di allora.

In altri tempi forse sono stato anche troppo “severo” sul me piccino, non parlo di comportamenti, ma di consapevolezze o che so io. Inutile peraltro cercare nel bambino che sono stato germi dell’adulto formatosi e che sono, avendo la pretesa, una volta giunto in età matura (dopo l’adolescenza) di aver mantenuto, pur maturando, le stesse idee.

Come premessa è anche troppo lunga, sì, perché le idee fanno ressa e non possono essere considerare tutte.

Opterei per esaminare due aspetti: qualche fatto essenziale e dirimente rispetto alla formazione e strane elucubrazioni pseudo filosofiche, tipo “mondo di Sofia”.

Nel momento in cui dovetti iniziare la Scuola Elementare, mio padre fu trasferito dal paese di origine della famiglia, in un altro a una ventina di km., così lasciammo casa nostra per andare a vivere in un altro luogo, e là iniziai e conclusi le elementari. Penso sempre a cosa poteva cambiare se avessi continuato a stare nel mio paese natale. Non penso sia una riflessione banale, visto che tornato a casa, in sostanza avevo per due volte cambiato le mie conoscenze, gli amici, gli incontri…

Il mio primo giorno di scuola non fu ordinario, piazzai un casino, perché ritenevo di potermi scegliere io il maestro; non fu un atteggiamento arrogante, ma disperato, perché mi separavano dagli amici fino ad allora conosciuti.

Se devo essere sommario, passavo il tempo tra giochi con gli amici (calcio, bici, battaglie…), lettura di fumetti, compiti (immagino, non è il ricordo più presente), tv e a un certo punto, in un primo iniziale interesse per la scrittura e le canzoni.

Anche il cinema divenne un appuntamento settimanale… Mi sono rimasti impressi i film più sconvolgenti, dove accadevano cose tristi e in particolare, film “storici” con riti funerari degli antichi egizi (durante quelle scene chinavo il capo per tutto il tempo).

Fin da allora iniziò un’occupazione che non mi ha mai abbandonato, la fantasia. Mi creavo delle avventure e pretendevo di sognarle, in una sorta di mistura tra onirico e reale: un treno (forse mio?), battaglie campestri o altri avvenimenti, anche scolastici, risceneggiati a mio piacimento, immedesimazione con gli eroi dei fumetti, fino a immaginare di essere un alieno o che tutti fossero alieni tranne me…

La radio, più della TV, era una fucina di espressioni suggestive che si imprimevano in mente, nomi di stati, di capi di stato, africani o dell’America latina, ma anche Europei, dell’URSS e dell’estremo oriente…

Fatti che poi inevitabilmente davano luogo a riflessioni, riprese in età adulta, ma meno criticamente, anzi è curioso come si possano formare delle catene apparentemente senza logica, come ad esempio dalla paura degli antichi egizi a un interesse particolare per l’argomento, intercalato da vari episodi.

La fanciullezza non più miraggio ma sorgente di nuove consapevolezze.

33 fanciullezza

fanciullezza (33 – IV – 30.12 a) – a 30.12.2019

INFANZIA

Pensare all’infanzia, almeno per me, è come pensare a un’eternità fa. La mente si perde nei ricordi, ingarbuglia i tempi e se vogliamo gli spazi… Mi viene in mente quella volta che all’età di sei anni andai a Nuoro con mia madre, viaggio epocale, avventuroso, da solo già un romanzo, molti i ricordi e le immagini tenuti a mente, tanti anche i flash per i quali si è resa e si rende necessaria una ricostruzione.

Allora vivevo in un paese in cui c’era il treno, il cui fischio accompagnava le giornate e soprattutto le notti, già questa era una grande novità. Una piccola stazione lungo la linea Cagliari-Sassari.

Forse fu anche uno dei miei primi viaggi in treno, qualcosa di fantastico. Il piccolo mondo relativo tra casa e Nuoro, dopo qualche giro di rotaia, magicamente si espandeva, diventava qualcosa di epico. Allora era necessario raggiungere Macomer con le Ferrovie dello stato, poi lì c’era un’altra linea ferroviaria, non pubblica, che portava a Nuoro (lo chiamavano “il trenino”).

L’immagine più vivida (a parte quando infilai le dita nella presa di corrente in casa di tzia Gratziedda) che mi è sempre rimasta di questo viaggio, è un campanile, una forma orientaleggiante che neppure a metà del viaggio mi induceva a riflettere sullo spazio percorso, su quale paese sconosciuto e sorprendente stessimo viaggiando.

Per anni ho pensato a questo paesaggio da mille e una notte, per concludere, già in gioventù, che si trattava del campanile della Cattedrale di Oristano, con il suo cupolino a cipolla rivestito in maiolica multicolore, di epoca bizantina, il quale visto e rivisto da adolescente e successivamente, non mi fece mai l’effetto di quella prima volta.

L’infanzia non è solo questo, ma anche questo. I ricordi si spingono anche a tempi precedenti, fino a perdersi in sensazioni nebulose che neppure la visione di foto dell’epoca rende nitide. Eppure la mente ha catturato visioni e storie non fotografate, che semplicemente appartenevano alla vita comune di tutti i giorni e per un bambino potevano avere caratteristiche singolari, come la scoperta dei servi pastore che dormivano nelle stuoie sui tavoli o per terra, nella casa/locanda sui generis in cui i miei genitori avevano in affitto una stanza, lavorando mio padre in un paese che non era il nostro.

Ero allora molto piccolo, intorno ai tre anni e la padrona di casa era “diventata” la mia terza “nonna”, così la chiamavo.

Né mi è possibile dimenticare nello stesso periodo, l’immagine è molto nitida, quando con mio padre scivolammo con la vespa (o la moto), su un mucchio di ghiaia sistemato lungo la strada fangosa che ci riportava a casa, in pieno temporale.

Il nostro era un pendolarismo quasi quasi quotidiano, la nostra casa, quella ove nacqui, stava a soli sei chilometri da dove mio padre doveva dimorare per il controllo delle linee elettriche.

A questo proposito un’altra delle immagini che mi sono rimaste impresse in età inferiore ai sei anni, è la teoria di pali elettrici che accompagnava me e mio padre quando andavamo al mare in moto… Per non parlare dell’equivoco sulla Resistenza alle elementari o il significato dell’oscura frase “ispezionare la linea”…

Nel nostro paese, oltre alla casa, stavano i nonni e i tanti zii. Dunque i flash si incrociano prescindendo da una precisa cronologia.

Che non fossero tempi di “globalizzazione” (riguardo agli aspetti più sconvenienti e alle attenzioni al limite dell’ossessione) si capisce dal fatto che mia madre – quando avevo circa quattro anni, forse non in età d’asilo o in qualche giorno di assenza -, mi lasciava inginocchiato su una sedia con gli scuri della porta di ingresso aperti per andare a fare la spesa; io stavo là fermo, con lo sguardo fisso al cancello del medico, il cui lungo viale conduceva direttamente al centro – evitando più lunghi percorsi – e mia madre mi trovava esattamente come mi aveva lasciato. Non so quante volte possa essere accaduto, ma di una ho il preciso ricordo, del momento preparatorio e della sistemazione per la “visione”.

Più drammatico è il ricordo di uno dei miei primi ingressi in Cattedrale, o almeno il primo che io ricordi, forse era il periodo di Natale, ero molto piccolo perché qualcuno/a mi prese in braccio… Sentii che le donne dicevano (forse in riferimento alle apparizioni di Fàtima, ma io intesi che era accaduto lì e allora) di una prossima fine del mondo; la suggestione di quel luogo, tra leoni di marmo, presepe e tutto il contesto, mi mise una paura tale che iniziai a piangere disperato, senza pausa … Così ai tempi della Madonna pellegrina, avevo una gran paura e chiesi a mia madre di non portarla a casa…

A rifletterci, specie tra i 5 e i 10 anni si potrebbero ricordare delle cose bellissime, in realtà ci sono e numerose, ma fanno da contorno perché considerate normalità; purtroppo, anche se in numero minore, ci segnano i ricordi negativi, le paure, che poi ci terranno compagnia inconsciamente o meno per tutta la vita.

infanzia

2 – infanzia (32 – IV – 28.12 a) – a 27.11.2019

UNA NASCITA

Cosa potrà pensare un adolescente della propria nascita, un momento di cui saremo sempre inconsapevoli, ma nello stesso tempo il momento fondamentale della nostra vita?

Potrà ricostruire qualche immagine in base al racconto fortuito dei genitori o di qualcun altro che ha assistito all’evento, poi gratificare del racconto l’amore del momento.

Lo ho sempre considerato un momento intimo, su cui avrei voluto forse speculare, ma non ho mai osato chiedere più di tanto, se non chi era presente in casa, le nonne, qualche vicina…

Un tempo, almeno nelle località in cui non c’era un ospedale, si nasceva in casa, nella propria casa, con l’assistenza di un’ostetrica, era certamente un evento più tradizionale, che coinvolgeva l’intera famiglia, con tutte le conseguenze che poteva comportare, dal punto di vista di rilevare o meno dei problemi anche lievi, ma risolvibili, che so, una displasia, un ittero… Non intendo certo fare l’apologia della nascita a domicilio, almeno se non si ha la possibilità di essere assistiti a dovere. Eppure c’è stato per qualche tempo il rimpianto per la nascita in casa, se non per il parto in se, per il fatto di dover nascere fuori dal proprio comune di origine, motivo d’orgoglio che in passato ha causato anche delle prese di posizione…

Qui in Sardegna lo scrittore Gavino Ledda contestò per lungo tempo la norma dello Stato civile che impediva di dichiarare nato nel comune di residenza dei genitori, il bambino che nasceva di fatto in un ospedale. La norma è stata leggermente modificata, ma solo in senso burocratico, di fatto non cambia la sostanza (l’atto si registra nel comune di residenza, ma si indica il comune del parto).

Potrebbe aprirsi qui il lungo discorso del concepimento, che nel medioevo a Firenze contava l’età di una persona da quel momento (a conceptione) piuttosto che dalla nascita, ai fini del luogo da indicare nell’atto… Certo si aprirebbero scenari anche comici. Eppure, c’è qualcosa di un po’ assurdo nel sapere che, ad esempio, nella nostra provincia, i bambini sono tutti nati in soli tre comuni, è un obbrobrio dal punto di vista culturale.

Senza tornare agli usi fiorentini, certamente si potrebbe considerare la residenza dei genitori, tenuto conto che al nono mese sei comunque compiuta/o anche dentro il grembo materno. Un’altra soluzione potrebbe essere quella di accompagnare il luogo di nascita a quello di origine.

Oggi i bambini nascono quasi tutti negli ospedali, ma questa scelta è stata graduale, forse per oltre un decennio presumibilmente cessato negli anni Ottanta, qualche madre ha scelto il parto a domicilio, così molto raro oggi.

Ci si fa prendere la mano con questi discorsi, ma esiste anche l’etica e la cultura, oggi si parla solo di soldi…

E’ bene che una persona trovi momenti per riflettere anche sull’esistenza – si spera sempre in senso positivo e sereno -, che si preoccupi di questo suo “mistero”: che se sei stato concepito a gennaio, hai probabilità di nascere a ottobre, magari alle tre di notte e di sabato. Riflettere magari sulla situazione intorno a se mentre si veniva al mondo, che poi è una delle cose più “facilmente” ricostruibili.

7 una nascita

1 – Una nascita (7 – II – 23.10 s) – a 31.10.2019

SINTESI

Un nome greco per mio figlio
(ancora penso Licia e Rosalba…)
e ancestrale per mia figlia
(…Stefy, Donatella e Annamaria).
Negli ‘enta come negli ‘enti,
what’s difference I don’t feel,
se ho tanta voglia di tornare
ai pop festival e Umbria jazz.
Fino a cinque anni in patria,
ancora esule a dieci e più…
Studi superiori in revolution
con il movimento studentesco.
Il tempo di Roma radicale e
operaio in quello del ritorno,
docente in erba, per condensare,
adelante, ma volto a guardare.

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Dopo dieci anni di produzione più o meno costante, la mia scrittura di versi ha avuto uno stop e in mezzo, sperduti, questi… annunciati da un appunto volante, peraltro erroneo e ritrovati a fatica, insieme ad altri successivi, completamente dimenticati, in lingua sarda.
E’ evidente che il brano rappresenta una separazione almeno temporale della mia versificazione, i cambiamenti si noteranno gradualmente.
Il pezzo, una sorta di “manifesto” privato che descrive se stesso, fa un sommario bilancio del passato che accompagna gocce di futuro…
Il versi hanno subito modifiche per ragioni di privacy.
(XI.XVI – 23.10 A)

UNA VIOLENZA (prima gioventù – IV)

Pensarla con altri era infondato.
Chiede di me, mi ritiene immaturo.
Ispira i miei pensieri.
I miei occhi si fanno intransigenti,
le lacrime tornano sui suoi occhi.
Rispondo al suo saluto,
“Cos’è successo…”, è pace? Decreta:
l’attrazione mentale e fisica is over,
la mia facondia spaurirebbe le donne;
e io: ancora insieme, un viaggio…
“Verrò al tuo letto per averti”,
“Dovrei bere tre bicchieri di vino,
due giorni fa sarebbe bastato niente”.
Fallisco il tentativo di insidiarla
ma non è riluttante ai miei abbracci.
“Ti farò sapere quando me la sentirò”.
Non riesco a rispettarla:
“Non trattarmi come una puttana!”.
Come dogmi ha assunto le mie idee.
L’amore tenuto vivo dalle lettere:
“Hai smentito quell’immagine di te”.
Equivoca dissacrazione degli scritti.
Occhi splendidi, corpi a contatto,
morbidità conosciute, si abbandona;
mi trovo ad un passo dal successo,
poi “Arbeit macht frei” rovina tutto,
inusitata torna in lei la collera.
Overdose di espedienti!
Resa gelosa, per rappresaglia,
fa la licenziosa con chiunque.
Ricaduta nel litigio, tensione,
dolore, odio, la insulto con ira;
le urlo di non guardarmi più.
Follia, “giochiamo” a ignorarci,
poi mi parla, è misericordiosa,
in me voglia sadica di ferirla,
convinto inoltre a disprezzarla.
E’ cosciente di avermi annullato.
Gridi offensivi repressi dentro.
La sua partenza è un sollievo,
ma la gioventù non è finita…

Ultimo atto (anche se non ultimo in assoluto) di questa storia che ha attraversato, quella che ho definito, la mia “prima gioventù”. 
Avrei voluto cambiare il titolo, perché la parola “violenza” evoca fatti ben più gravi, ma l’incedere dei versi e l’aver vissuto quei momenti, non mi rende la situazione con un’altra espressione. Nessuno più di me è attento al vero significato delle parole, ma sono anche convinto che esse possano essere relativizzate in un contesto ben definito e dichiarato.
Tratto di un dolore atroce, a tratti acuto, come un sasso in faccia, che può essere servito ad attenuarne altri in età più matura. Comunque una profonda ferita, che il ricordo rende ancora viva e la cui cicatrice resta nella vita.
Anche questa parte è stata composta insieme alle due precedenti.
Il brano non ha subito modifiche sostanziali, eccetto qualche correzione letteraria e aggiustamento metrico. A questo proposito posso segnalare che il viaggio del verso 10, s’intendeva in Inghilterra e che il verso 33 indica profondo disprezzo, non facilmente esplicabile a parole. Il tempo e gli eventi hanno ovviamente modificato questa situazione. 
(V – 14.9 A)

http://poeesie.myblog.it/media/00/00/1828899114.mp3

UN DELIRIO (prima gioventù – III)

Parte volutamente lontano da me;
momenti di dolore e speranza,
ma quando torna solo parole
di distruzione e annientamento.
Mentre lei è nel suo esilio
un incidente segna il tempo:
la mia ventura non la cambia,
i nostri rapporti inaspriscono.
Una mattina la seguo al mare,
lascia intendere di odiarmi,
usa condotta violenta, piange.
Decido di non parlarci più,
è scossa dal mio comportamento.
Fitte al cuore, è insensibile,
mi nomina, intercala, mi parla,
non replico, la snobbo, provoca.
Non può finire! Che ne penserà?
Replica col mio atteggiamento.    
Sto meglio, illuso che mi curi,
m’è d’impaccio, ma agogno lei,
mi tenta e quasi torno a cedere,
cerco il contatto del suo corpo.
Perché infierisce se non reagisco?
Mi irrita, gioca, mi indispone,
la evito più che mai: che film!
Vorrei conoscere il suo parere.
Al mare insieme, ma staccati,
attuo la strategia degli sguardi
e in silenzio la tratto male;
non rispondo alle sue attenzioni,
rifiuto l’invito alla pace-resa.
Agisce nella contraddizione.
E’ bella, minor collera, resisto.
Come dogmi ha assunto le mie idee.
Pensarla con altri mi fa soffrire,
è lei che mi induce a pensarlo, 
voci accreditano le mie paure.
Dice delle cose macchinalmente,
non cedo, continuo a fissarla;
desolazione inumana, un delirio,
gli occhi si esprimono tormentati
petulanti, dolci, crudeli, vinti,
mi sfugge qualche frase per lei,
mi chiama, ci scambiamo scortesie.
La saluto senza volerlo, dimentico,
stupita, incassa, reagisce ridendo:
potrà ricominciare l’amore? Folle!

Gli amanti del noir potranno godere di questo gioco assurdo, di questa guerra psicologica, ma vi assicuro che non è stato per niente piacevole.
In una situazione del genere uno pensa a come può essere meglio comportarsi, mette in campo le sue armi e le usa, molto spesso in queste situazioni si sbaglia.
Il mio rammarico è ancora più grande perché senza saperlo la reconquista mi stava riuscendo, poi l’errore fatale (ma questa è già materia del prossimo brano, l’ultimo scritto di questa storia infinita; lo sentenziò lei: “tu mi amerai per sempre”, sul suo conto non si pronunciò.
Il brano, composto lo stesso giorno del precedente, non ha subito nel tempo modifiche sostanziali.
(V – 14.9 A)

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DOLCE AMORE (prima gioventù – II)

Pochi passi e potrei vederla,
ma la paura dell’incognito mi blocca.
L’incontro: uno sguardo irraggiungibile…
“…E’ impossibile che possiamo lasciarci”.
Il suo corpo attraente unito al mio
nella mia stanza, finalmente…
nella piazza, nella strada, nel mio letto.
Volontà comune di stare da soli.
Membra su membra vicino alla sorgente,
poi, confessioni che feriscono
relative alla sua estate silente,
uno schiaffo (morale)… e sensi di colpa,
assai confuso tra generosità ed egoismo:
lei non mi ha mai rimproverato niente.
La sera, in segreto come amanti,
fuga in campagna, roventi di desiderio,
valutiamo se è tempo di fare l’amore,
tuttavia viviamo una nuova dimensione.
…Saprò poi cosa è accaduto
per il suo tardo rientro a cena.
Timore che la portino lontano,
lei nonostante tutto non dispera.
Sacrificio di Gesù vissuto insieme,
pranzo da me, attenzione, poco pathos.
Evasione in cantina, vino e musica,
la eccita il bagnarmi con l’acqua. 
Stasi, troviamo il modo di appartarci,
si abbandona al desiderio, al piacere,
geme, sospira, ci amiamo sul divano.
Un suo dono e parole d’amore.
L’hanno portata via, non mi sento esistere,
fuggo la sofferenza, cerco alienazione,
tuttavia la sua assenza grava su di me.
Ci controllano, ci incontriamo come ladri;
sta male, ci amiamo, vive in me,
si rasenta la felicità, l’impeto è forte.
Cambia di colpo, non la capisco,
mai vista così fredda, panico, angoscia.
Lo straniamento cresce nel bosco:
non ricorda che è il nostro Paradiso.
Il turbamento del mattino è superato
dice che era dovuto alle sue cose…
ma il nostro amore corre rischi
perché attenderli? usiamo il nostro tempo!
Altre partenze… preparano il mio corpo
ad accogliere il suo con brama,
ne dipendo, mi ha assuefatto.
Ci sorprendono, ci minacciano.
Irriducibili ci incontriamo di nascosto,
underground music sopra i nostri amplessi,
i suoi spasimi appagano le mie voglie
che raggiungono una sintonia totale,
nel dar luogo a sfrenati istinti erotici…
Strano, dopo, trovarsi tra la gente!
Dopo il top, il declino, vacche magre,
è dolce, ma per me dice stranezze.
Vorrei appartarmi con lei
ma l’interdizione è efficace,
subiamo spiacevoli discorsi…
Strappo una visita al Ponte
che ci vide in tempi migliori;
prende l’iniziativa, ma ha parole pungenti.
L’ingenuità non mi fa notare
che tra noi qualcosa muore:
canta il cigno sul nostro amore.
Basta! Ci vien detto in faccia crudamente.
La partenza dei suoi non è quella sognata
… nel “giorno della scalogna”, per chi?
Mie carezze rubate, disperazione,
ha deciso di finirla, è spietata,
mi aggrappo alle sue contraddizioni,
cerco di averla, mi piange davanti.

Molte volte la verità può sembrare banale, allora la sperimentazione lascia il campo alla normalità, alle mere senzazioni. Considero una ricchezza averle provate e così presto; la delusione che ne è seguita, il dolore straziante acutissimo, poi diluito nel tempo, non sono riusciti comunque a travolgere quelle sensazioni talmente vive nel ricordo da essere palpabili.
La ragazza è la stessa del brano precedente. Un amore che si era presentato come eterno svanisce in una sofferenza uguale ed opposta, in poche ore, non perchè sia finito, ma per una scelta obbligata da una parte non accettata dall’altra.
Per il motivo detto sopra il brano non ha subito modifiche sostanziali. Cito le correzioni degne di nota, allo scopo di consentire una analisi della banale verità percepita in tempo reale, visto che il brano è stato steso poche settimane dopo gli avvenimenti:
verso 13: “assai confuso tra generosità ed egoismo” era “via l’egoismo e il maschilismo in me
verso 37: “Dopo il top, il declino, vacche magre” era “Cambia di colpo, non la capisco
verso 58: “ma l’interdizione è efficace” era “ci si ostacola
verso 66: “Basta! Ci vien detto in faccia crudamente” era “anche sua madre dice basta!”
verso 71: “mi aggrappo alle sue contraddizioni” era “si contraddice, diventiamo nemici”.
(V – 14.9 A)

Music:
FA SOL
MI- RE
LA- DO
LA MI
SOL FA
MI LA
RE LA-
DO MI-
MI RE LA-
DO MI- LA
RE MI- LA-
DO LA MI
(VI – 12.9 A)

http://poeesie.myblog.it/media/00/00/1552293996.mp3

PRIMA GIOVENTU’

La prima donna che mi ha amato
ha segnato la mia prima gioventù,
mi ha donato sicurezza e paure,
subitanea esigenza di liberazione
dagli stretti legami congeniti.
In purgatorio ricerca di altre,
inibito da periodiche sue lettere.
Nei momenti di isolato sconforto
la sua assenza mi feriva il cuore;
incapace di stare solo e sperduto,
cercai distrazioni, la adombrai,
ammisi che ero stato con un’altra.
Ante, illa! La attesi d’estate,
non venne e non scrisse più:
che dolore nell’eremo Alienazione!
Alcol, birra, vino, donne non amate,
incapace di accettare la realtà,
ma speranza viva e lei nella mente.
Al progressive festival mi placai
perché si era in dimensione sogno,
just ineffable oniric situation 
in cui si scordano fatali crudeltà.
…Aspettavo un minimo di fulgore
e ne fui inondato, finalmente.
Riprese la realtà, delusioni, pene,
incomprensioni della gente aliena.
Sollievo all’idea che Lei mi capisse,
pensiero sulla vita futura insieme,
concepita difficile perché Cristiana,
non lo nascosi e assentiva confusa.
Nell’attesa la mia anarchia bloccata:
no a ingiustizie e domini; educazione
a libertà, pace e giustizia universale,
distogliere le menti dal condizionamento.
Fu la mia scelta di vita e lei si chiese
se il nostro amore fosse sopravvissuto.donna,liberazione,alcol,amore,cristianesimo,comunismo,anarchismo,onirismo,rock,giustizia sociale

In base al discorso fatto per i versi precedenti “prima gioventù” mi sembra un titolo esagerato, ma alla fine ho deciso di tenerlo a testimonianza delle sensazioni di allora. Difficile definire l’età di transizione. Mi ponevo il problema soprattutto perché i versi trattano di un periodo molto ristretto, meno di due anni, tra i 17 e i 18… Tuttavia va benissimo perché secondo me ci sono tante gioventù.
La protagonista è già ampiamente presente in altri versi, cito Enigma… Sostanzialmente il brano riguarda un lungo periodo in cui stemmo lontani, con vago riferimento ad altri fatti del periodo e con alcune autocitazioni.
Qui le modifiche sono un po’ più importanti e le segnalo:
verso 6: “in purgatorio” era “nella sua lontananza
verso 11:  “la adombrai” era “la scordai
verso 13: era “Quell’estate la aspettavo
verso 15:  “che dolore nell’eremo” era “sarei morto senza
dal verso 17 al 34 il testo era questo:
“…ma non morì la speranza, nel tempo del dolore.
Con lei nella mente, incapace di accettare la realtà.
Al meeting non soffrii
perché là tutto era diverso,
in quell’atmosfera si scordavano
le crudeltà della vita.
… Aspettavo un po’ di luce
e ne fui riempito, finalmente.
Nella vita delusione e dolore,
incomprensione della gente.
Lei poteva capirmi
e pensavo alla vita futura insieme,
difficile perché Cristiana
e non glielo nascosi.
La attendevo e la mia anarchia non maturava:
niente ingiustizie e comandi: sensibilizzazione,
uguaglianza, pace e libertà tra tutti:
distogliere le menti da un condizionamento disumano”
.

(V – 14.9 A)

Music:
RE DO
LA MI     FA
LA DO
RE MI    SOL
(V – 14.9 A)

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http://poeesie.myblog.it/media/00/02/1599296643.mp3

ADOLESCENZA

Sentirsi adulto, ma trattato da bambino.
Vivere dai nonni;
il piacere di pensare ragazze
e l’emozione di vederle;
fremere in presenza di una,
ma sognarne tante.
Riunione della famiglia
sotto il tetto natale.
Prime lettere d’amore
per la più ammirata:
incoscienza, impacci, rossori.
Smania di rivelare i sentimenti,
sequela di delusioni,
imparare ad indugiare.
Detestare i tipici complessi,
ritenersi disprezzati.
Primo viaggio in terraferma
at Roma caput mundi;
un incontro piacevole,
una passione da sviluppare,
un rapporto ancora impari.
Innamorarsi davvero un pomeriggio
solo vedendo un viso,
alla soglia degli studi superiori.
Non riuscire a studiare
nella sede della scuola,
memoria di un tempo desolato,
unico sollievo l’alienazione,
senza sostegno i pensieri.
Fuggir l’angoscia oristanese,
viaggiare dissipando energie:
arrendevolezza alla negatività,
tempo sprecato senza valore.
Attraversare ancora il mare
per un luogo avvertito opprimente,
gocce d’ingiustizia, poca libertà;
germinale di contestazione,
ancestrale coscienza rivoluzionaria.
Prurigini con compagna epistolare,
la mente altrove.
Esser ribelli a Karalis,
impavidi di mostrare il proprio io
nelle idee e nell’estetica.
Vita filosofica
in un paese chiuso in se;
contemplazione del futuro e del presente,
bisogno d’affetto.
Libertarismo emarginato,
non gradito, forse odiato,
perder fiducia, guadagnar diffidenza;
in crisi divenir se stessi
con la poesia per amica;
grande avvenimento
parlare con una donna.
Nel camping vacanza
vissuto come prigione,
l’analisi anti-ipnopedica
ancora poco chiara,
ma cresceva la ricerca.
Lentissimi progressi
dei contatti con l’altro sesso,
primi vincoli veri.
Prime fusioni dell’adolescenza,
superamento di molti timori,
sviluppo di desideri spirituali.
Ricostruzione dell’io.

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Come per la mania di voler scrivere versi per ogni pianeta e altri elementi della galassia, la stessa cosa valse per i periodi della vita: nascita, infanzia, fanciullezza e così via. Insomma appunti a future “Memorie”.
L’età è sempre diciotto anni: non mi sentivo più adolescente… forse non lo ero del tutto o non lo sarei più stato di lì a poco. Ho notato che oggi l’età adolescenziale viene spesso spostata in avanti a seconda delle opportunità, talvolta anche oltre i venti anni: si parla di gente che vota, ha la patente ed è già fuori di  casa!!! Mah!
Lo stile è simile agli ultimi due brani della serie, già visti. Anche in questo caso sono riportati i flashback del momento, gli avvenimenti più vivi, ritenuti più importanti.
Anche qui c’è stata una rielaborazione che non ha modificato la sostanza, ma lo stile, l’esposizione. Vale il discorso fatto per “Fanciullezza”, qui le modifiche sono ancora minori e senza storia.
(V – 28.8 A)

Music:
LA SOL
MI RE
MI FA SOL
LA SOL LA
FA# MI FA
SOL SI
RE SI
(V – 5.7 A)

http://poeesie.myblog.it/media/00/00/514949840.mp3

FANCIULLEZZA

Scontento lasciai il paese natale,
dovetti abituarmi alla nuova dimora;
trovai altri amici per giocare
e presto condivisi con una bimba
le mie passioni di fanciullo.
Primo giorno di scuola, fermento,
tra sconosciuti piansi disperato
e disertai la classe assegnata
rivendicando la soluzione gradita;
rappresaglia: del maestro il sarcasmo!
Ricostruivo il mio microcosmo,
nostalgico di piaceri infantili:
un giro in automobile, fantasie…
Classe mista! Nel mio vico si giocava
con riti della tradizione contadina:
il salto di una fila di fuochi
nella calda notte di San Giovanni.
Suggestione dalle strisce western
all’origine della tenda indiana,
culto annuale, da noi piccoli imitato.
Vaghi ricordi del primo alloggio,
minestroni e sieste ingoiati a forza,
ciak sui nuovi vicini ventinovenni,
uova predate a galline ruspanti
in terra nullius. Trasloco di fronte.
Le paure del cinema di morte,
lugubri egizi m’incussero terrore.
Pensieri volti a compagna di classe
per cui tutti andavamo in sollucchero
e ad avventure fantastiche in treno.
Davamo la caccia ad inermi locuste
con armi di legno riprese da fumetti.
Stupore e incoscienza per un lutto
che colpì la mia amica di giochi,
la famiglia emigrò. Finestra sul mondo.
La nuova vicina coetanea e moralista,
nata chissà in Scorpione? Dominava…
I calzoni corti per giocare a calcio
accanite partite in strada tra rivali.
Se imposti disertavo messa e dottrina.
Non amavo la vita lontano da casa
in colonie controllate dalle suore.
L’impulso a prender la bici che babbo
usava per andare al lavoro… sfasciavo.
Su bascu, ispetzionai sa linea, a cassa.
Le assenze del maestro in aula
pretesto per sfogo di impeti e sfide,
distrussi un lavoro della classe
confidando su un salto più lungo.
Radio, Congo, America latina, tv ragazzi.
Si esplorava il mitico fiume
e il nuraghe divenne la fortezza;
il rito di iniziazione nel torrente,
le discordie, la scissione, la rivolta.
Recinti di filo in giardino…
classica caduta nella fontana
Battaglie, invasioni, giornaletti,
desiderio di contatti femminili.
Infiniti fatti non riferiti, offuscati.
Inconsapevolezza della verità, miraggi.elementari,classe mista,notte di san giovanni,egizi infanzia,fanciullo,scuola,giochi,amore,ederlezi

Il tempo delle Scuole Elementari ricostruito a diciotto anni. Rivedendo il brano, mi sono reso conto di tanti particolari trascurati, come se lo scorrere del tempo rendesse più nitido il ricordo del passato.
Cinque anni per un bambino sono una vita, un tempo lunghissimo vissuto intensamente, lentamente. Man mano che si cresce i ricordi e gli episodi si moltiplicano, si affollano nella mente, chiedendo attenzione… se non si opera una scelta drastica, selettiva, non se ne esce: così è stato.
Il titolo è originale, ispirato ad una sorta di versificazione pedagogica, di formazione, che ha avuto seguito per qualche tempo.
La complessità di dover raccontare un periodo della vita in versi, richiama qui e là, tanta retorica, più o meno percepita in base a stati d’animo ed epoca vissuta. Pertanto il brano, proprio fisiologicamente, per elezione, ha subito un rimaneggiamento che non ha interessato in modo particolare gli episodi, ma il modo di raccontarli, privilegiando il flashback all’esposizione meramente prosaica, pur presente. Sarebbe dunque inutile segnalare le variazioni, per capirne la portata, mi limito a citare gli ultimi tre versi della prima stesura, condensati in uno solo:
Poca coscienza di verità,
lontani i tempi di rivolta,
irrealtà su ogni fanciullo.

(IV – 30.12 A)

Music:
MI SOL FA MI
MI SOL FA MI
MI LA (da “L’impulso a prender la bici…”)
MI LA (a “Confidando su un salto…)
DO SOL (…repeat)
(IV – 30.12 A)

http://poeesie.myblog.it/media/02/02/463367507.mp3