IL SIGILLO DELLO SPIRITO

Appena dentro, istantaneamente,
ho visto l’opposto del surreale,
del magico, onirico o fatale:
un bagliore d’empatia ancestrale.
Pronto a confermazioni di massa
solamente, ma lì tutto percepii;
emanavan dall’aere le sembianze,
i modi, le andature, i tagli,
le maschere che conobbi oltr’Arci
ai tempi della scuola elementare.
Hanno portato con se la loro aria,
l’odore dei campi, delle fontane,
del paesaggio vissuto per le strade
e fattezze, zigomi, dentature,
visibili nell’alto Campidano,
tipiche a Terralba e Marrubiu,
come a Pabillonis e Arcidano,
eppur così precise solo a Uras.
Anche nei bimbi vedo i loro padri,
testimoni di varie stirpi sarde.
La cattedrale si traspone e scorgo,
nella volta, l’affresco vago e scarno
del soldato con l’elmo acuminato
in iconografia da catechismo,
teso ad infierire con la lancia
su santa Maria Maddalena a terra.
Intanto si conferma quella gente,
incede con svariate sfumature,
immortala la rappresentazione.
Il contegno che osservai allora:
la religiosità dal tono rosso
di sapore naif di fine secolo.

il sigillo.jpg

Tertio millennio adveniente il cattolicesimo iniziava la preparazione all’evento e al giubileo. Tre anni di preparazione che animarono tutta la chiesa locale, nel senso più ampio del termine. Fu così che quattordici anni fa mi trovai nel mezzo di una manifestazione di religiosità popolare dal vago sapore buñueliano o anche pasoliniano, che sarebbe banalizzante ridescrivere.
Una comunità storicamente rossa, a me nota, portava i suoi adulti al sacramento pentecostale nel duomo diocesano, generando un coacervo di sensazioni che misi immediatamente in versi.
(XVII.XXIX-28.6 A)

‘TENDI ITA T’ATZORODDU

‘Tendi ita t’atzoròddu,
ca stimu prus chi meda
aiàius e aiàias
de su tèmpus passau.
De íssus s’ istoria cìtiri
poita no funt nòbilis,
meris o erois,
ni sàbius chi ant istudiau.
Arrafieli, Giuannica, Antoi,
Maria Pepa, Mònica, Frantziscu:
nonnu Giusepi, po mei,
de Garibaldi ses prus bellu tui.
‘Ta prexèri fueddai cun nonna Amília
de aiàiu Santinu, Mundìcu e Giosuè,
Luisu, Rosa, Clara, Columba,
e de Amìlia Atzei bisàia ‘e babbu suu.
De Rita Urràci morta a trintun annu,
apùsti de dus fillus e sposa a bintitres,
candu po ci portai sa doda
fiant partìus seti carrus de Figu;
cun su pobìddu Afisiu
finìu in dd una funtana,
de chi iat pèrdiu is bènis
bintu ‘e su pentzamèntu.
Sighendi c’est Tomasu e Maddalena,
Juanni Antoi, Mariàngela e Perdu,
Pasqua, Bardìliu, Caterina
e iaiu Paulu sparèssiu in Argentina.
Grazietta, Bellanna e Battistina,
Sarbadori, Micheli e Nicolina,
Annica e Juanni su maìgu
e Arramùndu Mebi cunfrara.
Aìci finu.

tendi.jpg

Altra lunga pausa prima di trovare nuovi versi, e in lingua sarda, un omaggio ai miei avi, scritto in fretta per un premio letterario, ma molto sentito.
Devo osservare che gli anni di silenzio sono stati sicuramente tra i più intensi e felici della mia vita, sono successe cose molto importanti. Era poesia la vita stessa e forse è vero che si scrive di più quando qualcosa non va, ma non voglio farne un teorema.
Vi lascio godere la musicalità della lingua sarda, se qui c’è, poi vi tradirò il brano, anche perché, d’ora in poi, il sardo la farà da padrone per un bel pezzo.
(XII.XXI-13.03 A)

Traduzione:
SENTI COSA TI ESCOGITO
Senti cosa ti escogito/ poiché amo tantissimo/ nonni, nonne/ e tutti i miei avi./
Riguardo loro la storia tace/ non essendo nobili,/ padroni o eroi,/ né sapienti che hanno studiato./
Raffaele, Giovanna, Antonio,/ Maria Giuseppa, Monica, Francesco:/ nonno Giuseppe, per me/ sei meglio tu di Garibaldi./
Che piacere conversare con nonna Emilia/ di nonno Santino, Raimondo e Giosuè,/ Luigi, Rosa, Clara e Colomba/ e di Emilia Atzei, bisnonna di suo padre./ Di Rita Urraci, morta a trentun anni,/ dopo due figli e sposatasi a ventitré,/ quando per trasportare la dote/ si erano mossi sette carri da Figu;/ con il marito Efisio/ finito in un pozzo/ dopo aver perso i beni/ vinto dall’angoscia./
Continuando ci sono Tommaso e Maddalena,/ Giovanni Antonio, Mariangela e Pietro,/ Pasqua, Bardilio, Caterina/ e nonno Paolo scomparso in Argentina./ Grazietta, Bella Anna e Battistina,/ Salvatore, Michele e Nicolina,/ Annetta, Giovanni il mago/ e Raimondo Melis, confratello./
Così finisco./