VIDA PASSADA

Vita arcaica

Mi soffermo spesso a pensare ai miei avi, senza limiti di tempo a volte, dunque spingendomi in una immobilità naturale o solo filosofica, che si trattiene sull’amore per il proprio sangue, per la propria infinita o indefinita ascendenza.

Naturalmente il più delle volte il mio pensiero si contiene fin dove la storia lo sorregge… E fin dove può aiutarmi la scienza storica, antropologica, linguistica e letteraria? Solo fino a ipotesi ai limiti della toponomastica, ma anche esse vanno ragionate, devono avere un fondamento.

Sì, ho cercato, ma non così tanto da poter scrivere un lungo saggio, il problema è che il tempo va gestito e occorre fare delle scelte, dare delle priorità su come impiegarlo.

Tuttavia ho scavato nella mia genealogia a tutto campo e potrei andare oltre, perché non ho superato il Settecento e ancora non conosco il nome di un eptavolo… dovrò tornare negli archivi…

Eppure purtroppo c’è chi non conosce neppure i nomi dei bisnonni e probabilmente in alcuni casi dei nonni, dunque ci sarebbe di che essere soddisfatti.

Stiamo nel Settecento dunque. Non è semplicissimo pensare ai propri avi di allora. Occorre stabilire come erano le strade, come erano le case, che genere di attività svolgessero, quali le sembianze (facendo un tourbillon di particolari da attribuire, tra zii, prozii e il nonno relativo,), quale il carattere (idem), oppure introdurre nella ricostruzione della nebbia, quella aiuta di sicuro!

Nel mio caso di roman dovrei farne parecchi: le località da cui provengono i miei avi sono varie, e in un caso, visto che vivo in un’isola, anche oltre mare. Eppure, solo relativamente al nonno materno, dovrei allontanarmi dalla città in cui vivo. Gli altri tre nonni hanno la discendenza in un raggio contenuto in 10 km.

Potrei cominciare dai pochi elementi che ho per immaginare il mio villaggio natale nel XVIII secolo. Per fortuna ci sono testi che lo descrivono, essendo esso una millenaria sede vescovile – che solo ora papa Francesco, o chi per lui, sta mettendo in discussione, ma non hanno altro da fare? Pensate al Becciu e lasciate in pace la nostra diocesi. O volete ridurre la chiesa come la sanità? Attendiamo un nuovo vescovo e che sia un teologo della liberazione -.

Sicuramente c’era già la Cattedrale attuale, che per quel tempo doveva equivalere a qualche grande meraviglia; nascevano o erano appena nate altre due chiese, ma il quartiere  più popolato era ancora intorno a Santa Maria, l’antica parrocchiale. Dalla piazza una strada sterrata saliva verso alcuni del comuni minori vicini.

Certo, se in quel tempo avessimo avuto un pittore che ci avesse lasciato le sue opere, i suoi paesaggi, sarebbe stato bello. Dobbiamo mettere in moto l’immaginazione, ma dalla nostra parte c’è il fatto che lo sviluppo edilizio rurale non era un tempo sviluppato come ora.

Il quartiere di Santa Maria, aveva vie strette e contorte, come sentieri, su cui si affacciavano case distribuite disordinatamente, con portali per le famiglie più benestanti e ecas (cancelli di legno) per quelle meno abbienti, o anche portali minori; a tratti muri a secco chiudevano i cortili e gli orti che si alternavano alle abitazioni, qualcosa del genere l’avremo vista da bambini, qualcosa esisterà ancora, paesaggio, vesti, sembianze, suoni e pensieri… qualcosa…

La casa del nonno è immersa nella via che ha conservato prevalentemente il suo aspetto antico, muri a secco, dislivelli, serpentine, vicoli. Certo, la proprietà  dei suoi padri comprendeva almeno la metà dell’intero isolato, suddiviso poi tra gli eredi (non vi è stato giustamente majorascato), era una fattoria di contadini e allevatori e li vedo muoversi tra loggiato e corte, fienile e stalle… E giù nella strada il passaggio delle donne con in testa crobis (ceste) piene di panni lavati nel torrente o brocche d’acqua tenute in equilibrio con l’ausilio di un semplice panno arrotolato in cerchio sul capo, un via vai che si incrocia con uomini a cavallo diretti alle loro haciendas, o greggi di pecore che occupano l’intera strada annunciate dallo scampanellio dei pitajólus.

Indimenticabili e dal sapore ancestrale, erano le notti trascorse in casa dei nonni paterni, quando essendo tutti i letti occupati. mi si stendeva un materasso sopra s’intabau (pavimento tavolato) ai piedi del letto matrimoniale. Era per me la panacea, dormivo tranquillissimo perché non avevo la paura che ci fosse qualcosa sotto il letto. Mi è rimasto l’istinto di controllare quando alloggio fuori di casa, anche in albergo… dove talvolta l’amara sorpresa è la polvere.

65 vida passada

13 Vida passada (65-7s-XIII.XXIVc – 31.07 a) a 23.10.2020

UNA VIOLENZA

La parola violenza insieme a “poche” altre non vorrei neppure vederla scritta. In amore poi, meno che mai. Ma come accade per la comunicazione, a volte è necessario usarla per rendere l’idea.

Le cose finiscono” mi diceva recentemente June. Tutto dipende dalla filosofia che si adotta; in realtà nulla finisce, tutto si trasforma più o meno bene, più o meno in bene. Ma June è capace di dire queste cose carezzandoti, baciandoti, amandoti.

Quando si adottano sistemi differenti, quando non si ha neppure la maturità o la conoscenza della dolcezza, della tolleranza, della comprensione, tutto assume contorni diversi.

Figuriamoci per due adolescenti che remano sulla stessa barca in direzioni prevalentemente opposte. Sì perché è tutto un remare disordinato, che addirittura talvolta fa muovere l’imbarcazione di un metro avanti e due indietro: una confusione solenne.

Il dolore che può dare un amore disomogeneo o più che esso, il modo di concepirlo, di viverlo, è in certi casi lancinante, può privare di razionalità e di diverse altre capacità, poi il tempo lenisce, soprattutto se si ama la vita propria e altrui. Il tempo appiana perfino i contrasti talvolta, certo illude anche, provoca ricadute possibilmente peggiori.

Dov’era arrivato il film? Si era in pieno gioco assurdo.

Ginevra, trascorsi quasi due mesi, ha un piccolo ripensamento; smette il suo atteggiamento ostile, osserva che anche Graham si mostra disponibile al dialogo, benché siano evidenti i dislivelli emozionali. Lei si preoccupa, si informa, lo critica, ma segue un percorso razionale; lui cerca spiragli che sembrava impossibile immaginare.

Torna il saluto. E’ pace? Ginevra è un grillo parlante, non tiene nulla, esterna i rimproveri, ma dice anche troppo: stavo per venire nel tuo letto, ma tu un po’ mi attiri, un po’ mi fai paura.

Parole incomprensibili per Graham, il gioco è più grande di lui, non lo capisce, neppure lo vede. Scorge solo la possibilità che si è aperta per tornare insieme e persegue quella quasi convinto di riuscire nel suo intento e in realtà il successo si avvicina. C’era da vincere una sensibilità di cui lui ignorava l’esistenza e non si fida del ti farò sapere io quando me la sentirò, non si fida perché lo considera un pretesto, un tentativo di dilazione – chissà se lo era, in realtà me lo sono sentito dire tante volte e a memoria non ricordo che nessuna sia venuta a dirmi ora me la sento -.

Così insiste, il tira e molla è evidente, la lotta interiore pure, i pretesti che Graham dà per irritarla sono molteplici e ingenui, fino ad errori macroscopici. Forse davvero la pazienza poteva essere il mezzo più idoneo.

La nuova rottura è ancora peggiore, dispetti, insulti, fatti inenarrabili, ma questa volta sono stati superati i confini del superabile, del concepibile, del credibile. Lui è distrutto e non ha più nessuna voglia di vederla.

Questa sua seconda partenza è agli antipodi rispetto alla prima, quando due mani si sfiorarono per un tempo infinito fino all’ultimo lembo di unghia.

Sarebbe stato bello concludere così, ma non posso non registrare l’insofferenza del produttore, che conosce la vera storia e mi accusa di aver cosparso anche troppo miele su un racconto che avrebbe meritato ben altri fuochi d’artificio e perfino colpi di cannone.

Caro prod, ne è passata di acqua sotto i ponti da allora e dalla prima stesura in versi, e per fortuna c’è stato nel frattempo un fondamentale percorso umano, nonché una miriade di altre delusioni che farebbero impallidire la storia dolce e turbolenta di Ginevra e Graham.

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9 – Una violenza (Prima gioventù-IV) (44 – V – 14.9 a) – a 29.06.2020

DOLCE AMORE

Il tempo procede, la nostra vita tranne rari casi è pianificata. Anche un giovane adolescente ha la sua scuola, le sue vacanze, i suoi tempi di studio e di “svago”, la sua estate. Quasi ogni giornata si svolge sotto determinati ritmi, movimenti e comportamenti.

Gli amori giovanili spezzano in qualche modo questa routine, se sono davvero tali; diventano nella nostra vita degli elementi destabilizzanti e catturano tutta l’attenzione su di essi, per cui, che so, hai davanti un libro di storia, ma stai sognando ad occhi aperti una avventura con lei, che magari è lontana e hai solo questa modalità per viverla.

Diverso tempo fa (forse c’è ancora nell’incasinamento globale della vita odierna – extra covid s’intende) c’era il cliché dell’amore stagionale, solitamente estivo. Una sua caratteristica, specie per i più giovani, figuriamoci per gli adolescenti, era “giurarsi” amore eterno e comunque mantenere in qualche modo i contatti.

Oggi è facilissimo con i telefonini, le @mail e le varie amplificazioni tecnologiche di essi; questa tecnologia è però intervenuta solo alla fine del secolo scorso, alla fine degli anni Novanta, prima (in tempi non preistorici) ci si affidava alle lettere, neppure al telefono, perché non garantiva la privacy o la tranquillità necessaria per esprimere certi concetti. Nelle lettere si scriveva di tutto e di più, al telefono a volte l’emozione non faceva spiccicare due parole sensate, ma era il festival dei monosillabi.

Ma non tutti i rapporti che nascevano intorno ai sedici anni erano riconducibili al cliché accennato, alcuni erano amori e passioni struggenti, tenuti in vita dalla loro stessa natura.

Poi lei ritorna, è passato del tempo, anche troppo; i comportamenti sono diversi, non c’è omologazione in questo, entra in gioco il proprio carattere in via di formazione, ma in parte già assestato e ci accompagnerà per il resto della vita.

Rispetto a quando è avvenuto il distacco fisico sono accadute delle cose, alcune anche imbarazzanti, dunque emerge un po’ di paura, di chiusura. Non desideravi altro che questo momento e ora sei come freezato; per fortuna l’incontro avviene e lo sblocco è incoraggiante, tutto è in continuità, come se tempo non ne fosse passato, e come allora c’è solo lei, non c’è altro che abbia senso, che meriti attenzione.

Il racconto dei mesi di lontananza, qualche ombra che non trova spazio e si dissolve immediatamente, si fanno valutazioni importanti e anche qualche imprudenza che causa un allontanamento non messo in conto. La storia a un certo punto allarga il suo orizzonte e inquadra un mondo oltre te e lei, un mondo anche minuscolo cui quella favola non va proprio bene.

Si entra così in un’altra dimensione, dover fare le cose di nascosto, organizzare incontri clandestini, tutto si complica, ma l’amore è talmente sfacciato che sfida le difficoltà e riesce a trovare spazi per momenti incredibili.

Eppure tra le varie discontinuità della vita c’è anche quella che una coppia, per quanto di adolescenti, è appunto formata da due persone diverse, da due teste diverse, da due cuori diversi, per quanto forse quelli siano la minore dissomiglianza…

Ecco, il mondo che si oppone, a tratti duramente, comincia a fare breccia e qualcosa si rompe.

Quando accade ciò è doloroso per entrambi, qualunque sia la parte che vuole chiudere e quella che non si capacita di cosa stia accadendo.

In questi casi c’è sempre una parte determinata, “lucida” nel suo delirio e nella sua sofferenza, che non ha più presente soltanto quell’amore, ma tanta altra vita; mentre l’altra parte è come colpita da un dramma così immenso che perde qualsiasi possibilità di ragionare, salvo sapere solo anni dopo che magari il mantenimento di una qualche capacità razionale avrebbe forse potuto salvare il salvabile. Altri noti e penosi cliché

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7 – Dolce amore (Prima gioventù-II) (42 – V – 14.9 a) – a 29.04.2020

PRIMA GIOVENTÙ

La questione si pone di nuovo: dove finisce l’adolescenza e inizia la giovinezza…?

Tutto sommato non penso sia un problema che debba porsi un trovatore di versi o anche di prosa, tuttavia c’è certamente un’età nella quale esse camminano di pari passo, o meglio, il caso è del tutto soggettivo.

Personalmente, all’epoca, ritenevo che l’adolescenza terminasse più o meno con la maggiore età, forse anche prima… Oggi, ma l’ho già scritto altrove, per una sorta di opportunismo di nessun valore, ritengo che l’adolescenza vada (anno più, anno meno) dagli 11 ai 20 anni. Come età conclusiva sono in linea con la “scienza”, la quale posticipa notevolmente l’inizio.

Questo ragionamento, che può anche essere marginale, vale poco per i diretti interessati. Provate a dire a un diciottenne che è adolescente…

Torno pertanto a me stesso, che credo di non essermi mai posto il problema adolescenziale, considerandomi un giovane, almeno fin dall’inizio delle scuole superiori. Ma siamo sempre nel campo dell’interesse rispetto a ciò che si vuole fare, pensare, ottenere.

Quasi tutti i ragazzi e le ragazze vogliono diventare presto adulti per fare, secondo loro, quello che vogliono. Anche ciò è molto relativo perché dipende da famiglia a famiglia, dalla libertà di azione che viene data.

Ecco che allora, per risolvere il dilemma, ho elaborato l’espressione “prima gioventù” comprendendovi i sedici anni.

In quel tempo molte ragazze, ma anche ragazzi, avevano storie fin dai dodici anni, sicuramente dai quattordici (c’è stato un significativo regresso in questo senso, e forse persiste ancora oggi, ma non credo si possa fare un discorso troppo generale), a sedici anni si era un poco in ritardo e questo pesava parecchio.

Ma qui può sorgere un altro rompicapo: cosa significa avere una storia a quella età, è un problema di rapporti fisici o anche un fattore di tempeste ormonali, tra il sentimentale e lo psicologico? Capisco che si tratta di faccende diverse, ma anche precedentemente al primo bacio o (nella migliore delle ipotesi) al primo rapporto, possono esserci stati amori e approcci intimi di diversa natura, dall’amore platonico ma intenso, struggente, a situazioni più fisiche, ma meno sentimentali e solamente passionali, legate al desiderio. Un grande bailamme da valutare comunque soggettivamente.

Penso e in parte spero, che nessuno si sia mai sognato di elaborare dei teoremi psico-matematici sul tema.

Potremo stare allora al senso comune, a ciò che segna il salto verso un traguardo certamente atteso: il primo bacio.

… E dopo questo, la prima relazione, i primi distacchi, le prime sofferenze e tutta una serie di nuove consapevolezze, che viste oggi si collocano in quella parte della pubertà che è crescita sotto il profilo psicologico-sentimentale, oltre che fisico, ma poco più avanti, anche ideologico, tanto che nella mia esperienza personale, l’adolescenza avanzata, ha segnato la costruzione delle mie idee, mantenute fino a oggi, pur arricchendosi di contenuti ed esperienza, marcando certamente ogni altro aspetto della vita.

prima gioventù

6 – Prima gioventù (41 – V – 14.9 a) – a 26.03.2020

NUOVA COMUNIONE

Desiderio perenne
dal primo approccio ed eri senza volto,
sensazione solenne
tale passione ha alimentato e accolto.
Colà venivi, andavi,
tra razionalità e accondiscendenza,
mito dei più soavi,
fiamma di condivisa compiacenza.
Coltivi le paure,
accendi, vuoi esser presa, sei un po’ mia,
sorprendi con premure,
larga in quanto d’oltre caro dare via.
Viso suadente, esalta,
la tua voce femminina inebriante:
quel confonde, essa assalta,
sirena fuori dal mare cantante.
Mai ci fu comunione più anelata
anche se in sogno arridesse il trionfo,
né disincanto ma sorte insperata,
senso di ricompensa, nessun tonfo.
Strenne, le amore, Eva, la prediletta,
un figlio, e non pesa chi dà o chi accetta.

153 nuova comunione

Canzone alla greca
Metrica:
strofe aBaB cDcD
antìstrofe eFeF gHgH
epòdo ILILMM
(XXIX.XLV – 1.08 A)

CHIAMALO SE VUOI…

Chiamalo a effetto
lanzichenecco
o anche alambicco,
sennò prosciutto,
orda selvaggia,
forse tondino,
Canton Ticino,
di tale foggia.
Mite tsunami,
fine iradiddea,
idi di marzo…
senza alcun sfarzo
sta stretta l’idea
dir amor se ami?

137 chiamalo se vuoi..

Sonetto minimetto in quinari
(XXVIII.XLIV – 13.3 A)

NON AVESSI AMORE…

Amore chemical sense non per tutti,
è niente chi non ha il senso dei sensi;
motor dei natura e spirito frutti,
non averlo è il peggior degli scompensi.
Noi che l’abbiam serbiamone i costrutti,
benché in virtuose volontà si addensi.
Diffonderlo è un impegno assai complesso,
ma è utile e necessario farlo adesso.

Ma qui tratto di ciò che si palesa
in sfumature più intime; la chiave,
Loreo, sintesi, quintessenza intesa:
sera, figura composita e grave,
simbolo che ho caro senza contesa,
testimonianza di un affetto soave
della cui solidità non c’è paura,
tanto dici in apice d’avventura.

Dalla panca in muta disperazione
ti osservo partita per la tangente,
tra collera e sgomento la tua azione;
rimosso e ignorato istantaneamente
per tema dei tuoi strali, in apprensione,
tacevo, offeso sentimentalmente,
nella gioia che non ci fosse il treno,
potevano passarne ancora meno!

Poco è il ritardo e strilli per mezzora,
ti calmi quando a due ore si allunga,
mi turbi, sto a mo’ di disperso in gora;
lusinga, acché la redenzione giunga,
rivoluzione, il nero si colora,
il Polesine da Galehaut funga:
the other side of the moon che si rischiara
come la mosca cede alla zanzara“.

Fare il pieno di te sfiorato il peggio
riscalda il cuore oltre la tua presenza…
Con altro animo scrivo su quel seggio,
incedo ebbro d’euforia e compiacenza,
lieto la tua tenerezza festeggio,
di Loreo paradigma l’afferenza,
“tutto il resto” ha davvero un picco basso,
non esiste neppure e ora lo casso.

136 non avessi amore
Ottave di endecasillabi
(XXVIII.XLIV – 22.2 A)

STILLE DI MEMORIA

Stille di memoria avanzano
alternando fotogrammi e movie
in un tenue alone black and white
nell’incerto sogno mattutino

Fluttuante tra nebbie celtiche
rivarchi il portale del Virgilio
…ho in pasto tua piuma di miele
immobile al centro di via Giulia

…E dopo questo non c’è più nulla
Se passassi di là mi vedresti ancora
oramai eterna stele che ribrama l’Eden

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In sardo esiste la parola precisa: sùrtidu… ciascuna frazione di sonno fino ad ogni risveglio (non mi proponete pisolino, pennichella, sonnellino, che hanno differente valore semantico e al massimo rappresentano solo una parte del significato). Su sùrtidu è un’unità di misura ancestrale, quando è unico vuol dire che si è ben dormito, ma più comunemente se ne hanno lunghi e brevi… poi ci sono quelli del mattino, intorpidenti, e l’ultimo è avvezzo al sogno, al sogno che si ricorda.
Così sono nati questi versi, dall’ultimo sùrtidu di un mattino di fine primavera; dittati, magari non da Minerva e Apollo, ma tant’è; peraltro io non sono Dante… Fu la prima volta, perchè è accaduto di nuovo, alcune altre… Un fenomeno delicato, piacevole… E come non cercar di trarre insegnamento dal poeta? “I’ mi son un che, quando/ Amor mi spira, noto, e a quel modo/ ch’e’ ditta dentro vo significando…”.
Brutto ferire quest’atmosfera con annotazioni tecniche, ma devo dire, per quanto possa essere critico di me stesso, che considero questo brano un preciso punto di svolta della mia maniera (“Voi ch’avete mutata la mainera/ de li piagenti ditti de l’amore…) di versificare.
(XVII.XXIX-10.6 A)

CUMPARIT FÉMINA A SU NOBIL CORU

Cumparit fémina a su nobil coru,
narat sa manera ‘e unu movimentu
cun raxinas de Marmilla a Gennargentu,
de Casteddu fintzas a Logudoru.
Cun issa ia bolli fai s’edad’ ‘e s’oru;
fillus e cumpangius sigant su bentu,
ca est tempu de sardu resorgimentu:
no prus preitza, ken’ ‘e tzapu est su moru.
Ohi! Torrai a inghitzai de Giommaria.
Ma atrus cent’annus no depint passai
chena de ci bogai sa genti stràngia.
Nous fidelis a Marta e no a Maria,
po sa causa a totu tundu traballai
de natzione Sarda nosta cumpàngia.

femmina,cuore,logudoro,oro,dante,sardu,mori,fedeli,amore

Composta lo stesso giorno della precedente, frutto della stessa esaltante ispirazione, ma quanto è intima quella, tanto è politica questa; quella si ispira all’amore stilnovista, questa a quanto di ipoteticamente sovversivo ci fosse nei Fedeli d’amore.
Un flash che viene letto in due modi diversi: il piacere dell’amore intimo, ma anche la celebrazione dello stesso in un impeto libertario e rivoluzionario in cui la donna amata è ispiratrice e guida, come Beatrice con Dante.
(XVI.XXVIII-6.4b A)

Traduzione:
Una donna si presenta al cuore nobile (1),/ gli dice il modo di fondare un movimento/ con radici dalla Marmilla al Gennargentu,/ da Cagliari fino al Logudoro./
Con lei vorrei realizzare l’età dell’oro;/ figli e compagni seguano il vento,/ perché è il tempo del risorgimento sardo:/ non più accidia, il moro è senza benda (2)./
Ahi! Dover ricominciare dai tempi di Giommaria (3)./ Ma altri cento anni non devono passare/ senza che lo straniero sia cacciato./
Nuovi fedeli (d’amore) (4) a Marta, non a Maria (5) ,/ lavorate a tutto tondo per la causa/ della nostra compagna nazione sarda.

    Note:
1) Diretta ispirazione ai versi del dolce stil novo.
2) Riferimento alla bandiera sarda dei quattro mori, introdotta in Sardegna dai catalano-aragonesi, che rappresenta le teste dei re saraceni quali trofei di guerra. Questi re per tantissimo tempo venivano rappresentati con la benda sugli occhi, la ricerca storica ha dimostrato che la benda, simbolo di regalità, stava invece sulla fronte.
La bandiera dei quattro mori è ormai entrata nella tradizione sarda e i mori hanno perso il senso originario di nemici.
Avrebbe più dignità ad essere la nostra bandiera, la quercia sradicata degli Arborea, che diedero alla Sardegna (quasi unificata da loro) gli unici secoli (quasi sette) di governo indipendente dallo straniero.
3) Giovanni Maria Angioy, il più eccellente dei patrioti sardi. Tra settecento e ottocento combattè per la liberazione della Sardegna dal giogo dei Savoia.
4) Nuovi fedeli d’amore era il movimento che legava i poeti del dolce stil novo, e pare avesse anche fini politici, velati anche nei loro versi.
5) Marta e Maria, in Dante (Comedia) rappresentano l’una la vita attiva e l’altra la vita contemplativa, con riferimento al Vangelo (Lc. 10,38-42).

DONNA M’APPARE E MI PLACA IL CUORE

Donna m’appare e mi placa il cuore,
ha preso e avvolto il mio pensiero,
ei in lontananza parmi sia Amore
ma da vicino disconosco ‘l vero.
La gota sua spande il mio ardore,
Eros ha impetrato il sentiero
e benché interdetto dal furore
ho chiesto le sue labbra guerrigliero.
Come sole nel primo equinozio
da splendente tosto s’è oscurato
al passo di nube in precipizio,
così il suo volto da giocondo, irato
mi mostra della luna il giudizio.
Tramo l’ignoto e capto l’errato.

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Dopo un percorso iniziato con la prima adolescenza, siamo a dei flashback dentro le aule dell’Università.
La ripresa intensa e approfondita degli studi letterari ha ispirato questo sonetto di vago sapore stilnovista.
Uno sguardo fulmineo e inatteso, un contatto, una tenerezza, e altrettanto improvvisamente il percorso opposto ugualmente imprevisto, sorprendente e per certi versi inquietante ed enigmatico.

(XVI.XXVIII- 6.4 A)