MEMORIA TERRA NULLIUS

Assiso spalle al calore del sole,
appena oltre Porta Santa Maria,
su seggi lapidei cingenti il prato
spio la teoria di statue e una colomba
esprime ormai il capo di quella mozza
evocando tratti gusto egiziaco.
Ma come lei il mio pensiero vola
in quel passaggio in terra di nessuno.
Nanzi le barre della casa fatua,
ove ho sorbito dalle tue colline,
tu onorato il tempio del Sardus Pater,
ho modellato ciò che tu hai plasmato
dopo preghiere, sospiri, promesse,
simboli eretti tra sacro e profano.
Sovrappongo il mio passo al tuo calpestio,
calle ove han modulato nostre voci.
Fremiti, angosce, immagini infinite,
e certo tanto ancora da compiere.

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Ci sono giorni che ti alzi dal letto, fuori è luce e un istante dopo ti sembra di essere ancora lì, già buio, a stenderti di nuovo. Giornate vacue, tempo sprecato, vita andata.
Amo quei giorni che, quando li ricordo a distanza di tempo, sono talmente intensi che i fatti accaduti si suddividono in un periodo intero e la vita la allungano.
Questo è uno di quei giorni, sufficiente a scrivere almeno un lungo capitolo di un libro, ma la mia musa ha il dono della sintesi e della discrezione, e me ne dispensa un poco… ma per lei è sempre troppo.
Endecasillabi a briglia sciolta.
(XXVI.XLII – 22.6 Chg)

STILLE DI MEMORIA

Stille di memoria avanzano
alternando fotogrammi e movie
in un tenue alone black and white
nell’incerto sogno mattutino

Fluttuante tra nebbie celtiche
rivarchi il portale del Virgilio
…ho in pasto tua piuma di miele
immobile al centro di via Giulia

…E dopo questo non c’è più nulla
Se passassi di là mi vedresti ancora
oramai eterna stele che ribrama l’Eden

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In sardo esiste la parola precisa: sùrtidu… ciascuna frazione di sonno fino ad ogni risveglio (non mi proponete pisolino, pennichella, sonnellino, che hanno differente valore semantico e al massimo rappresentano solo una parte del significato). Su sùrtidu è un’unità di misura ancestrale, quando è unico vuol dire che si è ben dormito, ma più comunemente se ne hanno lunghi e brevi… poi ci sono quelli del mattino, intorpidenti, e l’ultimo è avvezzo al sogno, al sogno che si ricorda.
Così sono nati questi versi, dall’ultimo sùrtidu di un mattino di fine primavera; dittati, magari non da Minerva e Apollo, ma tant’è; peraltro io non sono Dante… Fu la prima volta, perchè è accaduto di nuovo, alcune altre… Un fenomeno delicato, piacevole… E come non cercar di trarre insegnamento dal poeta? “I’ mi son un che, quando/ Amor mi spira, noto, e a quel modo/ ch’e’ ditta dentro vo significando…”.
Brutto ferire quest’atmosfera con annotazioni tecniche, ma devo dire, per quanto possa essere critico di me stesso, che considero questo brano un preciso punto di svolta della mia maniera (“Voi ch’avete mutata la mainera/ de li piagenti ditti de l’amore…) di versificare.
(XVII.XXIX-10.6 A)

TANJA

Come balsamo, serbo memoria
di quella carrozza, a Mosca,
ove sentii i tuoi seni
e lisciai duro le tue cosce.
Tu interdetta tollerasti
e fremeva tutto il tuo corpo;
ti indussi in cantina,
ma ti negasti in nome di Julca.
La tua costante presenza
rende evidente l’impotenza
del mio corpo malato, ma vivo,
tra queste mura chiuse da sbarre.

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Una mascalzonata! Un Gramsci erotico, novità assoluta, dissacrante… In realtà un pensiero a un Gramsci vivo, umano, comune, nel periodo trascorso a Mosca nel 1925.

Ancora oggi il rapporto tra Tatiana Schucht e Antonio Gramsci, resta velato di mistero. Per approfondimenti posso segnalare due interessanti libri: Lettere 1926-1935 di Antonio Gramsci e Tatiana Schucht (a cura di Aldo Natoli e Chiara Daniele), ed. Einaudi e La Russia di mio nonno. L’album familiare degli Schucht di Antonio Gramsci jr., ed. L’Unità.
Gramsci si recò per la prima volta in Russia nel 1922 a rappresentare il Pcd’I nell’esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista. Malato, ricoverato per le cure del caso, conobbe Eugenia e Giulia Schucht, che sarebbe diventata sua moglie.
Solo nel 1925 conobbe a Roma Tatiana Schucht, sorella maggiore di Giulia, poco prima di tornare a Mosca per un altro esecutivo dell’IC.
Nel Novembre 1926 venne incarcerato dai fascisti, fino alla morte avvenuta nel 1937.
(XVI.XXV – 5.11 A)

BISAJUS

Candu ti contu de is bisajus tuus
no iast a bolli prus chi acabbessi,
fintzas a abritiai sa vida insoru
chi po tui est ua fabula de ispantu
e pedis totu is particularis.
As connotu feti jaia Amilia,
ma fueddas de totus comenti chi
bivessint e t’essint pesau issus.
Castiendi su retratu insoru
ddus chistionas, mancu fessint bius.
“Babbu, t’arregodas candu bisaju
Giusepi… Tomasu… e Grazietta…”.

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Riprendo la pubblicazione della serie di versi in lingua sarda.
Un padre si compiace dell’affetto della figlia nei confronti dei bisnonni, anche quelli che non ha conosciuto e ha visto solo attraverso i ritratti e i racconti che lui stesso le ha fatto.
Il brano è composto in endecasillabi, il titolo originale era “Bisajus po filla mia”.
(XIII.XXIVf-31.07 A)

Traduzione:
BISNONNI
Quando ti racconto dei tuoi bisnonni/ non vorresti più che smettessi,/ fino a fantasticare sulla loro vita/ che per te è un favola meravigliosa/ e chiedi tutti i particolari./
Hai conosciuto solo nonna Emilia,/ ma parli di tutti come se/ vivessero e ti avessero cresciuto./
Guardando il loro ritratto/ ci parli, neanche fossero vivi./ “Papà, ti ricordi quando bisnonno/ Giuseppe… Tomaso… e Grazietta…”.