LO

Il sogno fluisce color seppia,
ritorna per slide animate
di tue ultime immagini viste.
Il panorama trasparente
tale a furore steinbeckiano,
pure il selciato è evanescente.
Per niente pago di riguardi…
Ora la dissolvenza, fondou!
Tua madre in casa indaffarata,
sempre gentile e sorridente.
Noi là, nel divano all’angolo,
insieme alla loquace Mona.
Tu dolce, tranquilla, serena,
magnifichi tanta bellezza
con un’allegria allusa appena,
tra il raggiante e chi la sa lunga.
Le vostre bocche a cuore, unite.
Svaniscono i particolari
come gli affreschi della metro…
Esci, riduco le distanze.
Voi offrite gadget d’amore.
Campo totale su tuo padre,
lui legge e non chiede di nulla,
fa un uhm familiare nel tono
che crea un’eco col timbro noto.
… E mi riscopro ancora in viaggio,
son pieno di te, ma dove sei?
Or nemmeno molti anni or sono
in un luogo vicino ai laghi
stava una ragazza named Lo.

143 loo

Novenari sciolti
(XXVIII.XLIV – 21.7 A)

DONNA M’APPARE E MI PLACA IL CUORE

Donna m’appare e mi placa il cuore,
ha preso e avvolto il mio pensiero,
ei in lontananza parmi sia Amore
ma da vicino disconosco ‘l vero.
La gota sua spande il mio ardore,
Eros ha impetrato il sentiero
e benché interdetto dal furore
ho chiesto le sue labbra guerrigliero.
Come sole nel primo equinozio
da splendente tosto s’è oscurato
al passo di nube in precipizio,
così il suo volto da giocondo, irato
mi mostra della luna il giudizio.
Tramo l’ignoto e capto l’errato.

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Dopo un percorso iniziato con la prima adolescenza, siamo a dei flashback dentro le aule dell’Università.
La ripresa intensa e approfondita degli studi letterari ha ispirato questo sonetto di vago sapore stilnovista.
Uno sguardo fulmineo e inatteso, un contatto, una tenerezza, e altrettanto improvvisamente il percorso opposto ugualmente imprevisto, sorprendente e per certi versi inquietante ed enigmatico.

(XVI.XXVIII- 6.4 A)

PARADISO (libertà)

 

Sappi che ho sempre atteso,

con ansia, il tuo arrivo.
Ricordando gli anni trascorsi,
non credevo al tuo esordio:
volevi stare insieme a me,
fuori, a parlare.
Contro voglia andai alla festa,
ma la mia mente restò con te;
al rientro baciai i tuoi “bei sogni”.
Gli amici capirono i nostri desideri,
ci ritrovammo soli;
di sera il preludio, poi fastidi,
quindi insieme in “paradiso”.
Star lontano da te era bere un veleno.
Nei pressi dei campi di pero
fuggivi la mia passione;
giù, nel ruscello,
non percepivo i tuoi pensieri.
Nascosti da un vallo di terra,
ci scaldammo le labbra
e un rumore ci bloccò.
Con le spalle al paese
i nostri corpi in perfetta fusione:
i cuori una caldaia rovente,
le bocche fumaioli tappati;
dopo il ristoro chinavi il capo:
non c’era niente di male!
il mio “cammino” tanto impetuoso
stavi su di me e ti dissetavo,
carezzavo la tua pelle morbida.
Quel mattino insieme al mare
c’era voglia di appartarci;
le mie “doti” metapsichiche
vidi sfumare in compagnia.
Stesi al sole giocavamo con i corpi,
le nostre membra chiedevano amore:
un “paradiso” poteva sfamarci.
Stesi ai piedi di un pino,
mimetizzati nell’abbraccio,
ti sfioravo con dolce furore.
Non c’è da chiedere perdono
per peccati di lussuria:
del celestiale era in noi!
la tua sincerità era palpabile,
non sognavo e non dormivo,
volevo solo amare.
Ti lasciai il mio segno.
Mutasti in bimba pudìca,
quando troppo pretesi:
sfuggivi al pulcino
rinato serpente,
col quale scambiavi
acido straziante e bollente.
Le rovine dei nostri templi:
labbra e corpi infuocati,
in un mondo che capì.
Con viva realtà, al ritorno,
simulammo normalità.
Subisti precise allusioni,
un tuo annuncio mi preoccupò:
il mio cuore pieno di angoscia
avrebbe potuto già perderti allora,
con i miei segni sul corpo e nell’anima.

  

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Il brano descrive l’apice della passione introdotta nel brano precedente. Difficile riportare su carta quelle sensazioni, quei sentimenti; per dirla col Poeta “il mio veder fu maggio che ‘l parlar mostra, ch’a tal vista cede, e cede la memoria a tanto oltraggio” (Comedia, Paradiso XXXIII, 55-57). Il titolo non è dunque casuale. Tanto è vera la citazione che, questo brano, salvo qualche opportuna correzione linguistica, è fedele all’originale, quasi per un religioso rispetto. E’ stato scritto poco più di un mese dopo il precedente, dunque sempre a sedici anni. Mi avvicinavo decisamente in quel periodo alla progressive music, per cui il brano è stato concepito come una sorta di suite, dove la “musica” sono le parole stesse, vista la vastità (c’è ancora una seconda parte e del corpus fanno parte anche Inferno – alienazione transitoria e Purgatory – strumpet, già pubblicati).
Mi sento di confermare (è risaputo) che è più facile scrivere del dolore, che della felicità; del brutto più che del bello; del negativo piuttosto che del positivo… Ovviamente c’è qualche grande eccezione: Dante, ad esempio, ha scritto un magnifico Paradiso; non so se i dotti dovessero attendere un Benigni per capirlo, considerato che la terza cantica della Comedia è stata sempre ritenuta la minore e così non è. “Ci sta” invece che ci piaccia di più la descrizione della sofferenza, anziché della felicità.
Quanto al mio lavoro, visto che descrive (poche settimane dopo l’evento) un momento straordinario che ho vissuto, può essere banale quanto volete, ma in questo caso specifico lo guardo come qualcosa da venerare.

(III – 18.9 A)

Music:
MI- … LA- … MI-
RE … LA- … RE
RE … MI- … LA
RE RE- LA- MI- (e si ripete…)
(III – 13.8 A)

SOLE

Mi vide con l’altra
a prendere il sole
e fu fatale
per il nostro calore
quella mia diserzione.
Ne ignoravo l’arrivo,
la sua presenza mi inibì
al culmine dell’incanto;
non seppi proferir inezia
e in un attimo svanì.
Vissi una situazione
tragicamente assurda
e mi pervase
una confusione cerebrale,
al calar della sera.
L’alcool mi venne in soccorso.
Quando la vidi stranita
le parlai di utopie;
mi spostò debolmente,
l’avvolsi di passione e carezze,
sognai sotto le stelle.
Mi destai sereno all’alba,
lei dormiva tranquilla;
ma s’incollerì,
dopo un poco di stupore,
appena schiuse gli occhi.
Fu un’amara illusione,
subii gravi insulti;
uno sputo strepitante
divenne il mio feticcio,
finì con vivo furore.
Mi salutò deridente,
non voleva più vedermi.
Reagii ridendo,
l’accaduto mi parve irreale:
il sole era di nuovo alto.
glee

Ancora un brano misconosciuto: avete presente quando incontrate una vecchia amica, ormai dimenticata? lei vi saluta entusiasta e voi  “…e questa chi è?”. E’ l’effetto che mi ha fatto rileggere questo brano. Per capire di più, ho dovuto fare ricerche d’archivio, non avendone un grande aiuto… In calce al testo, nel diario c’è scritto: “Dedicata a colei che credevo… e invece… ma chissà…”. L’unica notizia utile è che anche allora usavo molto i puntini di sospensione…
Alla confusione cerebrale, tuttavia, è seguita un po’ di luce.
Il brano scritto tre giorni dopo Una conclusione, vede ancora protagoniste le due muse ispiratrici del tempo, delle quali scrivevo quasi in tempo reale.
Brano rimaneggiatissimo per i motivi più volte spiegati in precedenza, rivisto ulteriormente per presentarlo a voi, ma con ripristino del titolo originale. Nelle prime revisioni era “Fine di un amore”, poi “Una tragedia”, il primo troppo tragico, il secondo inadeguato. La metrica usata era quella di Back in the sun, di cui ho già parlato.
(II – 8.11 Sestu)