NEI NOSTRI VERSI NON CI SON LE MADRI

Nei nostri versi non ci son le madri,
solo comparse che l’infanzia segna:
affacciato a una finestra a quadri,
ciascun la destra della madre agogna.

Non ci son le madri nei nostri versi,
solo calunnie o passar da imbecille:
al bimbo non desse mangiar, parersi,
e in Stige, Teti, vulno lasciò Achille.

Nei nostri versi le madri non ci son,
solo richiami a crudeli perigli:
per prole imprudente chirieleison;
madri strappan dal loro rogo i figli.

Non ci son le madri nei versi nostri,
immolate nel mondo assassino:
sul dramma dell’aborto sparsi inchiostri;
di madre Ilia infelice destino.
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Alcuni anni fa una blogger, poeta, piccola editora, mi propose di cimentarmi sul tema “la madre”, in quanto avrebbe pubblicato un’antologia di versi in merito.
Non ho mai saputo se l’antologia sia stata pubblicata o meno, tuttavia questa richiesta mi mise un po’ in difficoltà, anzi inizialmente mi lasciò perplesso e conseguentemente anchè un po’ colpevole. Non avevo mai pensato a questo tema nel comporre versi e mi sembrava che non fosse neppure tanto considerato in generale.
Il brano nacque proprio da questo piccolo disorientamento. Accettai la sfida, ma non il rischio di cadere nella retorica, così scrissi dei versi, oserei dire, parametodologici, quattro strofe di endecasillabi a rima alternata, dove ogni verso della quartina ha una funzione tematica e/o tecnica, che lascio a voi scoprire, dico solo che un verso per stanza cita l’Odissea, l’Iliade, le Metamorfosi di Ovidio e l’Eneide.
Riguardo all’uso di “parersi”, al verso 7, è una licenza poeetica per “parrebbe”, “sembrerebbe”, per evidenti ragioni di rima. Tuttavia questa forma pronominale è attestata anche in Dante (Inferno, canto XXIX, verso 42 “potien parersi alla veduta nostra”), sebbene con il significato compatibile di “apparire”.
(XXIII.XXXIX – 23.5 A)

ALIENAZIONE TRANSITORIA (inferno)

Finita!
nei miei passi abbandonanti,
nel buio
crescente dentro me.
Che notte singolare!
dalle pareti rosa
sibili assordanti,
ombre di fantasmi:
mi tramuto in dannato dell’inferno;
sono un disgraziato
arranco nel peccato,
volendo disertare
scappo, cado.
Sento il tuo spettro invocante,
vedo un rogo naturale umano;
vagheggio nel torpore
conferendo diletto ai sensi:
in un manto di rose patisci per mio figlio.
Scosso
mi desto
scorgo il fuoco:
uno spirito del male mi sperde tra le serpi
ma la furia non può annullare il fervore:
questo è un Inferno da remissione
attendo la mia scarcerazione
Intanto ti venero,
ti bramo
sul suolo io ardo
nel letto ti cerco;
inferno demonio
da lei voglio prole!
inferno ti scaccio,
l’aurora emergerà.

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Forse è, da sempre, il brano più apprezzato della mia produzione, probabilmente anche quello più conosciuto. Vanta pubblicazioni plurime in antologie.
Lo scrissi al compimento del diciassettesimo anno di età, come secondo atto di una trilogia, che seguì la stesura in due parti di Paradiso, e precedette quella di Purgatorio; infatti il suo titolo originale era Inferno.
Ai tempi della stesura, con amici, fu anche messo in musica (che ricordo, ma non trovo nota degli accordi, peraltro penso fossero due), inciso su nastro e spacciato goliardicamente per il pezzo di un noto gruppo rock.
Ma la sua storia è meno allegra.
L’estate precedente, dopo tanti amori platonici e unilaterali, ebbi il primo amore vero, concreto, tangibile; fu come la scoperta di un nuovo mondo e mi ci buttai dentro con tutto me stesso… Poi giunse il momento dei saluti e il distacco, seppure pieno di speranze, fu particolarmente doloroso. I versi si soffermano appunto su questi momenti. Il diario di allora commenta: “Brutto ricordo dei giorni successivi alla partenza di …”
Non ha subito alcuna variazione di sorta rispetto alla stesura originale.
(III – 23.10 Sestu)