BOCCA DI PORTO

Ridotto a perdigiorno o perditempo
nella città bagnata e a tratti scura:
spiaggia, barche, nubi alte, arietta fresca
le passeggiate tenta.
Lungo il corso di marmo grezzo e piano,
dal principio all’estremo, fino al faro,
formicolio di gente che va e viene,
l’onda i massi lambisce.
Intanto la pioggia cade battente,
è il fuggi fuggi dal liscio selciato!
Sfolla il molo lapideo e resistono
con te due ardimentose.
A piedi nudi, tra falcate e schizzi,
mostrano sul grondante lor mollezze,
qualmente una fanciulla solitaria,
Galene, dea of calm sea.
La delicata ninfa si dilegua
impavida del rovescio, anzi grata,
sulla molto candida prospektiva,
trend del carezzevole.
Giunta alla meta, aggirato il culmine,
incontri i suoi occhi mare smeraldo,
abbozzano un sorriso che ti dice
Hi, man from palafitte!”
Fissate entro la mente le sporgenze
sogni di smuovere la palizzata,
navigare al caldo nella buriana,
nel coito turbolento.
Colto il frutto del giacere soffice,
per incanto risplenderà il cammino,
arte di acque, di laguna e di marea
contemporanea e irreale.

145 mosee

Metrica barbarica
(terzine di endecasillabi sciolti alternate a un settenario)
(XXVIII.XLIV – 5.9 Chg)

Verso 16: Galene, leggi Galini

THE REMAINS OF THE DREAM

Così si unì la compagnia del sogno,
da un incontro casuale con tua madre,
quando da doloroso pregiudizio
- e quale? – la anelavo riscattare.
Si aggregò all’improbabile brigata,
in domu, nel momento conviviale;
sapore vario, contesto animato,
per risolvere un intricato impiccio.
Pur l’incanto vola, caro e insperato,
lassù in soffitta, in camera dei nonni,
lato sinistro entrando nella stanza,
stiamo io e te passionali e affettuosi
e soli, per complicità o imperizia,
non meno della mia chino sul letto
che fluttua senza spazio e l’equilibrio
mi è dato dalla tua risposta al bacio
intimo; ti affianco tenera e dolce,
preludio alla fusione più totale,
manco ci turba una prima intrusione,
tu sembri di Dumas la Sanfelice.
Ma potenza dell’imprescindibile,
siamo scoperti e irrompe il sodalizio.
Lei ride, tra il sorpreso e il compiaciuto,
sì noi mentre van via in modo inatteso.

144 the remains of the dream

Endecasillabi sciolti
(XXVIII.XLIV – 1.9 A)

LO

Il sogno fluisce color seppia,
ritorna per slide animate
di tue ultime immagini viste.
Il panorama trasparente
tale a furore steinbeckiano,
pure il selciato è evanescente.
Per niente pago di riguardi…
Ora la dissolvenza, fondou!
Tua madre in casa indaffarata,
sempre gentile e sorridente.
Noi là, nel divano all’angolo,
insieme alla loquace Mona.
Tu dolce, tranquilla, serena,
magnifichi tanta bellezza
con un’allegria allusa appena,
tra il raggiante e chi la sa lunga.
Le vostre bocche a cuore, unite.
Svaniscono i particolari
come gli affreschi della metro…
Esci, riduco le distanze.
Voi offrite gadget d’amore.
Campo totale su tuo padre,
lui legge e non chiede di nulla,
fa un uhm familiare nel tono
che crea un’eco col timbro noto.
… E mi riscopro ancora in viaggio,
son pieno di te, ma dove sei?
Or nemmeno molti anni or sono
in un luogo vicino ai laghi
stava una ragazza named Lo.

143 loo

Novenari sciolti
(XXVIII.XLIV – 21.7 A)

ALLA CERCA DELLO CURADORE…

Scenario San Lorenzo nell’arsura
già il massimo quella sera chiara
di che s’ordinava mia mente ignara
in piazza della mor… nei ludi oscura.
Settecentosessantanove anni
addietro, giocosa, chiara nei panni
disputa verbale e d’arme si vara
capannelli di saltimbanchi e strilli
di messer Lancelot tutti i cavilli.
La tencione chiara, priva d’inganni
espone in idioma ostico ogni cosa
tra lo populo ti scorgo curiosa.
L’attenzione è solo per te che oscilli
nella tenebra chiara altro non vedo
sfidi lo volgo, circondi l’aedo
è tuo il campo visione graziosa.
Tu madonna, tu fanciulla, tu persa
chiara danzi nell’aria in ruolo immersa
emozioni, mostri un limpido albedo
sorridi, stupisci, schiudi le labbra
balena sul volto un’espressione ebbra
le ciglia inarchi apparendo introversa
la chiara fronte nastrata reclini
gli occhi espressivi si fanno furbini.
Fini linee rarefatte in penombra
agile incedere, braccia ondeggianti
in chiara maniera la folla incanti
sussurri parole, ti elevi e chini
mi batte il cuore se incrocio lo sguardo
adoro il tuo aspetto e dentro me ardo.
La chiara cerca ostento fra gli astanti
de er curadore, alterando il copione
neo giullare, penso sia Brancaleone.
Seguo in ressa quel moto con riguardo
giù per la così chiara valle cupa
lo slancio nel declamo là non sciupa
potente, o dea, è l’ interpretazione
sale l’adrenalina e ti precedo
pertanto perdo Chiara, ergo recedo.
Performi da leonessa, mica pupa
con teatralità chiara, uno splendore
colgo lo stupore, vivo candore;
nel quadretto sulla scala intravedo
la lucida intensità di data arte
risalendo verso più chiara parte
deflagra farsa dello trovadore
presso San Pellegrino, in mille bizze
meno ludika senza tue fattezze.
Ma l’imago chiara non si diparte
né l’incisività di tal fluttuare
con il passo sinuoso da estasiare
conforme alle naturali dolcezze.
Fatto ritorno in secolo ventuno,
cui anche poesia minore fa raduno
ritrovo grande attrice da emulare
semplice e chiara pur schiva e pavida
che crespa chioma rivela intrepida
tutte le pose esalti numero uno
eclettica, viso mitico e fresco
fabula chiara d’ideale istrionesco.
Sapore di una giornata fulgida
capolavoro della tua esistenza
dell’essere ragazza di tendenza
comunque chiara nel piglio fiabesco.

142 chiara

Terzine di endecasillabi a schema madrigaleggiante (abb, acc bdd cee…)
(XXVIII.XLIV – 29.6 Arbu/Pis)

ODE ALLA TUSCIA

Dopo vani giri nell’iposcenio,
trovato il bandolo della matassa,
in piazza san Lorenzo che è il proscenio,
mi siedo sulla soglia di un millennio.

Cala la sera sul fresco interlunio,
in antiche viuzze gente si ammassa,
via cupa pare splenda al plenilunio,
esalterei la creatività di Annio.

Al pensiero di che avrei perso avvampo,
tanta bellezza resistita al tempo;
a Etruschi e Longobardi mi accompagno.

Età antica e Medio evo fan convegno,
la rivalsa dell’osco sul romano,
sangue che vive in più d’un talismano.

Danno un lampo assai umano
gli occhi leggiadri delle donne tusce,
dolce perdersi tra le loro cosce.

141 ode alla tuscia

Sonetto caudato originario
(XXVIII.XLIV – 23.6 Viterbo)

ENTRE DOS PUEBLOS

Starò ancora ore
su questa cara panca
misura ardore,
terrammore,
spazio qui in città che ho inteso adottare,
per farmi apprezzare foriero,
e il pensiero è da decifrare.
Risposte
chiedo al tempo odierno, senza clamore,
ma di soluzioni mi è debitore.
Flutti su prore,
luce chiara, attonita,
delle dimore
pluscolore,
mi osservano in tale luogo di mare,
o direi lagunare, invero,
veritiero dèe figurare.
Gorgoglia
nel suo moto il canale incantatore,
la brezza da levante ne è sensore;
sguazza pur fiero un veliero
dall’imbarcadero, a vagheggiare
d’altro emisfero il mistero,
ossia il sentiero di scie corsare.
Il rumore
del traffico leggero al digradare
del sole; staccare, calat su sero,
si alzano domande da interpretare.
Seduto
tra i due abitati, anime del fervore,
testi di tanto scritto evocatore;
Cióxa, il tuo impero severo,
groviglio intero da elaborare
da assorto e austero straniero,
messaggero che non sa sbrogliare.

140 entre dos pueblos

Polisillabi compositi rimati
(XXVIII.XLIV – 21.6 Chg)

A SIENA

Lustri trascorsi come nulla fosse,
sembra il domani della prima volta
a Siena, vedute a tratti rimosse.
Tappa in circostanze fortuite colta
che passaggio d’israelita promosse,
firstling causa Palestina irrisolta.
Epic night all’addiaccio nello stadio,
gennaio, fatta sera là mi insedio.

Quale feticcio cerco tal presidio
essenzialmente cambiato dal tempo,
di assenze e moti obliati stillicidio,
puzzle altera carte nel frattempo.
Del portico arcuato è il nuovo episodio,
il mitico affaccio in piazza del campo:
di fronte situa il duomo la memoria,
sintesi architettonica aleatoria.

Sequenza di cui è arduo ricrear la storia,
di spazi ampi nella realtà ristretti,
eppur gioielli d’immutata gloria
di una città dai multiformi aspetti.
Nel mescolio l’incerta traiettoria
della fonte cui ricorron gli assetti:
smarrita, una a parete ne battezzo,
ma ricordo lo spiazzo e stava in mezzo.

Lascio il passato e il mio tour attualizzo
con lei assidua che sussurra apprensione,
accompagna passi e atti che realizzo,
comanda di mie mosse indecisione;
direzione tridimensionalizzo
postque decumano sublimazione -
ab ante scale infinite al Cannon d’Or -,
usque ad arena del palio in messidor.

Altri varchi all’Assunta di termidor,
tra i volti del fiorile su e giù errante;
centro di contrade e borghi que j’adore,
da quella de’ Servi ai colli del Clante
…e al Pomodorin, pappa col pomodor.
Leggenda è ormai la senese zelante
che offrì sulla soglia dei Benincasa
servigi, essendo di grazia pervasa.

139 a siena

Ottave di endecasillabi 
(XXVIII.XLIV – 21.4 Siena)

… NEL VIAGGIO

C’è poesia nel sedersi sul ponte di
Vigo (…del dove, del come e quando?)
Dello scrivere
percezione,
gocciola senza decisione
intanto, è forse una tregua
concessa al trovatore
in cerca di un senso.
E c’è folla quasi fosse un ombrello.
Tra corpi lo sguardo penetrante,
occasionale,
passeggero,
fisionomia scelta allo scopo;
volto sardo, gradevole,
che deciso e bastardo,
si accosta, contatto.
Provenisse da una business society,
gruppo a volte estetico perfetto
ove non si sa
posar poesia,
se su pieghe mature, charmante
o il viso d’une jeune associé.
Ed è carezzevole,
impone esclusiva.
Spalanca sulla sua faccia i grandi occhi,
colpita li sostiene ancora un po’,
levati i loro;
breve gioco
che si eterna nella memoria,
si affligge delle lumate
so offese, calpestate,
così inesplorate.
C’è poesia in questi incontri di un attimo,
tratti nuovi che paiono antichi,
già conosciuti,
compositi;
come ieri in bus per la Pieve,
si appassionano i pensieri
ogni metro, ogni istante
perpetua il mistero.
C’è poesia in rapporti irripetibili,
nell’amore complesso ed eterno,
nel cammino ebbro
e sognante
a un balzo dal mare tranquillo,
nel suo struggersi impotente
quelle sere di aprile
del fendere l’aria
delle falcate notturne assordanti
che vibrano a pochi passi da lei
su prigioniera,
trepidante.
Vestigia di baci in vetture,
di ansie, nevi, bagagli,
nell’idea di abbracciarla
che nutre per mesi.

138 nel viaggioPolisillabi compositi sciolti
(XXVIII.XLIV – 19.4 Chg)

CHIAMALO SE VUOI…

Chiamalo a effetto
lanzichenecco
o anche alambicco,
sennò prosciutto,
orda selvaggia,
forse tondino,
Canton Ticino,
di tale foggia.
Mite tsunami,
fine iradiddea,
idi di marzo…
senza alcun sfarzo
sta stretta l’idea
dir amor se ami?

137 chiamalo se vuoi..

Sonetto minimetto in quinari
(XXVIII.XLIV – 13.3 A)

NON AVESSI AMORE…

Amore chemical sense non per tutti,
è niente chi non ha il senso dei sensi;
motor dei natura e spirito frutti,
non averlo è il peggior degli scompensi.
Noi che l’abbiam serbiamone i costrutti,
benché in virtuose volontà si addensi.
Diffonderlo è un impegno assai complesso,
ma è utile e necessario farlo adesso.

Ma qui tratto di ciò che si palesa
in sfumature più intime; la chiave,
Loreo, sintesi, quintessenza intesa:
sera, figura composita e grave,
simbolo che ho caro senza contesa,
testimonianza di un affetto soave
della cui solidità non c’è paura,
tanto dici in apice d’avventura.

Dalla panca in muta disperazione
ti osservo partita per la tangente,
tra collera e sgomento la tua azione;
rimosso e ignorato istantaneamente
per tema dei tuoi strali, in apprensione,
tacevo, offeso sentimentalmente,
nella gioia che non ci fosse il treno,
potevano passarne ancora meno!

Poco è il ritardo e strilli per mezzora,
ti calmi quando a due ore si allunga,
mi turbi, sto a mo’ di disperso in gora;
lusinga, acché la redenzione giunga,
rivoluzione, il nero si colora,
il Polesine da Galehaut funga:
the other side of the moon che si rischiara
come la mosca cede alla zanzara“.

Fare il pieno di te sfiorato il peggio
riscalda il cuore oltre la tua presenza…
Con altro animo scrivo su quel seggio,
incedo ebbro d’euforia e compiacenza,
lieto la tua tenerezza festeggio,
di Loreo paradigma l’afferenza,
“tutto il resto” ha davvero un picco basso,
non esiste neppure e ora lo casso.

136 non avessi amore
Ottave di endecasillabi
(XXVIII.XLIV – 22.2 A)