VISIONI LAGUNARI

Nella laguna scandagliando miti
sapore di Venezia ha la leggenda,
dei luoghi di mare essenza e vicenda,
sorgon l’isole dei sardi pelliti.

Piccolo molo di pensieri arditi,
“Per mare e per terra” m’offre la sponda,
di epici viaggiatori seguir l’onda
navigando for Pellestrina city.

E si allontana il regno del gato,
storie d’avventuroso cabotaggio
ed emerge della tua rosa il fato.

Bocciolo gradevole che ora assaggio,
nel buio agli occhi si traspone il tatto,
gli ardori più impensabili incoraggio.

Ave Signora nera,
san Marco epigon t’era.

SEDUTO IN CONTRADA A PENSARE

Balenii in tour sulla carretera  est,
movenze del corpo della ragassa:
copre, scopre, accavalla, inarca, mostra
e scruta fuggente l’effetto intorno
dei sensi e provocanti prominenze.
Vagheggiata da tempo la tua fama,
il tuo esser distillato di cultura,
accademia de a marca medievale,
rivedo in te ora questo o quello scorcio,
deja vu di me errante, banduleri
in lustri di rara consolazione.
Consumo il rito dell’esplorazione,
colpo d’occhio turba, è viaggio nel viaggio;
fin qui la nomea di Francesco e Chiara
e ha visto luce e gloria l’Urbinate.
L’aquilone di tue dieci contrade,
sintesi in parco della Resistenza,
pensiero di Justine trapassa il prato.

130 seduto in contrada

Endecasillabi sciolti
(XXVII.XLIII – 28.8 Urbino)

EL FÒNTEGO

Come conviene in un giorno da lupi
in cui non cala buio o scorre orario,
ora sono qui a sbarcare il lunario,
compongo acché festa amena non sciupi.

Trancio la pizza, osservo, rimo in –upi,
la rossa inebria, bado al brand birrario,
echeggia una babele nel granario,
potrebbe udirsi pure lingua tupi.

Ricorda un grand hotel più che un fondaco,
serve un sensale in abiti da paggio,
mi aspetterei il conto con l’abaco.

Il sole ancora irradia sul paesaggio,
piazza dei “rossi” in una luce indaco,
tra ponte e stendardo quasi un miraggio.

128 el fontego(XXVII.XLIII – 24.6 b Chg)

FREAK-OUT IN PONTE PESCHERIA

Un’altra vasca a zonzo per il corso,
che qui è del popolo, questo mi esalta.
Monta la percezione del congedo:
è come se i palazzi e i monumenti
fluiscano nella dimensione sogno;
sprazzi diffusi del sole calante
accompagnano questa suggestione
di qualità mesta, sostanza soave,
la realtà ubiqua dell’esserci ora
e del rievocare domani già via.
La brezza del ponte della pescheria
rende fresche le linee del tuo viso
gaudente, eppur di un’estasi sofferta,
resistente all’orgasmo sospirato
e la mente nel turbinio dei sensi
tra il piacere di ricevere e dare,
ricerca di una sintesi totale
verso il diletto fisico e mentale…
E mi sorprendo ancora qui pensante
fatui capricci eccentrici d’oriente.

freak out

(XXVII.XLIII – 24.6 a Chg)

SEMPRE CARE

Sempre care mi foste per istinto,
incombere che alletta immaginario;
dell’arte e misterioso disio avvinto,
colsi in scritti di cui sfuggì il frasario.

Viale inalberato, riso discinto,
ricerche evoca cui son refrattario
la lunga teoria dal volto dipinto, 
bellezze diverse, scarno vestiario.

Comunemente serie, distaccate,
un po’ schive, attente, quasi timide,
o anche in gruppo baccanti sfacciate.

Solinga Rea dalle labbra tumide,
lanci grida che appaiono baciate,
via con te a cercar giornate fulgide.

sempre care

(XXVII.XLIII – 17.6 Arbo)

TIME

Il tempo è scandito, confusamente
brioso, dal tubetto del dentifricio.
Ci sono minuti che, opacamente,
durano un’eternità tangibile
e anni che passano come minuti,
ed è sempre ottobre, novembre appena,
sempre gennaio, aprile senza fine,
è sempre luglio o quasi mai, davvero.
La notte si dissolve nel mattino,
un sapere le prove della sveglia,
un universo con il suo orizzonte:
i nostri coiti a distanza, struggenti,
sospesi la sera e ripresi all’alba.
Soglia, garage, office, daydream, creation,
aperture, chiusure, accendimenti,
slow motion, fast emotion, spegnimenti,
upstairs, downstairs, pausa, seduti, in piedi,
entrate, uscite, percorsi abituali,
vestirsi, spogliarsi, andate, ritorni,
riti, gesti, scansione di immagini
mentali, passionali, mistero, time…

124 time

Si sosta in luoghi uguali a se stessi sulla via del ritorno, locali profondi, deserti; avventori equivoci, scrutano con aria prepotente, rispondono alle domande sarcastici. Dispute indistinte, salti carpiati della mente da una cima all’altra verso situation più rassicuranti… gruppi dello stesso pane con cui socializzare.
Basta esserci a volte nella tua invisibile spalancata chiusura, perché c’è sempre o quasi mai, ma questa volta sì, chi è più aperto, chi è più aperta, e ha occhi di gatto e vede oltre le tue paure, oltre le tue clausure.
Il tuo gruppo diffuso, amalgamato, in quel bosco affollato, o in quella vasta stanza senza pareti, senza soffitto, in cui gli spazi si definiscono, si focalizzano, mentre il tempo, flessibile, si contrae e si dilata per compiacerti. Il tempo viene al sodo, la mente comprime i periodi eccedenti e dà anche a te possibilità straordinarie.
Talvolta accadono nella nostra realtà indefinibile, su cui fior di cervelli ragionano, per noi, per loro o per chi? perdendo il loro tempo, le loro chance banali, passibili di eccezionalità. Quando ci si esalta per nulla questi eventi meravigliano, si è increduli che finalmente siano capitati.
Così, superato il flash interlocutorio destinato a studi sociologici troppo sottili, percorro con lei il falso piano, verso l’ignoto incombente, dove ogni ovvietà che scambiamo appare virtuosa, degna di lode e passione, degna di fremiti ed emozione.
In cima al colle si aprono ambienti, come locali diffusi, vuoti, aperti, con per uscio un’intera parete e per arredo solo un musical box da cui si diffondono note e noi così staccati, così attenti, così timorosi, così prudenti, così repressi, abbiamo il pretesto per accostarci, per sfiorarci, per sorridere dei nostri pensieri che leggiamo senza saperlo e neppure so se tocca a me osare in un attimo di lucidità che mi ricorda chi siamo; allargo le mani in un invito alla danza, che è un invito ad altro, ma occorre andar piano, e allora ti carezzo con il dorso di due dita, leggero; non ti ritrai, ma rendi il contatto più forte, questo mi smarrisce, perdo il controllo, perdo le inibizioni, oddio è la fine, ti guardo negli occhi senza alcun ritegno, sguardo che spaventa, sguardo che parla, ma non so se implori o comandi e tu a me aderente irridi serena la mia foga con occhi dolci cui resistere non posso, dimentico di tutto, della ragione, della prudenza e le labbra si uniscono per destinazione e sono sconvolte tutte le mie teorie, tutte le mie recriminazioni, il possibile e l’impossibile. Cerchi il sesso, lo vuoi e lo prendi così facilmente che ne sarei quasi ignaro, se non fosse la tua così stretta di passione, così napoletana; ci prendiamo in piedi, solitari, senza calcoli, mentre balliamo. Da impazzire…
Un’eternità dopo, seduti accanto a una fontana, diamo valore al nostro incontro, non ancora troppo razionali, timorosi che il tempo passi, timorosi di staccarci, decisi a dare tutto il possibile perché non sia possibile tornare indietro. Quanto sia passato non saprei, alcune eternità nella nostra unità di misura del tempo, solo nostra; poi tu che sei metà cosciente, che hai ancora l’uso della ragione, ti alzi, mi superi e quando mi volto non siamo soli; occorre mentire, spiacevolmente mentire, mica siamo nell’eden… e quanto accade dopo è molto nitido, ma sai che c’è? non ne voglio parlare, ma sì, brutto, poi bello, di quel banale non eccezionale, a ciascuno il suo finale. Αλλαγή!
(XXVI.XLII – 13.11 A)

 

LOREO STATION

Con movimento leggero assaporo,
attonito, della tua lingua il lembo,
lì le tue mani avvolgo come un bimbo,
di ciò che si rassoda mi accaloro.

L’incantesimo pervade d’armonia
i sussulti del treno sui binari;
dalla carrozza osservo gli scenari
da fiaba, piccolo mondo in sintonia.

Il wav alla meta pare sinfonia,
scalo in stazioncina dei passionari,
per le vie visioni preliminari,
non banali, di complessa sincronia.

Tandem, la vettura non passi imploro,
lode, di delizie proibite in grembo,
di capricci e prodighi sensi arrembo,
finché mosca cede a zanzara amoro.

123 loreo station

I momenti condensati in questi versi, in maniera più o meno ermetica, meritano un racconto più puntuale dei fatti e del significato profondo degli stessi; sono lento in queste cose, ma naturalmente il desiderio di scrivere c’è, occorre trovare il tempo e la tranquillità per farlo.
Ore memorabili di un periodo esaltante, dove un semplice gesto, luogo, azione, assurge a simbolo, paradigma, memoria da tutelare.
Nel mio piccolo ho voluto onorare queste immagini con uno schema metrico di quartine di endecasillabi a rima incrociata(abba cddc cddc abba).
Solo alcune conferme al lettore (che sprovveduto non è e fa anche da sé):
wav: onomatopea convenzionale di un suono del treno;
tandem: infine (latino);
amoro: voce del verbo amoreggiare (esperanto).
L’esperanto mi mancava!
(XXVI.XLII – 7.10 A)

D’ORI COLOUR

La tua spigliata bellezza di fronte,
benché celata dietro lenti scure
la luce dei tuoi occhi iridescente,
chioma colore delle mietiture;
il capo vinto dal sonno, cadente,
tentano delle labbra le schiusure
e risalta la tua bocca già esperta,
piombi nel sogno erotico malcerta.

Cerco la tua attenzione nei risvegli,
tengo un’aria che paia spassionata,
concedi solo sguardi che distogli,
espressione sofferta, raffinata.
Con il seno che trabocca mi abbagli,
stretto nella lingerie delicata,
turgido quando distendi le membra,
nelle movenze del sopore sgombra.

Le tue eleganti leve non trascuro,
le immagino sotto i jeans aderenti
ove il tuo incarnato bianco catturo
dal volto provato dai godimenti.
Campo lungo di alcova mi figuro,
piano intero dei nostri movimenti,
close-up di pupille in ardori intensi,
struggenti, invitanti, gala dei sensi.

101 d'ori colours

Versi che, nella loro consistenza, sia quella che sia, mi sento di dedicare alla bellezza, al colore del grano, al genere femminile.
Metrica: tre stanze in ottava rima.
(XXVI.XLII – 19.9 Macomer)

 

MYSELF IN WONDERLAND

Stop fare la matta tigre cartapesta,
le idee riorganizza, la ragione assesta.
Spalmato vaniglia nel tratto di tatto,
vibri brutto tiro stimandomi fatto.
Disarmonica aria, riflessione hazard
da scomodare Watts and Carrol’s play sluggard.
Fregio d’attenzione dai tempi di Alice,
pago il mio abboccare a ogni ammaliatrice.

Svanita dopo anni of intimate slumbers,
sbuchi per incanto in athenaeum chambers
e io pesce vanesio intorno alla tua esca,
anche a lenza lenta la trovo fiabesca.
E’ tardi White Rabbit per sfuggire all’amo,
la dose raddoppia, le sirene acclamo.
Pronunci il mio nome con voce sensuale,
pregusto wonderland, molli knock fatale.

99 myself in wonderland

Il sarcasmo attenua molto il disappunto, le scottature, ed è l’unico collegamento tra la storia narrata – pretesto per la scrittura – e il brano, che muove da sensazioni molto più gradevoli.
L’esistenza di ciascuno è più o meno costellata dalla presenza di avanzi di memoria mai approfonditi e ogni volta che si va a fondo a uno di essi, si apre un mondo nuovo e generalmente è bello. Tra questi avanzi ci sono anche dei libri, dei titoli, degli autori… Alice in wonderland è stato per me uno di questi avanzi fino a pochi anni fa, come tanti libri che stanno in una biblioteca, finché un giorno come per magia arriva il loro momento. Avranno un’anima anche i libri? Si risentiranno di non essere stati scelti? Specie quelli che giacciono a scaffale da lustri e si vedono preferire dall’ultimo arrivato. Potrebbe essere una bella fiaba…
Altrove mi capita di disquisire sulla casistica molto varia che porta alla lettura di un libro, dal capriccio o ispirazione del momento, alla necessità, all’accettazione di un consiglio, al puro caso, all’interesse e via dicendo. Nel caso di Alice si è trattato del voler condividere un mondo con una persona cara (che non è la protagonista del brano – lo preciso, a scanso di equivoci. – Non è lei, ne altra che mi voglia o mi abbia voluto un po’ di bene), un mondo peraltro popolarissimo che a me sfuggiva e che come sempre capita mi si è manifestato in vario modo e con scoperte sorprendenti, come ad esempio un brano dei Jefferson Airplane.
Il brano non è dunque un omaggio alla cruda e un po’ anonima protagonista, ma a tutto il mondo culturale di cui dicevo, fino ad arrivare ad Isaac Watts (1674-1748) (evidente l’ossequio a The Sluggard) e Philip Doddridge.
Metro: ottave di sestine doppie a rima baciata.
(XXVI.XLII – 5.8 A)

THE MAX THRILL

Fiesta con Chita in città
tra ambigue mura e mare
nonché ambiguo interland,
velo che copre il sogno.
Metropolitan screening
di capannoni argento
e percorsi squadrati
dal selciato precario.
Fuga da lei, da loro,
il passato e presente,
piani viaggi onirici
su mezzi evanescenti…
Destinazione ignota,
curiosare al piano x,
dismesso, inesistente,
ma è facile il rewind.
Odo note di allora
in contesto spaziale,
letto senza lenzuola,
carpet of electric wire.
Luce scopre l’imposta,
il tempo è senza tempo,
the outsider’s coccoleonte
m’incrocia e si dilegua.
Dopo ore apro gli scuri,
la casa si è spostata
in una città che sorge;
andrei, Chita mi attende.
Urgenza di spegnere,
non trovo interruttori
e vago invano in cerca
in lunga stanza stagna
velata da tendaggi,
con passi più pesanti
la cui eco è avvertita;
un telefono squilla,
panico, mi scoprirà!
Sgomento, prigioniero,
disperato, perduto…
potrò solo svegliarmi.
Scagliato tra tue braccia
per lunghi attimi dolci,
stupore e felicità
per un amore vivo.
Came back the dream, other turns
del nostro stare insieme,
condizione radiosa,
sol presenti a noi stessi
su per antiche scale,
per gradini ripidi,
che tu affronti sicura
e io con difficoltà.
Alla luce del sole
liberi, senza paura
senza brutti presagi,
coperti dal presente.
De jossu e in susu, dubbi
vicoli sconosciuti,
saluti dolcemente,
ammaliante vaghezza.
Percorro l’incontrada
con l’animo in subbuglio,
pago del realizzato,
conscio che è ancora poco.98 the max thrill2

Doll in the middle, illustration drunkenrabbit

Del mio rapporto estemporaneo con il sogno e con i sogni c’è ormai poco da svelare.
Questo più che un sogno fu un’epopea, percepita come una lunga avventura onirica mattutina, domenicale, estiva, piena di sviluppi e colpi di scena, compreso un risveglio interno al sogno, sogno nel sogno e tratti di mero incubo.
Grande l’impressione al risveglio, specie per il ricordo di ampi tratti, sebbene sfumati e frammentari.
La protagonista femminile, in realtà sono due che si scambiano e confondono, agendo come unica persona. Si tratta di due lunghe frequentazioni, una antica, una relativamente più recente, che non hanno nulla in comune se non la città che abitano.
Ho usato il nome Chita (Conchita) per omaggio a Buñuel e per la straordinaria coincidenza sotto questo aspetto con “Quell’oscuro oggetto del desiderio”.
Il sogno originale è certamente più efficace dei miei versi, non posso rappresentarvelo, resterà nell’elenco dei miei cortometraggi mancati, specie nella parte più drammatica, ove volendo venire a capo dei misteri del rapporto con Conchita, sulla via di essere scoperto, il protagonista non trova modo di spegnere la luce; l’unica soluzione offerta dal sogno è svegliarsi nel sogno stesso e passare dall’incubo al piacere. Che sogno ruffiano!
Sviluppo dei versi in settenari.
(XXVI.XLII – 11.7 A)