D’ORI COLOUR

La tua spigliata bellezza di fronte,
benché celata dietro lenti scure
la luce dei tuoi occhi iridescente,
chioma colore delle mietiture;
il capo vinto dal sonno, cadente,
tentano delle labbra le schiusure
e risalta la tua bocca già esperta,
piombi nel sogno erotico malcerta.

Cerco la tua attenzione nei risvegli,
tengo un’aria che paia spassionata,
concedi solo sguardi che distogli,
espressione sofferta, raffinata.
Con il seno che trabocca mi abbagli,
stretto nella lingerie delicata,
turgido quando distendi le membra,
nelle movenze del sopore sgombra.

Le tue eleganti leve non trascuro,
le immagino sotto i jeans aderenti
ove il tuo incarnato bianco catturo
dal volto provato dai godimenti.
Campo lungo di alcova mi figuro,
piano intero dei nostri movimenti,
close-up di pupille in ardori intensi,
struggenti, invitanti, gala dei sensi.

101 d'ori colours

Versi che, nella loro consistenza, sia quella che sia, mi sento di dedicare alla bellezza, al colore del grano, al genere femminile.
Metrica: tre stanze in ottava rima.
(XXVI.XLII – 19.9 Macomer)

 

MYSELF IN WONDERLAND

Stop fare la matta tigre cartapesta,
le idee riorganizza, la ragione assesta.
Spalmato vaniglia nel tratto di tatto,
vibri brutto tiro stimandomi fatto.
Disarmonica aria, riflessione hazard
da scomodare Watts and Carrol’s play sluggard.
Fregio d’attenzione dai tempi di Alice,
pago il mio abboccare a ogni ammaliatrice.

Svanita dopo anni of intimate slumbers,
sbuchi per incanto in athenaeum chambers
e io pesce vanesio intorno alla tua esca,
anche a lenza lenta la trovo fiabesca.
E’ tardi White Rabbit per sfuggire all’amo,
la dose raddoppia, le sirene acclamo.
Pronunci il mio nome con voce sensuale,
pregusto wonderland, molli knock fatale.

99 myself in wonderland

Il sarcasmo attenua molto il disappunto, le scottature, ed è l’unico collegamento tra la storia narrata – pretesto per la scrittura – e il brano, che muove da sensazioni molto più gradevoli.
L’esistenza di ciascuno è più o meno costellata dalla presenza di avanzi di memoria mai approfonditi e ogni volta che si va a fondo a uno di essi, si apre un mondo nuovo e generalmente è bello. Tra questi avanzi ci sono anche dei libri, dei titoli, degli autori… Alice in wonderland è stato per me uno di questi avanzi fino a pochi anni fa, come tanti libri che stanno in una biblioteca, finché un giorno come per magia arriva il loro momento. Avranno un’anima anche i libri? Si risentiranno di non essere stati scelti? Specie quelli che giacciono a scaffale da lustri e si vedono preferire dall’ultimo arrivato. Potrebbe essere una bella fiaba…
Altrove mi capita di disquisire sulla casistica molto varia che porta alla lettura di un libro, dal capriccio o ispirazione del momento, alla necessità, all’accettazione di un consiglio, al puro caso, all’interesse e via dicendo. Nel caso di Alice si è trattato del voler condividere un mondo con una persona cara (che non è la protagonista del brano – lo preciso, a scanso di equivoci. – Non è lei, ne altra che mi voglia o mi abbia voluto un po’ di bene), un mondo peraltro popolarissimo che a me sfuggiva e che come sempre capita mi si è manifestato in vario modo e con scoperte sorprendenti, come ad esempio un brano dei Jefferson Airplane.
Il brano non è dunque un omaggio alla cruda e un po’ anonima protagonista, ma a tutto il mondo culturale di cui dicevo, fino ad arrivare ad Isaac Watts (1674-1748) (evidente l’ossequio a The Sluggard) e Philip Doddridge.
Metro: ottave di sestine doppie a rima baciata.
(XXVI.XLII – 5.8 A)

THE MAX THRILL

Fiesta con Chita in città
tra ambigue mura e mare
nonché ambiguo interland,
velo che copre il sogno.
Metropolitan screening
di capannoni argento
e percorsi squadrati
dal selciato precario.
Fuga da lei, da loro,
il passato e presente,
piani viaggi onirici
su mezzi evanescenti…
Destinazione ignota,
curiosare al piano x,
dismesso, inesistente,
ma è facile il rewind.
Odo note di allora
in contesto spaziale,
letto senza lenzuola,
carpet of electric wire.
Luce scopre l’imposta,
il tempo è senza tempo,
the outsider’s coccoleonte
m’incrocia e si dilegua.
Dopo ore apro gli scuri,
la casa si è spostata
in una città che sorge;
andrei, Chita mi attende.
Urgenza di spegnere,
non trovo interruttori
e vago invano in cerca
in lunga stanza stagna
velata da tendaggi,
con passi più pesanti
la cui eco è avvertita;
un telefono squilla,
panico, mi scoprirà!
Sgomento, prigioniero,
disperato, perduto…
potrò solo svegliarmi.
Scagliato tra tue braccia
per lunghi attimi dolci,
stupore e felicità
per un amore vivo.
Came back the dream, other turns
del nostro stare insieme,
condizione radiosa,
sol presenti a noi stessi
su per antiche scale,
per gradini ripidi,
che tu affronti sicura
e io con difficoltà.
Alla luce del sole
liberi, senza paura
senza brutti presagi,
coperti dal presente.
De jossu e in susu, dubbi
vicoli sconosciuti,
saluti dolcemente,
ammaliante vaghezza.
Percorro l’incontrada
con l’animo in subbuglio,
pago del realizzato,
conscio che è ancora poco.98 the max thrill2

Doll in the middle, illustration drunkenrabbit

Del mio rapporto estemporaneo con il sogno e con i sogni c’è ormai poco da svelare.
Questo più che un sogno fu un’epopea, percepita come una lunga avventura onirica mattutina, domenicale, estiva, piena di sviluppi e colpi di scena, compreso un risveglio interno al sogno, sogno nel sogno e tratti di mero incubo.
Grande l’impressione al risveglio, specie per il ricordo di ampi tratti, sebbene sfumati e frammentari.
La protagonista femminile, in realtà sono due che si scambiano e confondono, agendo come unica persona. Si tratta di due lunghe frequentazioni, una antica, una relativamente più recente, che non hanno nulla in comune se non la città che abitano.
Ho usato il nome Chita (Conchita) per omaggio a Buñuel e per la straordinaria coincidenza sotto questo aspetto con “Quell’oscuro oggetto del desiderio”.
Il sogno originale è certamente più efficace dei miei versi, non posso rappresentarvelo, resterà nell’elenco dei miei cortometraggi mancati, specie nella parte più drammatica, ove volendo venire a capo dei misteri del rapporto con Conchita, sulla via di essere scoperto, il protagonista non trova modo di spegnere la luce; l’unica soluzione offerta dal sogno è svegliarsi nel sogno stesso e passare dall’incubo al piacere. Che sogno ruffiano!
Sviluppo dei versi in settenari.
(XXVI.XLII – 11.7 A)

GIÀ M’AVEAN TRASPORTATO I LENTI PASSI

Campanili svettanti e miraggi veo,
fantareale transito di bagnanti,
aspra mistura, e improvvisamente…
Sull’uscio di santa Maria Maggiore
scruto quasi regolari asofìedri:
sarcasmi yometrikì di san Vitale,
spunte repentine da realizzare
per assuefazioni contemporanee
da stravaganti contaminazioni.
Tratti spioventi, tondi, poliedrici
poligoni, piccoli, grandi, retti
angoli, archi assortiti a tutto sesto
e semiarchi, soprarchi a digradare.
Sulla destra Galla Placidia, mýthos,
con un covone d’oro che la guarda,
regolare, tranquilla, compensante.
Padroni di questo spazio gli uccelli
che mi svolazzano sul naso audaci.
Oudeís e dèu! Ogni tanto un passante
abitudinario, avvezzo a tal luogo,
va oltre, ignaro di queste emozioni.
Davanti a me teorie di sante e santi,
mosaici e ori sfilo trasognato,
lo stesso Dante gira per la piazza.
Già m’avean trasportato i lenti passi
ove m’abbaglia quella luce intensa
d97 Già m'aveanegli occhi azzurri delle ravennati. 

Eccomi dunque in quell’eden fino ad allora solo sfiorato ed esaltato in me ancora di più dagli studi d’arte medievale; un’emozione immediatamente tangibile e non ci sarebbe molto da aggiungere, se non λέμε αργότερα.
Endecasillabi sciolti.
(XXVI.XLII – 23.6 Ra)

Απαγορευμένο για το αδιάφορος
Verso 5 – asofìedri: neologismo per poliedro indefinito, da ασαφής = vago e ἔδρον = faccia
Verso 6 – yometrikì: traslitterazione di γεωμετρική = geometrici
Verso 19 – Oudeís, leggi udìs, da ουδείς = nessuno
Verso 19 – Dèu: dal sardo io. Sottile differenza tra e latina lunga e breve. Con la e breve/chiusa, Déu significa Dio.
Verso 25Già m’avean trasportato i lenti passi: è il 22° verso del XXVIII canto del Purgatorio di Dante.

MEMORIA TERRA NULLIUS

Assiso spalle al calore del sole,
appena oltre Porta Santa Maria,
su seggi lapidei cingenti il prato
spio la teoria di statue e una colomba
esprime ormai il capo di quella mozza
evocando tratti gusto egiziaco.
Ma come lei il mio pensiero vola
in quel passaggio in terra di nessuno.
Nanzi le barre della casa fatua,
ove ho sorbito dalle tue colline,
tu onorato il tempio del Sardus Pater,
ho modellato ciò che tu hai plasmato
dopo preghiere, sospiri, promesse,
simboli eretti tra sacro e profano.
Sovrappongo il mio passo al tuo calpestio,
calle ove han modulato nostre voci.
Fremiti, angosce, immagini infinite,
e certo tanto ancora da compiere.

memoria terra nullius

Ci sono giorni che ti alzi dal letto, fuori è luce e un istante dopo ti sembra di essere ancora lì, già buio, a stenderti di nuovo. Giornate vacue, tempo sprecato, vita andata.
Amo quei giorni che, quando li ricordo a distanza di tempo, sono talmente intensi che i fatti accaduti si suddividono in un periodo intero e la vita la allungano.
Questo è uno di quei giorni, sufficiente a scrivere almeno un lungo capitolo di un libro, ma la mia musa ha il dono della sintesi e della discrezione, e me ne dispensa un poco… ma per lei è sempre troppo.
Endecasillabi a briglia sciolta.
(XXVI.XLII – 22.6 Chg)

…IN DISGUISE

Un anno felice pochi momenti bui
troppe le paure quelli distruttivi
quale amore è – assurde – il tuo se non mi vuoi
fedeltà – vedere – dei rapporti bianchi
A te decidere se vorrai lasciarmi
del poter venire di quando parlarmi
quanto trascinare come dominarmi
se ambiguamente è l’ora di amarmi
o comunicare siamo solo amici
Montato di testa colgo i tuoi rispetti
ogni cosa a palla dai vieni prendimi
ti amo a raffica eran scherzi giochi
amora matura di amori maturi
l’amore si sgonfia se non condividi
Visione precaria zoom altalenanti
o meglio alternata – flash alternativi
contro la logica dei ragionamenti
senza alcuna accusa continui coerenti.
Se ferisci accuso bambinesca accusi
sagra d’immaturo l’amore non vivi
Suona il campanello dar fiato ai tromboni
ricatto intercetto nel disconoscersi
atto non dovuto l’essere ostili
è un paradosso non dar spiegazioni
Rinneghi il passato ti schermisci temi
e fai moralismo quando telefoni
ma a tuo piacimento scelte reticenti

... in disguise

Prosegue la buriana – in italiano -, in particolare il discorso degli ultimi due brani, per cui mi ripeto solo nel dire che si tratta fasi acute di un periodo, a dir poco, gradevole.
Più che sul contenuto, mi soffermo quindi sulla versificazione.
Continua la sperimentazione. La struttura, in senari doppi, è del tutto originale: presenta tre strofe in nona assonanza, più che in rima (nona rima), manca di punteggiatura e contiene delle fratture al discorso lineare, per cui deve esser letta da almeno due persone.
(XXVI.XLII – 17.6 Arbo)

CUN OGUS DE PRANTU

Candu a sa stima nosta ponit dudas
su mudigori suu spantau mi lassat,
no arrespundit, m’aconcant timorias,
non bogat fueddu, s’idea mi cancarat.

Sigu s’arrexonu, tui non pregontas,
impeuras s’arrennegu chi mi strèmpiat,
pigas a afinamentu cun is tìrrias,
s’ésciu tuu iscedas frassas mi torrat.

S’imbressi de su chi disìgiat m’iscriit,
abarru assou cun arragus traitoris,
mi disamparat, gai si ndi scabullit.

Mancai non tèngiat malas intentzionis,
de ammanniai su pentzamentu permitit
e mancu parrint trassas de brulleris.

Si, comenti seu ddu scis,
immoi non podis fai finta de nudda,
po chi deu t’apeti dintedie in bidda. ogus

E’ imbarazzante per diversi motivi commentare certi brani; in sostanza valgono le considerazioni fatte per quello precedente. Questo è stato concepito circa tre mesi prima… è pure sfuggito al mio “rigoroso” controllo cronologico.
Il tempo fa un po’ una sintesi della verità, ne dà un’idea, una qualche risultante; così, può stupire gli stessi protagonisti che un periodo molto bello sia documentato dagli attimi dolenti. Tuttavia la verifica dei motivi ispiratori di questo sonetto caudato è stata inquietante e li conferma in pieno.
Ogus de prantu può sembrare estremamente drammatico, una forzatura. Non è così, gli occhi possono riempirsi di lacrime non solo per un acuto dispiacere, ma anche per incredulità, stizza, sfinimento, che come i versi sfuggono al controllo.
(XXVI.XLII – 11.1 A)

Elaborazione in italiano:
CON GLI OCCHI LUCIDI
Quando mette in dubbio il nostro amore/ i suoi silenzi mi lasciano di stucco,/ non risponde, induce paure,/ non emette suono, l’idea mi raggela./
Continuo a parlare, tu non intervieni,/ peggiori la rabbia che mi ferisce,/ mi sfinisci con i dispetti,/ la tua maschera emana messaggi ambigui./
Scrive il contrario di ciò che pensa,/ resto solo con i cattivi pensieri,/ mi abbandona, così se ne libera./
Anche se non lo vuole fare,/ permette che aumenti l’inquietudine/ e gioca ma non è uno scherzo./
Se sai come sono,/ ora non puoi più fingere,/ per quanto io ti aspetti comunque./

Per confondere ulteriormente le idee,
GLOSSARIETTO:
Spantai = sorprendere, turbare, sbalordire
Aconcai = sospettare, presumere, concepire
Cancarai = intorpidire, stordire, colpire
Pregontai = chiedere, interrogare, sollecitare
Strempiai = rimproverare, offendere, sciupare
Isceda = notizia
Disìgiu = desiderio
Arragu = angoscia
Trassa = comportamento
Brulleri = burlone
Dintedie = sempre
Bidda = villaggio

NOTESTA PURU AT A PASSAI

Sa noti at a passai, certu, at a passai…
Mabaditu siat su momentu chi est
inghitzadu su giogu a su maceddu,
mabaditas is faddinas, is dudas,
su machìmini e totu is falsidades.
Mabaditu su mudigori chi ‘enit
cunfùndiu cun s’assuntu, cun su sinnu.
Muntonis de arrefrigadas, refudus,
sderrexonadas, logu a su scarràbiu
e su ciorbeddu in su cungeladori…
At a torrai a bessiri su sobi,
impari cun tui ap’a abarrai de prus.

notesta puru at a passai

Rappresentazione dell’assurdo… Maledizioni, massacro, sospetto, falsità, rifiuto, pregiudizio, e via dicendo. Non sembrerebbe l’esatta rappresentazione di un periodo felice, eppure lo era, con gli opportuni limiti lo era; l’elemento felicità era indubbiamente presente seppure con il suo moto sinusoidale complesso.
Questo già spiegherebbe tutto, ma la riflessione è su un’umanità votata a fuggire la felicità, crogiolandosi nelle più improbabili problematiche esistenziali che distruggono il tempo, la vita, la pace e proiettate sulla società creano un’esistenza conflittuale senza fine a tutti i livelli.
Quali armi hanno in questo contesto le voci fuori dal coro? Armi non ne hanno, solo strumenti efficaci per resistere: la speranza e la positività.
Potrebbe bastare, perché si può capire che il ritorno al sardo, rappresenta necessariamente l’espressione più intima e spontanea del momento affrontato, lo stesso che richiama il lampo più maledetto di Ungaretti (Anche questa notte passerà./ Questa solitudine in giro/ titubante ombra dei fili tranviari/ sull’umido asfalto./ …) prescindendo da ragioni tecniche; quanto alle citazioni presenti negli ultimi due versi, le lascio agli interpreti dei crop circle.
(XXVI.XLII – 27.3 A)

Elaborazione in italiano:
ANCHE QUESTA NOTTE PASSERA’  *
La notte passerà, certo, passerà…/
Maledetto il giorno che ha/ avuto inizio il gioco al massacro,/ maledetti i malintesi, il sospetto,/ le paranoie e tutte le falsità./ Maledetta l’afasia che viene/ confusa con l’essenza, con i segni./
Miriadi di contraddizioni, rifiuti,/ illogicità, spazio al pregiudizio/ e l’intelletto in freezer…/
Come altre volte il sole nascerà,/ insieme a te starò di più.

* Il titolo cita Noia di Giuseppe Ungaretti

HOMMAGE AI CONTRARI ALLA PATRIMONIALE

Dick heads! Go to fuck off! Scheiße, beasts, caproni!
Assholes, sozze loffe! Sporchi coglioni!
Feccia, maldecidos, porci luridi!
Fogne, vertederos, sgorbi fetidi!
Cravaisinci, si cruxiat sa tzutìtzia!
Chi si futat unu burrincu in pratza!
Non c’è peggiore società di quella
dove la ricchezza non si livella
e il ricco sulla miseria specula,
non rischia nulla per sè e accumula
e i poveri aumentan le loro pene,
lavorano come schiavi in catene:
così è il capitalismo, è fascismo
sebbene lo chiamino liberismo.
Lo sfruttamento, con la propaganda
fan sembrare giusta cosa nefanda.
Questa è la loro struttura mentale,
non reca idee ma alcunché di b-anale.
The way of Paperon de’ Paperoni
star di quest’unpercento di cialtroni;
le agevolazioni per se avocano,
le tasse ai lavoratori invocano.
E’ un furto accumulare patrimoni,
l’antitrust copre le televisioni;
il ladrocinio passa per diritto,
il morbo imperialista va sconfitto.
Rivolta contro la restaurazione
che tien le masse in mano a una fazione;
basta subire, ora ci si ribelli
a questa teppa di laidi imbecilli!
Dick heads! go to fuck off! Scheiße, beasts, caproni…….

93 hommage

Una sorta di sperimentazione ribellista mi ha portato a una contaminazione letteraria dub/fusion, tra rap e verso; esteticamente in endecasillabi a rima baciata che sostengono l’incazzo solenne.
Solo quattro anni fa, mentre si sviluppava l’ennesimo dibattito prevalentemente contrario all’introduzione di una tassa sui grandi patrimoni, mi girarono le balle in maniera decisiva e questi versi furono le vittime di quello sfogo.
Non divido il mondo in ricchi e poveri, ma in ricchi e poveri intelligenti e solidali, nonché ricchi e poveri imbecilli e infami. E’ vero che alla prima categoria appartengono meno ricchi e all’altra di più, ma è assurdo che si sia portato il mondo nella situazione in cui è solo per dar retta a chi non vuole rinunciare neppure al superfluo, anzi continua ad accumulare facendosi inconsapevolmente (ci sono anche quelli che “a mia insaputa”) del male.
D’altra parte chi è benestante e intelligente ha sempre detto di essere disponibile a fare la sua parte anche con una tassa sul proprio patrimonio, certo i cannibali e i caimani prevalgono.
(XXVI.XLII – 5.3 A)

DITTATO DEL MARE DI MEZZO

I cavalloni che ho aggredito
tra i Capi, nel mare mediano,
della Frasca e dei Corsari, turrito,
evocan primo ardore meridiano.

Nel letto, supina, t’alzo il vestito,
ti osservo, stimo, quale ape sultano;
del cibo che inforno traiam mito,
la pala incalza a ritmo pacchiano.

Ora Anfitrite, ora Afrodite, me
rapiscono e te Cupido sfianca,
ti rende docile al caldo seme;

più fervore t’infonde e non più stanca
ti abbandoni al piacere che preme,
alla piena fusione poco manca.

pisor2Serie del mare. Sonetto dedicato, ispirato dal pensiero permanente di quei tempi e non solo.
Il titolo individua il punto in cui avviene la scrittura: il mare di mezzo tra i due capi, che ditta; mare già ampiamente cantato.
(XXVI.XLII – 15.9 Arbu/Pis)