INFANZIA

Pensare all’infanzia, almeno per me, è come pensare a un’eternità fa. La mente si perde nei ricordi, ingarbuglia i tempi e se vogliamo gli spazi… Mi viene in mente quella volta che all’età di sei anni andai a Nuoro con mia madre, viaggio epocale, avventuroso, da solo già un romanzo, molti i ricordi e le immagini tenuti a mente, tanti anche i flash per i quali si è resa e si rende necessaria una ricostruzione.

Allora vivevo in un paese in cui c’era il treno, il cui fischio accompagnava le giornate e soprattutto le notti, già questa era una grande novità. Una piccola stazione lungo la linea Cagliari-Sassari.

Forse fu anche uno dei miei primi viaggi in treno, qualcosa di fantastico. Il piccolo mondo relativo tra casa e Nuoro, dopo qualche giro di rotaia, magicamente si espandeva, diventava qualcosa di epico. Allora era necessario raggiungere Macomer con le Ferrovie dello stato, poi lì c’era un’altra linea ferroviaria, non pubblica, che portava a Nuoro (lo chiamavano “il trenino”).

L’immagine più vivida (a parte quando infilai le dita nella presa di corrente in casa di tzia Gratziedda) che mi è sempre rimasta di questo viaggio, è un campanile, una forma orientaleggiante che neppure a metà del viaggio mi induceva a riflettere sullo spazio percorso, su quale paese sconosciuto e sorprendente stessimo viaggiando.

Per anni ho pensato a questo paesaggio da mille e una notte, per concludere, già in gioventù, che si trattava del campanile della Cattedrale di Oristano, con il suo cupolino a cipolla rivestito in maiolica multicolore, di epoca bizantina, il quale visto e rivisto da adolescente e successivamente, non mi fece mai l’effetto di quella prima volta.

L’infanzia non è solo questo, ma anche questo. I ricordi si spingono anche a tempi precedenti, fino a perdersi in sensazioni nebulose che neppure la visione di foto dell’epoca rende nitide. Eppure la mente ha catturato visioni e storie non fotografate, che semplicemente appartenevano alla vita comune di tutti i giorni e per un bambino potevano avere caratteristiche singolari, come la scoperta dei servi pastore che dormivano nelle stuoie sui tavoli o per terra, nella casa/locanda sui generis in cui i miei genitori avevano in affitto una stanza, lavorando mio padre in un paese che non era il nostro.

Ero allora molto piccolo, intorno ai tre anni e la padrona di casa era “diventata” la mia terza “nonna”, così la chiamavo.

Né mi è possibile dimenticare nello stesso periodo, l’immagine è molto nitida, quando con mio padre scivolammo con la vespa (o la moto), su un mucchio di ghiaia sistemato lungo la strada fangosa che ci riportava a casa, in pieno temporale.

Il nostro era un pendolarismo quasi quasi quotidiano, la nostra casa, quella ove nacqui, stava a soli sei chilometri da dove mio padre doveva dimorare per il controllo delle linee elettriche.

A questo proposito un’altra delle immagini che mi sono rimaste impresse in età inferiore ai sei anni, è la teoria di pali elettrici che accompagnava me e mio padre quando andavamo al mare in moto… Per non parlare dell’equivoco sulla Resistenza alle elementari o il significato dell’oscura frase “ispezionare la linea”…

Nel nostro paese, oltre alla casa, stavano i nonni e i tanti zii. Dunque i flash si incrociano prescindendo da una precisa cronologia.

Che non fossero tempi di “globalizzazione” (riguardo agli aspetti più sconvenienti e alle attenzioni al limite dell’ossessione) si capisce dal fatto che mia madre – quando avevo circa quattro anni, forse non in età d’asilo o in qualche giorno di assenza -, mi lasciava inginocchiato su una sedia con gli scuri della porta di ingresso aperti per andare a fare la spesa; io stavo là fermo, con lo sguardo fisso al cancello del medico, il cui lungo viale conduceva direttamente al centro – evitando più lunghi percorsi – e mia madre mi trovava esattamente come mi aveva lasciato. Non so quante volte possa essere accaduto, ma di una ho il preciso ricordo, del momento preparatorio e della sistemazione per la “visione”.

Più drammatico è il ricordo di uno dei miei primi ingressi in Cattedrale, o almeno il primo che io ricordi, forse era il periodo di Natale, ero molto piccolo perché qualcuno/a mi prese in braccio… Sentii che le donne dicevano (forse in riferimento alle apparizioni di Fàtima, ma io intesi che era accaduto lì e allora) di una prossima fine del mondo; la suggestione di quel luogo, tra leoni di marmo, presepe e tutto il contesto, mi mise una paura tale che iniziai a piangere disperato, senza pausa … Così ai tempi della Madonna pellegrina, avevo una gran paura e chiesi a mia madre di non portarla a casa…

A rifletterci, specie tra i 5 e i 10 anni si potrebbero ricordare delle cose bellissime, in realtà ci sono e numerose, ma fanno da contorno perché considerate normalità; purtroppo, anche se in numero minore, ci segnano i ricordi negativi, le paure, che poi ci terranno compagnia inconsciamente o meno per tutta la vita.

infanzia

2 – infanzia (32 – IV – 28.12 a) – a 27.11.2019

INFANZIAultima modifica: 2019-11-29T15:40:41+01:00da thewasteland
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